Talento VS Stereotipi: 5 gamer italiane per il 1° team di McDelivery GGang

Gli stereotipi di genere nel mondo degli e-Sports e del gaming sono ancora fortissimi: MCDelivery GGang è il team nato per combatterli. Conosciamo le player selezionate e scopriamo cosa possono insegnarci su questo mondo (e sulla lotta al sessismo).

Sono giovani, talentuose e combattive. Eppure, secondo un pensiero ancora troppo diffuso, non dovrebbero fare quello che fanno, solo perché sono donne. Del resto, in Italia lo sport è ancora una cosa da maschi – come ci ha tristemente ricordato la vicenda di Aurora Leone, esclusa dalla Partita del Cuore perché donna – se poi parliamo di e-Sport e gaming la situazione sembra essere ancora peggiore.

Nel mondo dello sport in carne e ossa il ruolo della donna sembra dover essere limitato al tifo in tribuna, ma in quello dello sport virtuale il sessismo e gli stereotipi sono ancora più forti: proprio per questo McDonald’s e Machete Gaming hanno lanciato la McDelivery GGang,

un’iniziativa inclusiva nata dalla volontà di sostenere la categoria femminile e valorizzarne le abilità competitive e le aspirazioni in un mondo, quello dell’e-Sport, ancora tenacemente ancorato un immaginario machista.

Eppure le ragazze giocano, e molto. Il report “I videogiochi in Italia nel 2020”, pubblicato da IIDEA (Italian Interactive Digital Entertainment Association), mostra che il 44% dei videogiocatori in Italia è donna: stiamo parlando di quasi 8 milioni di gamer su un totale di 16.7 milioni, che alimentano un giro d’affari di 2.1 miliardi di euro, in crescita del +21,9% rispetto al 2019. Non esattamente un fenomeno di nicchia.

Tutte pazze per le PS5 (e non solo): il gaming è per quasi la metà donna

Questa presenza, però, rimane marginalizzata, invisibile, e fatica a trovare il giusto spazio soprattutto in ambito professionale, come accade anche alle omologhe che sui campi da gioco sono infinitamente meno riconosciute – sia a livello di immagine che economico – rispetto ai colleghi maschi. Le gamers devono nascondersi dietro pseudonimi maschili o essere pronte a subire scherno, aggressioni e discriminazioni solo perché del genere sbagliato, nonostante i loro meriti e le loro capacità, se vogliono riuscire ad affermarsi in questo settore.

L’iniziativa di un team di professioniste tutto al femminile nasce proprio per combattere questa mentalità: Aelita, MadMorona, Girl Bong Theory, xKumiho e panniR sono le 5 giovani gamer selezionate per entrare nel team che competerà nei più prestigiosi tornei, sfidando i player più forti del settore. Ad allenarle, la pro-player Sypher, che ci ha rivelato:

Le ragazze sono state accuratamente selezionate su criteri quali: skill meccanica, aim e game sense. Il mio ruolo nel progetto è quello di seguirle durante il loro percorso aiutandole a risolvere eventuali carenze ed esaltarne i punti di forza.
L’obiettivo finale è quello di formare delle player complete in grado di prender parte ad eventi competitivi e raggiungere risultati ambiziosi nel mondo del gaming. Si tratta di una iniziativa desiderosa di abbattere alcuni fra gli stereotipi più comuni, che vedono i ragazzi come gli unici interessati o capaci di raggiungere determinati livelli di abilità.

Ma chi si nasconde dietro i nickname? Conosciamo meglio queste ragazze e scopriamo di più sul loro percorso e sugli ostacoli e gli stereotipi di genere che hanno dovuto abbattere e superare.

1. xKumiho - Roberta Figus Marceddu

Roberta Figus Marceddu viene dalla provincia di Cuneo e si fa chiamare xKumiho. Gioca ai videogiochi da quando ha 5 anni, una passione che non l’ha più abbandonata, nemmeno ora che ne ha 26. Per lei Machete Gaming è una realtà che racconta e fa conoscere ciò che di positivo c’è in questo settore, un’occasione di ritrovo, che fa bene a chi vi partecipa. Un luogo istruttivo, di sana competizione, dove si è tutti sullo stesso piano. Ciò che fa la differenza è solo il talento e un team al femminile è occasione di dimostrarlo abbattendo ogni pregiudizio.

