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Galleria: Women, quanta strada devono fare ancora le donne del mondo per essere libere

Women, quanta strada devono fare ancora le donne del mondo per essere libere

Si chiama Women, ed è il progetto fotografico realizzato da Emanuela che, in giro per il mondo, ha immortalato i volti delle donne: di quelle che lottano ancora per avere diritti, delle altre che lottano per continuare ad averli. Perché ognuna di noi, dice, sta ancora combattendo una battaglia.

Si chiama Women, ed è un excursus fotografico che narra la condizione della donna nei diversi paesi del mondo, riportando in auge la loro bellezza interiore, personalità e diritti.
Ad avere l’idea è stata Emanuela Caso, che, prendendo spunto dal percorso di emancipazione femminile nel corso degli anni, ma anche “tirando le somme” sulla strada ancora da compiere per raggiungere una piena e vera indipendenza femminile in ogni paese, ha fatto nascere questo importante progetto culturale in cui si animano volti e vite di donne diverse in giro per il mondo.
Il reportage infatti, come ci ha spiegato Emanuela, “racchiude scatti di vita quotidiana, speranza, coraggio, esaltando l’animo della donna“, e sta raggiungendo una discreta fama internazionale, tanto che, dall’inaugurazione della prima esposizione, avvenuta il 29 luglio 2017 a Spoleto con l’Assessore della cultura della città, nei prossimi mesi farà tappe ulteriori a Roma e a Washington, dove sarà presente al National Museum of Women in the Arts.

Naturalmente la finalità principale di Women non è solo quella di divulgare il progetto fotografico con le foto simbolo, ma anche e soprattutto l’importanza di rafforzare i diritti delle donne nelle aree del mondo dove ancora questi non sono pienamente o per nulla garantiti; Emanuela, ci spiega, ha tratto lo spunto fondamentale per ideare il progetto dal significato profondo dell’8 marzo, che storicamente, in Italia e non solo, coincide anche con il momento in cui i movimenti femministi hanno lentamente iniziato a svilupparsi, fino a rappresentare una componente essenziale nella vita culturale dei paesi stessi.

Ma a ispirarla sono state molte altre eroine contemporanee, che soprattutto nel suo viaggio in Messico l’hanno letteralmente aiutata a canalizzare la fotografia e l’intero progetto Women; su tutte Frida Kahlo e  la fotografa Tina Modotti, grande icona del Novecento.

La sua vita è stata un percorso dedicato all’attivismo – ci ha raccontato Emanuela nel corso della nostra intervista – inchieste e denunce attraverso la fotografia immortalano un Paese povero ed emarginato. È stata una figura anticonformista che ha lottato per divulgare idee con sensibilità e coraggio.

Purtroppo, però, come ben sappiamo, la strada per far sì che ogni donna nel mondo raggiunga condizioni di vita accettabili e dignitose è ancora lunga, e disseminata talvolta di pregiudizi e ignoranza. Finché continueremo a parlare di spose bambine, di donne non tutelate dallo Stato o dalla propria comunità di appartenenza, a cui è negato il diritto di scelta rispetto a come vivere la propria vita, a chi sposare, o quando e se diventare madre, e fintanto che ci troveremo a fare i conti con società patriarcali e maschiliste dove la donna è relegata pressoché totalmente al rango di mero oggetto, significherà che i passi da compiere saranno ancora troppo numerosi.
Ma proprio in questo contesto vuole inserirsi Women, che desidera rappresentare una voce ferma e decisa per tutte le donne che non possono averla, il simbolo di una lotta che ha già prodotto risultati importantissimi ma che non può e non vuole arrestarsi.

In Occidente la donna ha raggiunto gran parte degli obiettivi forgiati dalle lotte del ’68, il divorzio, l’arrivo della pillola contraccettiva, l’inizio del ruolo di manager nelle grandi aziende, e già dopo gli anni ’80, sempre secondo testi storici, le donne avevano perso la voglia di combattere insieme – ci racconta Emanuela – Si aggiunge poi la superficialità della società, che vuol trascinare la donna dietro un indotto di chirurgia plastica o benessere effimero, accompagnato ad un modello di perfezione, annientando il loro animo e la loro unicità, rafforzando un business e un sistema a dovere e una continua continua corsa verso il nulla. Con il progetto Women ho cercato di riportare in auge anche questi valori, fotografando la forza interiore dell’universo femminile, come le donne africane, messicane e delle comunità del Bangladesh.

Già, perché la verità, e il significato più profondo dietro a Women, sono proprio questi: anche nei paesi in cui la donna è “libera”, corre comunque il rischio di essere sottoposta al giudizio, alla critica, di essere sessualizzata o discriminata professionalmente. È esposta alla continua e pressante richiesta del raggiungimento di una bellezza estetica irreale, messa costantemente a paragone con modelli idealmente perfetti ma del tutto falsi, forgiata nell’incessante e vana ricerca di un obiettivo di perfezione che, semplicemente, non esiste. Oppure sottoposta a processi morali, etici, che non riescono mai a farne pienamente la vittima neppure quando lo è, senza se e senza ma, ferocemente perseguitata da quel sessismo imperante che nutre di pregiudizio anche la nostra società apparentemente “democratica e perfetta”, assolutamente perbenista e puritana all’occorrenza, in cui dopo uno stupro la domanda più facile che viene in mente a molti è “Cosa indossava” e la sentenza subito conseguente è “Un po’ te la sei andata a cercare”.

Anche le “nostre” donne emancipate, quindi, hanno bisogno di ricordarlo e ricordarselo; di ricordare al mondo che non accettano di piegare la testa, che non hanno intenzione di rinunciare a quello che ha fatto chi le ha precedute per conquistarsi i diritti e la dignità. Nonostante ciò Emanuela ci dice che, secondo lei e in base alla sua esperienza.

La cultura maschilista è un retaggio psicologico molto radicato da cui è difficile uscire. In ogni caso è un pensiero che ormai  permane nelle menti incolte e grette. La maggioranza di uomini con cui ho parlato di analoghi concetti, di una fascia d’età compresa  dai 30 ai 60 anni di ceto culturale medio alto, ritiene che che tale pensiero sia superato o semplicemente viene vissuto con indifferenza e non più come un logorante pregiudizio.

Ogni donna, in ogni parte del mondo, ha la sua ragione per far sentire la propria voce; e Women è stato ideato proprio per loro, per tutte loro.

Tutto quello che ci ha raccontato del suo progetto Emanuela, cosa ha provato e vissuto durante gli scatti in giro per il mondo, quali sono i messaggi che ha voluto trasmettere attraverso Women, e gli aneddoti più interessanti sono tutti descritti nella nostra gallery, assieme alle sue fotografie più belle.

Women, quanta strada devono fare ancora le donne del mondo per essere libere

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