Chi sono i “maranza” e perché questo termine racconta più di una moda

Chi sono i maranza, la subcultura giovanile milanese fatta di eccessi, appartenenza e sfiducia verso un futuro che marginalizza e da cui non ci si sente rappresentati

Ci sono termini che raccontano molto, che vanno al di la delle mode e che descrivono un vero e proprio spaccato della nostra società. Ed è esattamente questo che sta dietro al termine “maranza”, un vocabolo nato a Milano intorno agli anni Ottanta e che è simile come significato a tamarro o coatto, termini più usati nel centro e sud Italia. Ma chi sono i maranza e cosa racconta questo nome?

Chi sono i Maranza e cosa significa

Il termine in sé, va ad indicare un gruppo di ragazzi molto giovani, riconoscibili per il loro stile vistoso, per la rumorosità e per il loro atteggiamento strafottente. Il classico atteggiamenti che si potrebbe definire “da strada”.

Un nome che, seppur nato nella Milano degli anni ’80, ha ripreso piede anche oggi, soprattutto grazie ai social, e che a suon di # hashtag e video virali, è tornato in auge, descrivendo la stessa subcultura giovanile e di appartenenza a una specifica tipologia di gruppo.

Ragazzi solitamente di età tra i 9 e i 17 anni, pre adolescenti e adolescenti quindi, che a livello generale sono cresciuti o vivono nelle periferie e che sono poi lo specchio di un Paese che sta diventando sempre più multiculturale. Un gruppo che si forma come continuità di un modo di vivere, e che non dipende solo dal luogo fisico in cui lo si fa, ma anche da una specifica socialità, da un senso di appartenenza. Un gruppo che nasce e in cui si entra per sentirsi visti e riconosciuti. Cosa che spesso, troppo, non avviene nel contesto generale.

Dove nasce il termine maranza

Un termine che, come detto, prende piede nella Milano degli anni ’80, un regionalismo in uso nel linguaggio giovanile e che anche cantanti come Jovanotti usavano nei loro testi, come parola di uso comune e dal significato definito.

L’etimologia di questo nome, però, potrebbe avere diverse interpretazioni. Maranza, infatti, potrebbe derivare dalla parola “marocchino” unita all’aggettivo “zanza”, che in dialetto milanese significa furbo, ma anche dal termine “maranza”, che nel sud Italia indica la melanzana, anche se utilizzata con una valenza dispregiativa.

Un termine che se in passato era circoscritto e legato al mondo della musica dance e della vita nei locali notturni, oggi anche grazie ai social e alla moda ha acquisito un significato più ampio, sdoganandosi tra i giovani e arricchendosi di particolari.

Quali sono le caratteristiche di questa subcultura giovanile

Se da un lato quando si parla di maranza si intendono ancora determinati gruppo di giovani che passano il tempo prevalentemente per strada, cresciuti in periferia, figli della multiculturalità del nostro Paese e abili nel destreggiarsi tra piccoli furti, atteggiamenti tipici delle Baby gang, dall’altro il termine maranza ha a che fare anche con la moda e con lo stile di questi ragazzi/e.

Uno stile riconoscibile, fatto di accessori vistosi, colori accesi, tute in acetato tipiche anni ’80-‘90, cappellini, maglie sportive del Manchester o del Milan, scarpe da ginnastica simil Air Jordan e un borsello a tracolla con brand o finto brand ben visibile. Una moda dell’eccesso, del visibile, e una particolare tipologia di estetica che mixa la sua radice urban con lo stile sportivo. E ovviamente tutto si accompagna alle note musicali sentite all’orecchio o a volumi altissimi di playlist trap, rap e drill.

Un fenomeno sociale che denota il bisogno spasmodico di appartenenza, a discapito della personalità individuale, ma che vede nel gruppo, nelle sue regole e nei suoi codici, il luogo in cui stare ed essere visti, come parte di qualcosa di forte e unito. Il tutto colorito da un linguaggio generalmente volgare e da atteggiamenti strafottenti e prevaricanti.

Una moda o un fenomeno che rispecchia la società?

Una serie di atteggiamenti e particolari che hanno dato vita sui social al cosiddetto “maranza-core”, fatto di video di balletti improvvisati o coreografati ad hoc, di tute, slang e spesso di un’auto ironia che denota una certa consapevolezza degli stereotipi legati alla figura del maranza, a cui si sa di appartenere o che viene usata per spettacolarizzare una tipologia di persone e di modi ben definiti e riconoscibili.

Quello che è importante osservare, però, al di là delle mode e dei comportamenti virali, è che se da un lato avere un senso di appartenenza è un valore e un “bene”, dall’altro quello dei maranza è un fenomeno che disegna in modo chiaro un disagio e una fragilità importante di chi ne fa parte. Una generazione di giovani che soffrono di solitudine, ansia e insicurezza verso ciò che vivono e verso il loro futuro e verso le pressioni sociali, il tutto amplificato dalla mancanza di una rete forte e da luoghi in cui potersi davvero esprimere.

Caratteristiche che vanno di pari passo al fatto che, la fascia di età tra i 18 e i 35 anni, è la più colpita dalla disoccupazione, dall’instabilità economica e dalla precarietà della vita. Aspetti che mettono in luce come quello dei maranza sia anche un fenomeno che arriva dal contesto sociale che si vive e da ciò che li circonda, come un urlo, un distacco con il mondo adulto da cui non sono attratti e da cui non si sentono rappresentati o capiti, diventando uno specchio che non riflette la differenza tra la periferia in cui nasce e il centro città, ma piuttosto il divario enorme tra quelli che dovrebbero essere adulti e chi ancora non lo è.

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