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"Ho cambiato il mio cognome quando mi sono sposata, ma non ho preso il suo": ecco perché Britni ha preso questa decisione

Perché dopo sposate le donne prendono, per tradizione, il cognome del marito? Per alcune questa usanza è maschilista e ricorda tempi di oppressione femminile, perciò qualcuno ha scelto, per sé, una strada completamente nuova. Come Britni, ad esempio, che si è sposata ed ha cambiato cognome, sì, ma non ha preso quello del neo marito. Ecco perché.
Fonte: Web
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Spesso cambia che, dopo il matrimonio, la sposa cambia il proprio cognome, prendendo quello del marito e, soprattutto nella tradizione anglosassone, lo conserva anche dopo un eventuale divorzio (basti pensare a Ivana Trump, o a Cheryl Cole, tanto per citare due esempi). Un po’ come se, con le nozze, la donna annullasse la propria identità di essere singolo per integrarsi, o meglio essere “inglobata” all’interno della famiglia del marito, andando a diventare un tutt’uno a quest’ultima indissolubilmente legata, anche nonostante la separazione. Una visione troppo sessista, per alcune, specchio di retaggi culturali arcaici che in una società che paventa la propria modernità non dovrebbero più essere così radicati e forti; questa usanza (oseremmo dire per fortuna!) ha smarrito quello che sembrava essere il suo significato originale, ovvero un “passaggio di consegne” dal padre della ragazza all’uomo che si apprestava a sposarla. Il cambio del cognome di famiglia sembra essere rimasto un tentativo per restare aggrappati ad un’epoca di subordinazione femminile, di totale dipendenza, di asservimento. Una donna dovrebbe sempre poter scegliere se mantenere il proprio cognome, se aggiungere al suo quello del marito (come fanno in molte, separandoli con un trattino) oppure persino se scegliere un cognome completamente diverso. Come ha fatto Britni, ad esempio.

Britni de la Cretaz, scrittrice, giornalista freelance per numerose riviste e giornali statunitensi, femminista convinta, e già per questo allergica alle convenzioni maschiliste ancora ostinatamente radicate, si è domandata a lungo se ci fosse davvero un motivo utile per mantenere questa (secondo la sua ottica) vetusta ed umiliante (per le donne, naturalmente) tradizione di prendere il cognome del marito; non solo ai suoi occhi questa pratica, più che simboleggiare la nascita di un nuovo nucleo famigliare, rappresentava un simbolo ancora molto evidente dell’atavica oppressione femminile, ma aveva anche un retrogusto in un certo qual modo eteronormativo, per non dire omofobo: che fare, infatti, nel caso di un matrimonio fra persone dello stesso sesso? Su quale dei cognomi dei due componenti della coppia indirizzarsi, e perché?

Perciò, poco tempo prima del suo giorno speciale, Britni ha detto al marito quali erano le sue intenzioni: avrebbe cambiato il suo cognome, a patto che lui facesse lo stesso. Non avrebbe preso il suo cognome, avrebbero scelto per entrambi un cognome del tutto nuovo, che legasse tutti e due e desse loro l’opportunità di essere riconosciuti come nuova famiglia, completamente nuova rispetto alle loro, già esistenti. Perché, dopo tutto, era questo che volevano: avere qualcosa che li rappresentasse come coppia, come unione, come team.

Il futuro sposo, che aveva sempre saputo ed accettato l’intenzione di Britni di non prendere il suo cognome dopo il matrimonio, si è dichiarato immediatamente d’accordo, e così è iniziata la cernita per decidere quale sarebbe stato il cognome prescelto. All’inizio la coppia ha provato a creare un nuovo cognome “fondendo” i due di famiglia, ma il risultato non era di loro gradimento; perciò, hanno cominciato a pensare a qualcosa che rimanesse pur sempre nell’ambito famigliare, fino a capire che potevano concentrarsi sui nomi delle loro madri da nubili. La scelta è infine caduta sul cognome da nubile della mamma di lui, un modo per omaggiare comunque la famiglia indicando però precisamente di averne creata una completamente diversa, originale: la loro.

Per Britni e suo marito questo era il simbolo della vita che stavano apprestandosi a costruire insieme: il loro cognome apparteneva esclusivamente a  loro, alla loro famiglia. Non solo, l’esperienza di aver rinunciato pubblicamente ed in maniera ufficiale alla propria identità di “singoli” per unirsi sotto un nuovo cognome li ha legati, come Britni sottolinea sulle pagine di Ravishly, la rivista per cui scrive, ancora di più come coppia. Assieme sono stati in ogni ufficio governativo dove avrebbero dovuto sbrigare tutto l’iter previsto per il cambio di cognome, riempire i moduli di prassi e compiere tutti i passi necessari.

“È stato un passo che abbiamo compiuto mano nella mano- dice Britni- ed è stato un modo per dire al mondo ‘Io stimo questa persona e insieme noi siamo una famiglia’ “

Certo la scelta di Britni può far discutere e sicuramente farà dividere, come in genere riescono a fare tutte le questioni che mettono sul piatto della bilancia questioni piuttosto scottanti, quale può essere appunto il tema dell’emancipazione sociale femminile, espressa anche nella libertà di scegliere autonomamente quale cognome portare e perché. Fermo restando che il rispetto per la libertà individuale è sacrosanto e quest’ultima è un diritto inviolabile ed inalienabile, non possono essere giudicate né le scelte di chi decida di portare avanti una tradizione né quelle di chi, invece, scelga una strada del tutto nuova. In fondo, ciò che dovrebbe importare realmente è solo ed esclusivamente la felicità della coppia che si appresta a giurare di voler passare tutta una vita insieme, con quale cognome, e perché, dovrebbe, forse, essere davvero solo una questione marginale.

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