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Galleria: Shirley Temple, la bimba dai riccioli d’oro che eccitava gli spettatori

Shirley Temple, la bimba dai riccioli d’oro che eccitava gli spettatori

Shirley Temple, la bimba dai riccioli d’oro che eccitava gli spettatori
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Questo contenuto fa parte della rubrica “Storie di Donne”

Riccioli d’oro, interpretato quando aveva solo sette anni e già una lunga carriera alle spalle, contribuì a far diventare Shirley Temple una delle star più pagate di Hollywood. Nella pellicola cantava “quando sarò grande, in un anno o due o tre, sarò felice come può esserlo un uccellino su un albero”: un motivetto allegro e spensierato, che riascoltato oggi suona come una dichiarazione di infelicità.

La Shirley Temple del grande schermo era bionda, sorridente e prodigiosa. Rappresentava tutto quello che la società americana sognava durante la Grande Depressione, tanto da spingere lo stesso presidente Roosevelt ad affermare quanto fosse bello, per ogni cittadino disilluso, poter pagare due spiccioli per andare al cinema e “vedere il sorriso di una bimba che gli ridarà la forza di andare avanti”.

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Mentre in tutto il Paese si vendevano bambole che le assomigliavano, oltre a una lunga serie di oggettistica dedicata, si stava formando nell’immaginario un’idea comune di perfezione. Ma quell’idea, la Shirley Temple dei film, non esisteva: la piccola non era davvero bionda e non aveva nemmeno gli occhi azzurri. Quella subdola immagine di bellezza ariana era solo l’ennesima invenzione di un’industria cinematografica che già da tempo si era imposta come creatrice di canoni arbitrari e questionabili.

Qualcuno tentò di sollevare il velo dorato e mostrare le cose per come stavano, non senza conseguenze. Nel 1937 lo scrittore Graham Greene bollò il successo della piccola attrice come un’operazione forgiata sulla titillazione sessuale degli spettatori maschi. Scrisse un lungo e duro articolo, ricordato da Spectator, che gli costò una multa e un procedimento legale.

In Capitan Gennaio indossa i pantaloni con la matura coscienza di una Dietrich: il culetto elegante e già ben sviluppato si dimena nel tip-tap, gli occhi in tralice ti cercano con maliziosa civetteria. Adesso, in Alle Frontiere dell’India, con quel gonnellino corto, è davvero uno schianto! Guardatela mentre corre tra le baracche indiane; ascoltate l’affannoso respiro di eccitazione dei suoi attempati spettatori quando il sergente la solleva in alto; osservate con che disinvoltura professionale squadra un uomo, con fossettine di depravazione.

La critica, però, non era rivolta all’incolpevole stella del cinema, ma a chi la manipolava.

 Se i suoi ammiratori – signori di mezza età ed ecclesiastici – soggiacciono alla sua ambigua civetteria e alla vista del suo corpicino ben fatto e desiderabile, che trabocca di una smisurata vitalità, è solo perché la storia e la sceneggiatura alzano una barriera di sicurezza tra la loro ragione e il loro desiderio.

Sfogliate la gallery per ripercorrere la storia di Shirley Temple…