Quali sono i pregiudizi e le discriminazioni che hai dovuto subire? Qual è stata la cosa che ti hanno detto o l’ostacolo più difficili da superare?

Sono appassionata di videogiochi fin da quando ero piccola. In realtà con le persone vicine a me l’unico “problema”, se così vogliamo chiamarlo, erano tutte le persone che mi dicevano “ma è solo un gioco” e non capivano che dietro c’era molto di più. Mentre nel mondo maschile tutti mi dicevano che avrei dovuto pensare ad altro e non ai videogiochi perché non era una cosa prettamente femminile, ma non ho mai realmente visto questa cosa come un ostacolo, anzi, nelle mie zone io sono “quella dei videogiochi” e mi piace che tutti mi conoscano per questo. I problemi reali sono arrivati quando ho iniziato a giocare online. Online le persone non ti conoscono e tu non conosci loro. Buttare odio gratuito sulle persone diventa molto più facile se non riesci a vedere chi soffre dall’altra parte. Giusto l’altro giorno mi sono permessa di dire una cosa in chat vocale su Valorant, un gioco in squadre 5v5. Non l’avessi mai fatto. Eravamo all’ultimo round e appena hanno capito che ero una ragazza hanno iniziato ad aggredirmi verbalmente con insulti sessisti. La chat vocale per noi ragazze è quasi off limits: non è raro trovare gente che invia proposte sessualmente esplicite perché sei una ragazza e sei buona solo per quello o gente che ti affibbia nomi poco carini. Sembra davvero di essere un’esca in mezzo a un branco di squali. Ad ogni modo nonostante tutte queste cose nessuno è mai riuscito a far venir meno la mia passione per i videogiochi e nonostante gli episodi spiacevoli, credo che ci sia davvero tanto di positivo in questo mondo.

Come è nata questa passione, e come sei riuscita a perseguirla? Cosa vorresti dire alle ragazze che vogliono intraprendere questo cammino ma si sentono dire che «le ragazze non giocano» e che l’e-sport è una cosa da maschi?

Come a tanti appassionati, a darmi il benvenuto nel mondo videoludico ho avuto un simpatico idraulico vestito di rosso e blu. Insieme a lui a darmi il benvenuto c’era anche un cane da caccia burlone che si divertiva a ridere quando per sbaglio con la pistola mancavi le oche che scappavano tra gli alberi.
Se c’è qualcosa che ho imparato dai videogiochi è il non mollare mai. La testardaggine, la tenacia e la voglia di migliorarmi sempre me l’hanno insegnata proprio i videogiochi, il credere di poter fare qualcosa e alla fine con tutti gli sforzi del caso raggiungerla a ogni costo.
Se poi guardo dove sono adesso, in quale progetto mi trovo e quali opportunità sono riuscita ad avere, non posso che essere felice e orgogliosa del percorso che ho fatto, che sto facendo e che ancora devo fare e posso finalmente guardare a testa alta le persone che continuavano a dirmi che “era solo un gioco”. Quindi eccomi qua, in un progetto pazzesco creato apposta per noi donne e per far sentire la nostra voce in questo mondo. Questa è una sfida, esattamente come in un videogioco per me. 5 player e un obbiettivo da raggiungere, ognuna con le proprie abilità, con i propri punti forza e i propri punti deboli, ma lavorando in team sono sicura che arriveremo lontano!
E se posso dire qualcosa alle ragazze che vogliono buttarsi in questo mondo… FATELO E BASTA! Se vi interessano i videogiochi, iniziate, se vi piace un gioco compratelo e giocateci, senza dare ascolto a ciò che dice la gente. Lasciatele parlare mentre voi continuate il vostro percorso, facendo quello che vi piace fare, che vi appassiona e vi rende felici.

