Soft Rage: la rabbia silenziosa delle donne e come trasformarla in potere

Le donne possono essere arrabbiate? A quanto pare, sulla base degli stereotipi e dei pregiudizi che ci sono stati inculcati di generazione in generazione, no. Anzi, è un'emozione che sembra quasi essere bandita dal prisma di sensazioni che una donna può provare. È proprio per questo che, oggi più che mai, si parla di "soft rage", ossia una rabbia silenziosa che però, se ben canalizzata, può trasformarsi in potere. Ma come? Vediamolo insieme nel dettaglio.

Le donne possono essere arrabbiate? A quanto pare, sulla base degli stereotipi e dei pregiudizi che ci sono stati inculcati di generazione in generazione, no. Anzi, è un’emozione che sembra quasi essere bandita dal prisma di sensazioni che una donna può provare. “La rabbia ti rende brutta”, ti dicono fin da quando sei bambina. “Una femmina deve solo sorridere e far vedere quanto è graziosa”. È proprio per questo che, oggi più che mai, si parla di “soft rage”, ossia una rabbia silenziosa che però, se ben canalizzata, può trasformarsi in potere.

Ma come? Vediamolo nel dettaglio.

Cos’è la soft rage e perché le donne vivono la rabbia in silenzio

Con l’espressione “soft rage” si intende quella rabbia “morbida”, silenziosa, talvolta sussurrata, ma mai libera di esprimersi, che caratterizza – e ha caratterizzato – la maggior parte delle donne.

Il motivo, come sempre, è da rintracciarsi nei retaggi culturali e sociali che animano gli stereotipi sessisti e i ruoli di genere tramandati di secolo in secolo e di generazione in generazione. Retaggi che invitano – neanche tanto gentilmente – le donne a essere sempre calme, empatiche, accoglienti e accondiscendenti, a “fare le brave”, a “essere gentili” e a essere “meno emotive”.

Bambole di porcellana il cui compito è solo quello di fare bella presenza, dire sempre di sì e reprimere le emozioni più intense, la rabbia in primis, ad appannaggio del mito della “brava bambina” che non deve mai alzare la voce, deve obbedire sempre (al padre, al marito, ai dettami esterni) e non deve ribellarsi. In una parola: deve essere sottomessa.

La soft rage come esperienza collettiva

Eppure le donne provano rabbia, e anche molta. Le donne sono arrabbiate perché sono (ancora) sottopagate, sono (ancora) le referenti principali del lavoro di cura, sono (ancora) discriminate, sono (ancora) molestate, violentate, uccise, sono (ancora) sminuite, sono (ancora) ben lontane dal ricoprire ruoli professionali in posizioni apicali, sono (ancora) giudicate per i loro corpi, sono (ancora) in gabbia. Nonostante tutto.

La rabbia delle donne è, allora, la risposta a ingiustizie, discriminazioni e sessismo sistemici, e assume non solo una dimensione individuale, ma anche, e soprattutto, collettiva, politica, sociale. Come precisa la psicologa e psicoterapeuta Paola Danieli:

È abbastanza frequente che le donne sperimentino fin dall’infanzia la rabbia come un elemento pericoloso. A casa e a scuola vengono premiate le brave bambine, che stanno composte e zitte e sopportano. Le donne non sono libere di manifestare le loro emozioni, portano la missione di piacere e quindi il loro comportamento non può essere sgradevole e fastidioso, non può scoperchiare conflitti e mancanze: il compito delle donne, testimoniato dalla loro immagine sui media, non è di cambiare il mondo, ma di abbellirlo.

Essere arrabbiate significa essere tacciate come “isteriche”, “fastidiose”, “drammatiche”, “stizzose”, dunque “insopportabili”, non gradevoli. Di qui, la soft rage, ossia l’abitudine a celare la rabbia dietro la delusione, la parvenza di un benessere, il dolore, l’amarezza e la dissimulazione, sotto il giogo del patriarcato. Dimenticando se stesse.

Come trasformare la soft rage in potere

Trasformare la soft rage in una fonte di forza e potere è, tuttavia, possibile. Come esorta la scrittrice e attivista Soraya Chemaly nel suo saggio La rabbia ti fa bella. Il potere della rabbia femminile:

Ci è stato ripetuto per molto tempo di reprimere la rabbia, lasciando che corroda i nostri corpi e le nostre menti in modi che nemmeno immaginiamo. Eppure questo sentimento è uno strumento vitale, il nostro radar per l’ingiustizia e un catalizzatore per il cambiamento. E, viceversa, la critica sociale e culturale verso la nostra rabbia è un astuto modo di limitare e controllare il nostro potere.

La rabbia è un’emozione e, in quanto tale, scorre intrinseca anche dentro le donne, le quali, se permettono a loro stesse di riconoscerla e darle un nome, possono dare vita a una forma di “autocura” che porta inevitabilmente a un senso di liberazione e accettazione di sé.

Ne consegue, perciò, che la rabbia non sia qualcosa da repellere e silenziare, bensì una sensazione che, se ben canalizzata, può condurre a un’azione di comunità, politica e sociale: riconoscere le radici della rabbia – come la discriminazione di genere, il gender pay gap, il sessismo strutturale, la violenza di genere, gli stereotipi e i pregiudizi patriarcali – e unirsi in un fronte comune per scardinarle e combatterle significa convertire un sentimento individuale in un sentire collettivo, in un impegno politico che funge da motore propulsore per eradicare le “regole” del sistema e ribellarsi.

Divenendo, così, un invito ad accogliere la propria rabbia e, soprattutto, a darle tutta la voce che merita.

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