"Anche io - She Said": il film da vedere sul caso Weinstein e la nascita del #Metoo

Al cinema, l'indagine che è valsa un premio Pulitzer alle due giornaliste del New York Times che hanno squarciato il velo d'omertà sugli abusi sessuali e gli stupri perpetrati dal più potente produttore hollywoodiano ai danni di attrici e dipendenti.

Spaccadivanetti è stato appellativo usuale nel mondo cinematografico di casa nostra. Come scriveva Ennio Flaiano, giornalista e sceneggiatore a cui si devono molti dei capolavori del nostro cinema (La dolce vita, 8½, La notte, Fantasmi a Roma, solo per citarne qualcuno), nel suo Diario degli errori (pubblicato postumo nel 1977 ed edito da Adelphi nel 2002): “Si chiama Spaccadivanetti una ragazza che pur di fare cinema è prodiga delle sue grazie con i produttori. I divanetti sono quelli degli uffici. Perché li spacchi e come, è chiaro“. Spesso geniale, la penna di Flaiano è stata più volte capace di anticipare i tempi, ma resta pur sempre figlia della società in cui si è espressa.

In questo Paese, retrogrado e bigotto, a molta stampa nazionale, spesso ottuagenaria, è bastata qualche voce sul caso Weinstein – raccontato dal bel film Anche io – She Said di Maria Scharader  – e sul conseguente movimento #Metoo, per ritirar fuori il termine e archiviare in fretta e furia la questione, titillando il basso ventre dei lettori maschi screditando le accusatrici.

Che il casting couch (ovvero, divano per il casting) sia pratica antica è risaputo, basta leggere qualche memoria di vecchie glorie del cinematografo per averne contezza; accusare le attrici anziché i produttori è vizio tuttavia di un sistema che, ad oggi, sembra ancora avere molta nostalgia dei bei tempi andati, quando le donne che non si irregimentavano venivano cotte a puntino su pubblica piazza.

Tra le quasi 90 che negli anni sono riuscite ad accusare il potente produttore hollywoodiano (i suoi film, prodotti prima con la Miramax e poi con la Weinstein Company, hanno ottenuto 330 nomination agli Oscar e 81 statuette), non ci sono solo modelle e star (tra cui Angelina Jolie, Gwyneth Paltrow e Rosanna Arquette), ma anche dipendenti e assistenti; tutte vittime del medesimo schema predatorio: un invito nella suite di un albergo, l’accoglienza in accappatoio, l’offerta di un massaggio, la masturbazione, la proposta di una doccia. In tutte, la paura di essere licenziate, la vergogna per l’approccio, la scelta del mutismo.

Non è un mistero che nel corso della storia, le donne che hanno denunciato comportamenti sessuali inappropriati da parte di uomini di potere sono spesso state marchiate come frustrate, avide o bugiarde, e che i potenti siano sempre rimasti al proprio posto.

«È dannoso gridare quando nessuno ascolta», dice Ashley Judd, che nel film interpreta sé stessa, prima attrice a denunciare Weinstein. Dopo di lei, però, sono arrivate Rose McGowan, la modella italiana Ambra Battilana Gutierrez, e poi le impiegate della Miramax, le giovani assistenti Laura Madden, Zelda Perkins e Rowena Chiu: da lì in poi sono state in tante a parlare, squarciando insieme il velo di omertà che era steso sull’intero sistema.

Intanto, dopo eccessi, storture e passi indietro del movimento femminista nato da quelle prime denunce, Harvey Weinstein – quello che solo 11 anni fa, durante la cerimonia dei Golden Globes veniva definito Dio da Meryl Streep, ricevendo il premio per la sua interpretazione in The Iron Lady, prodotto dalla Miramax (che le sarebbe valso da lì a poco anche il terzo dei suoi Oscar) – è stato dichiarato colpevole di uno stupro e due aggressioni sessuali dalla giuria del processo di Los Angeles, mentre sta già scontando 23 anni di prigione dopo la condanna a New York. A volte, c’è giustizia anche per le spaccadivanetti.

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Il cast di Anche io – She Said film diretto da Maria Schrader (Courtesy Press Office)

Perché vedere Anche io – She Said, film sul caso Weinstein

Dopo lungometraggi celebri dedicati a importanti inchieste giornalistiche statunitensi, da Tutti gli uomini del Presidente (1976) di Alan Pakula, con Dustin Hoffman e Robert Redford a interpretare Carl Bernstein e Bob Woodward, a cui si deve l’indagine sullo scandalo Watergate, a Il caso Spotlight (2015) di Tom McCarthy, sugli abusi sessuali perpetrati da una settantina di sacerdoti dell’Arcidiocesi di Boston ai danni di minori, fino al più recente The Post (2017) diretto da Steven Spielberg, con Meryl Streep e Tom Hanks, che narra la vicenda della pubblicazione dei Pentagon Papers (documenti top secret del dipartimento della difesa degli Stati Uniti d’America), Anche io – She Said, della regista tedesca Maria Scharader, si aggiunge alla lista, raccontando una storia di grande giornalismo declinata al femminile.