2. Girl Bong Theory - Samantha Polizotto

Samantha Polizotto, di Capo d’Orlando, Messina, ha 24 anni ed è conosciuta come Girl Bong Theory. Da due anni si dedica allo streaming su Twitch dove si interfaccia con la sua community. Amante dei videogiochi sin da bambina, nel 2012 scopre COD e da quel momento scoppia la sua passione per questo genere di giochi, per cui si è spesa a livelli competitivi in diversi team. La McDelivery GGang è per lei la strada che le permetterà di giocare ad alti livelli e dimostrare al contempo che anche i team femminili possono andare lontano in questo settore.

Quali sono i pregiudizi e le discriminazioni che hai dovuto subire? Qual è stata la cosa che ti hanno detto o l’ostacolo più difficili da superare?

Ho sicuramente dovuto affrontare ostacoli e discriminazioni nel mio percorso. Solo per citare un esempio, una volta ho creato con altre ragazze un piccolo gruppo di player donne. Ci è stata rifiutata l’iscrizione a un torneo proprio utilizzando la motivazione: “le donne non devono giocare”. Alcune di queste ragazze dopo quest’episodio hanno addirittura modificato il proprio username per “mimetizzarsi” e poter continuare a giocare normalmente. Io non l’ho fatto!
Ancora oggi tutte noi lottiamo contro gli insulti, spesso pesanti e decisamente sessisti, solo perché colpevoli di aver dimostrato le nostre capacità.

Come è nata questa passione, e come sei riuscita a perseguirla? Cosa vorresti dire alle ragazze che vogliono intraprendere questo cammino ma si sentono dire che «le ragazze non giocano» e che l’e-sport è una cosa da maschi?

La mia passione per il gaming credo sia sempre esistita e con l’uscita della ps1 e CRASH BASH ho avuto la conferma che volevo l’online, volevo poter competere contro giocatori reali al mio livello e oltre! Non farsi mai abbattere da chi dice che il gaming non è delle donne, dimostrare ogni giorno quanto si sbagliano e puntare sempre più in alto! È questo l’obiettivo a cui bisogna puntare e che racchiude il valore del team McDelivery GGang che non solo ci ha dato il privilegio di essere seguite da una delle migliori pro-player italiane, ma ci assiste in tutto e per tutto spronandoci con consigli e opportunità anche per la vita di tutti i giorni. Auguro a tutte voi di far parte di un E-Sport così, noi siamo più di un team, siamo una famiglia!

3. panniR - Mariasole Panni

Mariasole Panni ha 26 anni, viene da Roma e nel mondo del gaming è conosciuta come panniR. Si appassiona ai videogiochi da bambina, dimostrando poi interesse per i giochi FPS. Non a caso, è proprio con COD che si avventura nel mondo competitive; una realtà che descrive come non semplice specie per le donne. Ha combattuto i pregiudizi con la sua carriera da streamer, facendosi largo nel settore, nella convinzione che passione, costanza e impegno ripagano sempre. La McDelivery GGang è per lei opportunità di continuare la sua battaglia e testare le sue capacità con gamer di alto livello.

Quali sono i pregiudizi e le discriminazioni che hai dovuto subire? Qual è stata la cosa che ti hanno detto o l’ostacolo più difficili da superare?

Mi sento di dividere in tre fasce le persone che ho incontrato giocando, quelli che “le ragazze non sanno giocare”, quelli che cercano di flirtare con te e infine quelli che giocano con chiunque purché si trovino bene. Purtroppo la maggioranza è racchiusa nella prima fascia.
Ho cercato di darmi una spiegazione a tutto ciò, forse perché hanno paura di sentirsi inferiori, forse perché non vogliono ammettere che chiunque può giocare, indipendentemente dal genere.
La difficoltà più grande l’ho riscontrata quando cercavo un team competitivo per poter partecipare alla mia primissima lan su Call Of Duty World War II. Non è stato semplice, dopo numerose porte in faccia, solo una persona è riuscita a vedere il potenziale che potevo offrire e ha puntato su di me. Sono entrata nel roster del team, ho finalmente perseguito la mia prima lan e da quel momento sono stata vista con occhi diversi.

