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Lavoro: "A parità di mansione le donne vengono pagate il 30% in meno", Ecco i dati

Usciti i dati del 2015 del Global Gender Gap Index stilato dal World Economic Forum: ecco come si concretizza il genere gap soprattutto sul lavoro, ma l'Italia è in risalita.
Lavoro parità genere gap salario
Fonte: Pixabay

Il gender gap lavorativo e salariale continua a essere un problema in Italia. Ma stiamo migliorando. Sono da poco usciti i dati relativi dal 2015 del Global Gender Gap Index stilato dal World Economic Forum. Si tratta di un report che prende in esame tutto quello che riguarda le differenze, Paese per Paese, tra uomini e donne, dalla formazione al lavoro, dalla paga alla salute.

Da un lato la situazione potrebbe sembrare confortante, nel senso che siamo risaliti di ben 28 posizioni. Ma siamo pur sempre al 41esimo posto. Questo si traduce, dal punto di vista del divario salariale tra uomini e donne, in una differenza percentuale che va da un minimo di 7,3% al 25% per professionisti e manager. Significa che quanto più in basso si scende in termini di responsabilità sul lavoro meno differenze ci sono in busta paga. Al contrario, un uomo manager prende quasi il 30% in più di una donna manager.

C’è poco da stare allegre dunque. Tanto più che l’Italia è dietro a nazioni in via di sviluppo che risentono di questioni economiche ben più problematiche delle nostre, come le Filippine o il Mozambico. O addirittura Cuba, sulla testa della quale relativamente da poco è scomparsa la spada di Damocle dell’embargo.

1. La classifica del gender pay gap: dove ce la passiamo meglio e dove ce la passiamo peggio

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Fonte: Reports Weforum

Il gender gap è più basso in Islanda e nei Paesi della penisola scandinava. Non stupiscono davvero questi primi quattro posi in classifica – Islanda, Norvegia, Finlandia e Svezia – data la capacità di queste nazioni nel tempo di guardare molto avanti e di essere precorritrici dal punto di vista del welfare, dell’economia in generale, del supporto alla maternità e molto altro. Segue l’Irlanda e poi a sorpresa Filippine e Ruanda. La Svizzera è all’ottavo posto, la Germania all’undicesimo, l’Olanda – che da sempre si distingue per le politiche all’avanguardia soprattutto in relazione a questioni femminili – è tredicesima. Gli Stati Uniti sono invece al 28esimo posto, mentre tallonano l’Italia Colombia, Bulgaria, Panama e Serbia. Fanalini di coda sono Siria, Pakistan e Yemen.

In tutto, sono stati presi in esame 145 Paesi in tutto il mondo. I parametri che hanno portato a stilare l’elenco relativo al gender gap sono molteplici. Si va dalla partecipazione economica e le pari opportunità alla scuola, dalla salute alla partecipazione politica.

2. Il gender gap in Italia: meno male che ci sono le ministre

Lavoro parità genere gap salario
Fonte: Reports Weforum

L’indice italiano relativo a questa ricerca è 0,726, su un minimo di 0 e un massimo di 1. Non male, ma le ragioni di questa risalita in classifica sono dovute anche e soprattutto alla partecipazione delle donne in politica. In particolare delle ministre, dato che nel governo Renzi del 2015 la situazione al governo tra uomini e donne era 50 e 50. Tant’è che il nostro indice del gender gap in politica è ben oltre la media.

Male l’educazione e la sanità, dove, sebbene siamo in media con le altre nazioni, il divario è comunque ampio. Ma la situazione peggiora quando parliamo di economia. Gli uomini occupati sono il 74% in Italia, le donne solo il 54% – e al meridione il dato flette ulteriormente. Se gli uomini guadagnano 40mila dollari l’anno, le donne, a parità di mansioni, ne prendono poco più di 27mila. Tra i dirigenti, il 73% è rappresentato da uomini, solo il 27% dalle donne.

3. E sulle nostre maternità, lo spettro del mobbing

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Fonte: Reports Weforum

Il gender gap è un mero dato, non tiene conto delle diversità fisiche che dividono gli uomini dalle donne: le donne partoriscono, questo è un fattore non di poca importanza, perché è oggetto di mobbing. O addirittura di pregiudizio fin dal colloquio per l’assunzione. Finché una delle domande che viene posta alle candidate è «Ha intenzione di avere dei figli?», saremo sempre molto lontani dall’uguaglianza.

Sta di fatto che, secondo i dati dell’Istituto per la Prevenzione e la Sicurezza sul Lavoro (ISPESI), il mobbing interessa in generale un milione e mezzo di lavoratori: tra questi, il 52% è costituito da donne. Il numero di donne mobbizzate, in proporzione, è più ampio perché è inferiore il numero di donne occupate rispetto agli uomini. Negli ultimi anni il mobbing per gravidanza, nello specifico, è aumentato del 30%. Nel 2014 e nel 2015 sono risultate 800mila le donne sottoposte a mobbing: di queste ben 350mila l’hanno dovuto subire per via di gravidanza e maternità o perché hanno avanzato richieste per conciliare lavoro e figli.

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