«Non abbiamo puntato a offrire soltanto un’accurata rappresentazione di cosa voglia dire lavorare al New York Times, ma abbiamo voluto dare un contributo culturale in un momento storico in cui i giornalisti sono messi sotto accusa, criticati, attaccati, non creduti, addirittura marchiati come produttori di fake news. Il New York Times non è perfetto. I giornalisti qui non sono perfetti. Ma crediamo nella sincerità e nella professionalità di questo luogo, votato alla sacra ricerca della verità», ha spiegato la vera Jodi Kantor, raccontando nelle note di regia come sono arrivate alla stesura del film.

Megan e Jodi sono due giornaliste affermate ancor prima di far esplodere il caso Weinstein. Alla prima si deve un reportage che aveva dato voce alle donne che accusavano Donald J. Trump di molestie e altre forme di comportamento inappropriato. Alle seconda, articoli sulle condizioni di lavoro ad Amazon e a Starbucks. Entrambe vengono mostrate nell’adattamento cinematografico non solo come due stimate professioniste ma anche come madri alle prese l’una con una depressione post partum e l’altra con una figlia quasi adolescente e la più piccola di pochi anni. Lavoratrici, come ce ne sono tante, che trovano nella solidarietà tra donne la loro forza: una sorellanza che nasce con un sorriso, con un cenno quasi impercettibile della testa, con uno sguardo che sa riconoscere chi lotta in una simile sfida quotidiana. Un’alleanza in cui sta molta della bellezza del racconto, sempre pudico nei confronti della spettacolarizzazione di abusi e violenze.

Dialoghi serrati e una regia discreta, tutta al servizio della storia, concorrono insieme alle scenografie e ai costumi molto realistici (non a caso il film – complice anche la pandemia che ha tenuto in smartworking molti giornalisti – è stato girato per due settimane all’interno della sede del New York Times) a dar vita a un thriller di ottimo livello, che ben risponde ai criteri del cinema di genere.

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Distribuito in poche sale e poco pubblicizzato, in uscita in Italia il 19 gennaio in contemporanea a un film molto atteso come Babylon di Damien Chazelle, Anche io – She Said rischia di passare un po’ in sordina e non avere il riscontro al botteghino che invece meriterebbe.

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Zoe Kazan, Carey Mulligan, Rory Tolan e Patricia Clarkson in Anche io – She Said (Courtesy Press Office)

Scheda del film

Basato sull’indagine pubblicata dal New York Times nel 2017 e sul libro She Said: Breaking the Sexual Harassment Story That Helped Ignite a Movement (il racconto romanzato dell’inchiesta premio Pulitzer del New York Times sul caso Weinstein edito in Italia da Vallardi Editore, col titolo Anche io. Ti senti di dichiararlo?) di Jodi Kantor e Megan Twhohey, Anche io – She Said  è diretto da Maria Schrader, regista tedesca che si è già fatta apprezzare per la serie tv Netflix Unorthodox (per il quale ha vinto un Emmy nel 2020) e il delizioso I’m Your Man. L’adattamento è di Rebecca Lenkiewicz (a cui si deve la sceneggiatura di Ida, diretto da Paweł Pawlikowski).

Carey Mulligan (candidata all’Oscar per Una donna promettente – Promising Young Woman e per An Education) e Zoe Kazan interpretano le due reporter del New York Times, Megan Twohey e Jodi Kantor, che grazie alla loro inchiesta hanno rotto il silenzio sul tema delle aggressioni sessuali a Hollywood, dando così il via al movimento #MeToo e cambiando non solo l’industria cinematografica, ma la cultura dei luoghi di lavoro in tutto il mondo.

Le due attrici sono affiancate, tra gli altri, da Patricia Clarkson, Andre Braugher e Ashley Judd, nei panni di sé stessa.

Nel cast tecnico, Natasha Braier, autrice della fotografia, Meredith Lippincott, scenografa, Brittany Loar, costumista. Al montaggio, Hansjörg Weißbrich, mentre la colonna sonora si deve a Nicholas Brittell.

Fra i produttori del film compare anche Brad Pitt, legato a Gwyneth Paltrow all’epoca delle molestie subite da Weinstein, produttore della Miramax con cui l’attrice vinse un Oscar per Shakespeare in Love, del 1998.

Presentato in anteprima al 60esimo New York Film Festival e fuori concorso al 40esimo Torino Film Festival, Anche io è in sala dal 19 gennaio, distribuito da Universal Pictures Italia.

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