Come è nata questa passione, e come sei riuscita a perseguirla? Cosa vorresti dire alle ragazze che vogliono intraprendere questo cammino ma si sentono dire che «le ragazze non giocano» e che l’e-sport è una cosa da maschi?

Quando è nato tutto? Quando ero piccola vedevo mio fratello giocare e volevo giocare anche io, da qui nacquero discussioni abbastanza accese che richiedevano l’intervento dei nostri genitori. Col passare degli anni continuai a giocare alle nuove uscite e sulle nuove generazioni.
Questa passione mi ha portato nel mondo competitivo fino al giorno in cui decisi di iniziare a streammare, dal multiplayer di Call Of Duty mi sono spostata sul battle royale di Warzone.
Non nego che streammare sia difficile, ci vuole impegno, dedizione ma soprattutto costanza.
Dopo aver dato tutta me stessa per farmi un nome nel competitive, è stato come ricominciare da capo per quanto riguarda le streaming, soprattutto perché è comunque presente e ricorrente che le ragazze non sanno fare niente.
Ci sono stati molti alti e bassi, momenti in cui rifletti e pensi di mollare tutto, momenti in cui pensi addirittura di perdere solo del tempo. Personalmente è stata la community che ho creato a darmi la forza di non arrendermi.
Fu così che arrivò la candidatura al team McDonald’s Italia con Machete Gaming, un progetto che vuole dare spazio a noi ragazze costantemente prese di mira, derise e sottovalutate e non solo nel gaming.
Bisogna tenere testa, concentrarsi su se stesse perché prima o poi le opportunità arrivano. Il talento non va sprecato, il talento va coltivato col tempo e con l’allenamento.

4. Aelita - Roberta Bertini

Roberta Bertini, 19 anni, in arte Aelita, ha iniziato ad avvicinarsi al mondo dei videogiochi a soli tre anni grazie al padre che, gamer a sua volta, le ha trasmesso la passione per questo mondo. Da sempre ama i giochi FPS e ha cominciato a gareggiare a livello competitivo proprio con Apex Legends. Entrare in questo team è per lei un’occasione importante di mettersi alla prova, misurandosi con avversari di livello e di migliorarsi come giocatrice, potendo contare sul supporto di esperti come Machete Gaming.

Quali sono i pregiudizi e le discriminazioni che hai dovuto subire? Qual è stata la cosa che ti hanno detto o l’ostacolo più difficili da superare?

Al giorno d’oggi diverse espressioni utilizzate nella nostra realtà competitiva, riscontrabili anche al di fuori del gioco e dello streaming, tendono a sminuire le capacità di giocatrici come me. Queste espressioni tendono a dare l’idea che certi ruoli nel mondo del gaming, e non solo, siano adatti solo agli uomini. Come accade spesso nel mondo del gaming, anch’io ho ricevuto discriminazioni basate sul genere, sulle capacità di gioco e giudizi basati sul mio aspetto fisico. Alcuni degli ostacoli più difficili che ho dovuto affrontare riguardano principalmente la difficoltà di comunicazione nelle chat vocali di gioco, di far valere il proprio parere e il proprio ruolo e di riuscire a costruire legami con altri giocatori. Più volte è successo di dover superare pregiudizi nei miei confronti solo a partire dalla mia voce, perché femminile.

Come è nata questa passione, e come sei riuscita a perseguirla? Cosa vorresti dire alle ragazze che vogliono intraprendere questo cammino ma si sentono dire che «le ragazze non giocano» e che l’e-sport è una cosa da maschi?

