Femminicidio: le parole possono renderci complici

Quando si parla femminicidio bisogna farlo con le parole giuste o il rischio è quello di diventare complici di un sistema sociale che giustifica la violenza sulle donne in ogni sua forma.

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Le parole sono importanti, soprattutto quando si parla di violenza sulle donne. Per prevenire il femminicidio non basta assolutamente parlarne una volta all’anno in occasione della Giornata Internazionale Contro la Violenza sulle Donne (25 novembre): è anzi necessario creare consapevolezza sull’argomento quotidianamente, partendo prima di tutto dalle scelte lessicali che ognuno di noi compie per parlare dell’argomento.

“Cosa scatena negli uomini la furia omicida?” “Lei però lo tradiva.” “È stato un raptus.” “Era stressato perché lo avevano licenziato.” “Era troppo geloso.” “A volte l’amore fa male da morire.”

Cosa c’è di sbagliato in tutte queste frasi? Semplice, si cerca un’attenuante, una giustificazione a un evento che, tuttavia, non è mai giustificabile.

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La violenza nasce dal sistema sociale in cui viviamo, dall’humus culturale nel quale cresciamo, ancora oggi fortemente patriarcale, maschilista e machista. Quando parliamo di femminicidio non si deve mai parlare di “troppo amore”, perché non si muore di tradimento o gelosia. Si tratta – è bene ribadirlo – solo ed esclusivamente di violenza. L’amore, in fondo, non fa mai del male. E questo dovremmo ricordarcelo ogni volta che ci troviamo a commentare l’ultimo episodio di violenza che troneggia sui titoli di giornale. Le parole sono importanti e, se usate male, ci rendono complici del sistema che cerchiamo quotidianamente di combattere.

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