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Quando la vittima diventa colpevole: stuprata, le credono solo 23 anni dopo

Stuprata nel 1994, viene creduta dalla polizia solo 23 anni più tardi. Il pregiudizio delle forze dell'ordine nei confronti della ragazza protagonista di questa storia, però, è costato tanto, dato che l'aggressore ha continuato ad agire indisturbato, collezionando altre vittime.

Denunciare uno stupro e non essere credute. Ovvero quando da vittime si finisce con l’essere considerate, più o meno dichiaratamente, colpevoli, bugiarde e false.

Dopo l’apertura del vaso di Pandora, che non impropriamente potrebbe essere ribattezzato “di Weinstein”, abbiamo assistito a processi mediatici e social praticamente un giorno sì e l’altro pure, e il lato peggiore, in tutti i tribunali improvvisati creatisi in televisione così come nei bar, è che spesso, troppo spesso, le donne sono passate per le bugiarde. Per quelle che “dovevano denunciare prima”, o – peggio – “si sono inventate tutto per fama”. Oltre al danno la beffa, insomma, persino e anzi soprattutto dalle altre donne, in barba alla solidarietà femminile stracciata e buttata nel cestino senza nemmeno troppi rimorsi.

È un caso limite, verrebbe da dire (o meglio, da augurarsi), esasperato da un clima dove il mondo dei social ha lasciato libertà di opinione ma anche di delirio, in alcuni casi; e invece no, purtroppo, perché di casi in cui la vittima è diventata colpevole, godendo della “redenzione” solo dopo moltissimi anni di tormento e di pubblica gogna, ce ne sono molti, troppi.

Nel 1994 una donna, allora ventisettenne, neo laureata a Yale, è uscita di casa per un allenamento di jogging, ma ha incontrato l’orco di turno: aggredita nei pressi di Prospect Park, a Brooklyn, è stata presa alla gola, trascinata in un pendio boscoso e stuprata. Coraggiosamente la ragazza ha denunciato l’accaduto alla polizia distrettuale, che tuttavia ha faticato a crederle; anzi, come rivela il New York Post, che ha raccontato la storia, gli agenti hanno letteralmente lasciato la vicenda in pasto ai media locali, che hanno accusato la donna di aver inventato tutto, puntando il dito contro la sua partecipazione, come attivista, a una manifestazione in favore delle donne lesbiche. Insomma, avrebbe creato la storia dello stupro per far avere alla sua causa una maggiore cassa di risonanza. A sostenere la teoria, screditando del tutto la denuncia della ventisettenne, all’epoca fu soprattutto l’editorialista del New York Daily News Mike McAlary, citato in giudizio dalla vittima di tanto livore mediatico, proprio per il tenore dei giudizi riservati alla ragazza, di cui venne messa in dubbio non solo l’onestà, ma anche l’integrità morale.

Anche in questo frangente, però, la giustizia latitò pesantemente nei suoi confronti, dato che il giudice che si occupò della querela stabilì un onere della prova insolitamente alto, ritenendo la ragazza, in quanto attivista, un personaggio pubblico, e la causa finì con l’essere archiviata, tanto che, alla morte di McAlary, nel 1998, nessun provvedimento fu mai preso a suo carico.

A distanza di quasi 24 anni, grazie alle innovative tecniche di indagine in possesso degli inquirenti, la polizia della Grande Mela ha deciso di riaprire alcuni cosiddetti “cold case”, i casi irrisolti, in modo da analizzare nuovamente le prove con i nuovi mezzi a disposizione. Proprio grazie a questa decisione è stato possibile separare due diversi DNA dagli abiti che indossava la vittima dello stupro del 1994, potendo quindi risalire al colpevole.

Che è stato arrestato il 9 gennaio 2018, come ha annunciato il capo delle investigazioni del NYPD, Robert Boyce, spiegando come fosse risultata una corrispondenza proprio fra il campione genetico recuperato sugli abiti della ragazza che non era stata creduta e il profilo di uno stupratore seriale presente nei database della polizia.

Lo stupratore è James Edward Webb, che attualmente sta scontando una pena a 25 anni di reclusione proprio a New York per essere stato riconosciuto colpevole di almeno 10 stupri, sei negli anni ’70 e quattro durante un periodo di libertà vigilata, negli anni ’90.

James Edward Webb Fonte: NEW YORK STATE DEPARTMENT OF CORRECTIONS

La vittima ha pianto quando le abbiamo comunicato di aver individuato il suo stupratore“, ha raccontato Boyce, mentre l’avvocato della donna, Martin Garbus, ha riferito al Guardian che la sua cliente sta pensando se intraprendere azioni legali contro i suoi aguzzini, dato che, ha raccontato, “le storie dei giornali, giorno dopo giorno, erano traumatizzanti quasi quanto lo stupro stesso“.

Inutile dire che moltissime delle donne vittime dello stupratore avrebbero potuto salvarsi, se la polizia e i media non avessero attuato una gogna criminale e terribile contro la ragazza, dubitando della sua parola. Inutili, forse, oltre che tardive, anche le scuse del dipartimento di polizia newyorchese, che hanno costretto a 23 anni di vergogna e umiliazione la “colpevole” sbagliata.