La mia passione è nata grazie a mio padre, anche lui gamer, quando a 3 anni assemblò il mio primo computer. Da quel momento cominciò il mio approccio al mondo degli fps, iniziando con Battlefield e proseguendo con Overwatch con il quale incominciai ad affacciarmi al mondo del competitivo. Sono riuscita a perseguire la mia passione grazie all’aiuto e al supporto costante della mia famiglia, insieme all’ambizione di volermi continuamente migliorare sia nella vita quotidiana che nel mondo dei videogiochi. Alle ragazze che vogliono proseguire su questa strada dico di non abbattersi a causa di eventuali giudizi altrui e di fare ciò che ci fa star bene e che ci rende felici.

5. MadMorona - Anais Fabriani

MadMorona, aka Anais Fabriani ha 29 anni e viene da Latina, provincia di Roma. Ha cominciato a giocare all’età di 13 anni, quando ha ricevuto il suo primo PC e da lì non ha più smesso. Ha partecipato a diverse competizioni e tornei, presentandosi per lo più come SoloQ, un vero peccato, a detta sua: per lei, infatti, il gioco in team rappresenta una grande opportunità di crescita sia personale che come player. Entrare nella McDelivery GGang è quindi il primo passo per migliorarsi.

Quali sono i pregiudizi e le discriminazioni che hai dovuto subire? Qual è stata la cosa che ti hanno detto o l’ostacolo più difficili da superare?

Il giudizio altrui penso sia l’ostacolo più grande da superare, sempre. La parte ancor più difficile è quella di ignorare il giudizio e andare dritte per la propria strada, avendo come unico focus se stesse e i propri obiettivi. Quali possono essere i pregiudizi/luoghi comuni per una ragazza, in un video gioco, dove il 90% dei giocatori ha solo testosterone da vendere? “Non sei mai all’altezza”. ”Torna in cucina” commento che non invecchia mai, e che giusto ieri mi è capitato di sentire ancora una volta. Fa ridere pensare che nel 2021 con tutta la sensibilizzazione su scala globale che viene fatta su ogni tipo di argomento, ogni giorno, come omofobia, razzismo, sessismo, quest’ultimo sia ancora così forte ed urli così tanto, nascondendosi dietro alla maschera dello ”scherzo”. La parità di genere nei videogiochi è lontana, ma la strada è stata intrapresa. McDelivery GGang aiuterà sicuramente noi e tutte le ragazze che, come noi, in qualche modo ”sono ancora in cucina” ad aspettare di avere quel fiato in più, per dimostrare che un giocatore è un giocatore e basta.

Come è nata questa passione, e come sei riuscita a perseguirla? Cosa vorresti dire alle ragazze che vogliono intraprendere questo cammino ma si sentono dire che «le ragazze non giocano» e che l’e-sport è una cosa da maschi?

Se ascoltassimo gli hater, dovremmo smettere subito. La realtà però è che è importante andare oltre, fare quello che si vuole e, soprattutto, che piace. Ho cominciato da piccola vedendo mio fratello giocare (e anche lì, guai a me se toccavo il suo Commodore, Segamega-drive o Playstation). Più mi impedivano di giocare più cresceva in me la voglia di farlo! E così ho cominciato col mio portatile, a 13 anni, e continuato fino a oggi a quasi 30 anni, senza ascoltare niente e nessuno. La gente ha una sua visione delle cose, e questo accade anche in famiglia con i genitori che vorrebbero tu fossi l’immagine di loro stessi, solo migliorata. Sono umani, vanno capiti. A oggi grazie a McDonald’s e Machete Gaming stiamo realizzando un sogno, non solo mio, o nostro. Un sogno che aiuterà tutte le ragazze che verranno dopo, che non dovranno farsi strada con le unghie e i gomiti, ma avranno il cammino spianato da noi, che ci stiamo mettendo in prima fila per questa ”battaglia” ancora aperta. Quindi io dico se si ha un sogno è giusto seguirlo, per quanto possa piacere poco ai genitori, o agli amici e ai parenti. È importante andare dritte e non fermarsi, perché se gli altri non credono in noi questo non vuol dire che non si possa raggiungere la meta, anzi quando ci si arriva la soddisfazione sarà doppia. Credere prima in sé stessi, tutti gli altri poi seguiranno.

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