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Lalla Romano e Vittorio Sereni: voci dal silenzio

Nella sala di Via Morone 1 si respira un'atmosfera di ricordo e memoria, due temi che, quasi per caso, legano le figure di Lalla Romano (1906-2011) e Vittorio Sereni (1913-1983).

 

(foto:Web)

Ti avevo scoperto prima come poeta. Non c’era stata delusione. A Torino avevo parlato di Frontiera, con un amico [Pavese]. Io stavo per trasferirmi a Milano, e l’amico mi disse -Troverai il tuo Sereni-…

 

Qui, in occasione del centenario della nascita e del trentennale della scomparsa del poeta, L’Associazione Amici di Lalla Romano e la Casa del Manzoni hanno organizzato un incontro nel quale tutti potessero rivivere l’amicizia e il misterioso rapporto che ha legato i due letterati. Tra i tanti, spiccano due ospiti “speciali”: Silvia Sereni, la figlia, e l’inarrestabile Gillo Dolfres, il quale per primo prende la parola e racconta il “sapore” culturale di quei tempi. Sono gli anni del dopoguerra 47-48 quelli che possono essere definiti interessanti e vivaci:

La fine del Fascismo -che spero abbia rallegrato tutti- aveva permesso a molto artisti, fino ad ora relegati nell’ombra per colpa del regime, di riemergere.”

Milano era finalmente divenuta una metropoli internazionale e i letterati erano soliti ritrovarsi nel Blue Bar in piazza Meda, divenuto quasi un “piccolo cenacolo letterario”. Tra i nomi più importanti ricordiamo Sergio Solmi, Eugenio Montale, Enzo Paci e Lalla Romano.

Si creavano delle compagnie in cui si discorreva di passioni varie e argomenti alti: era un ambiente piacevole.

E’ difficile tessere un quadro ben organico delle lettere, prefazioni, commenti che Vittorio dedicava a Lalla e viceversa. Il loro è davvero un rapporto misterioso e profondo, più forte di qualsiasi parentela. Lalla scrive: “Siamo diversi. Ma tu hai qualcosa di me. Hai anche molto di Innocenzo [il marito]”. Sono diversi sì, per temperamento e per ideologia poetica e non. In un’intervista esclusiva del 1968, che viene proiettata nella sala, Sereni intervista Lalla Romano. La rubrica si chiamava “Lavori in corso”: le si chiede a quale opera stia lavorando. Lalla, disinvolta di fronte al caro amico, risponde che sta lavorando ad un libro nuovo, diverso. L’ispirazione le fu data da un verso di una poesia di Montale e il desiderio era ricreare il sentimento di memoria, cullata da quello elegiaco, presente in ogni lettore. Lo scopo non è però riproporre la nostalgia, bensì la verità, la realtà. La Romano prosegue e, quasi non riuscendo a spiegare da dove poi sia nata l’idea dell’opera, racconta il tema centrale: tutto ruota attorno alla figura del figlio, ormai divenuto uomo.

 

(foto:Web)

L’idea..non so da dove sia nata. Mi venne in mente quando un giorno pronunciai a me stessa una frase. -Io mi aggiro intorno a lui [il figlio] come uno che si aggira attorno ad una montagna per scalarla-”.

Nel libro Lalla lotta contro la memoria. Ripresi i relitti dell’esistenza del figlio, scopre dettagli importantissimi che aveva ormai dimenticato. Il compito è assurdo e surreale: scrivere un libro su un figlio ancora vivente e confrontarsi con il ricordo di lui bambino, affrontando allo stesso tempo un uomo tutto da conoscere. La memoria può essere interpretata in due modi differenti: il primo è come “culto”, addirittura puerile, del passato, mentre il secondo è considerarla come un metodo attraverso cui arrivare al nucleo, alla verità delle cose, raggirarle e rappresentare una nuova realtà. Del resto alcuni sostengono che la memoria sia anche storia.

Due sono gli attori, Anna Mogara e Silvano Piccardi, a riprorre, con le loro voci calde e magiche, le poesie e i richiami di Lalla e Vittorio.

Carissima Lalla, la tua, ancora una volta, è una lezione di realismo. Realismo nel tuo caso significa, o meglio, presuppone, osservazione implacabile, tale da estrarre una serie di verità dall’oggetto anche minimo, minuscolo, della tua osservazione. E questo si ribalta su di me, mi si ritorce contro non appena penso – e sei tu che mi induci a pensarlo- a tutte le cose che mi sfuggono quotidianamente, e mi sono sfuggite lungo l’esistenza, tra le persone che mi stanno direttamente intorno: le figlie, che se dovessi scriverne o parlarne sono in me come barlumi di tenerezza o lampi struggenti..”

Le poesie che maggiormente hanno un contatto intimo con l’animo di Sereni sono due, Il fiume e Sonno, contenute nella raccolta L’Autunno. Vittorio stesso arriva a riconoscere parte di sé nel personaggio “dongiovanni” ne L’uomo che parlava solo. Fondamentale tra i due è il confronto sul tema della scrittura: secondo Lalla si scrive per ricordare, secondo Vittorio per liberarsi di un peso. E’ evidente che sia comune, tra i due, il forte rapporto tra letteratura e vita, molto sentito nei poeti del ‘900. Per Lalla Romano si scrive affinchè qualcosa possa arrivare ad essere: quel qualcosa viene bloccato e cristallizzato, è un qualcosa che non sarà più reperibile se non nella materia, quadro o libro che sia. Cosa voglio fermare? Parole, non pensieri. Immagini piuttosto. Che cosa conservare? In questo che cosa sta il perchè. Il fine è conservare per la memoria, ricchezza per l’umanità.

Per Sereni comporre versi non è più un facile esercizio. Non c’è mai alcun verso che basti se tu stesso il giorno stesso te ne scordi. I due letterati, memori della lezione proustiana, vivono di ricordi, voci del silenzio, immagini dimenticate e riproposte in nuove vesti. Le ultime letture riguardano i “sogni che parlano da sè” di Lalla, veri e propri racconti-reportage di folli imprese di pirati e grossi pesci. L’amico poeta li commenta, affermando che il genere da lei proposto non è “leggero”: Lalla ha annotato il suo vissuto e ha voluto rimanere vicina alla poesia. La liricità, del resto, è, secondo Sereni, il rapporto d’insieme delle singole visioni.