“Ero certa sarei diventata madre attraverso il mio corpo, poi ho incontrato lei”

Valentina e Anna Sara ci hanno raccontato il loro percorso per diventare madri grazie alla PMA: tra aspettative, difficoltà e pregiudizi.

Quando abbiamo saputo della loro storia per la prima volta, Valentina e Anna Sara (hanno scelto di non usare i loro cognomi) ci hanno spiegato che volevano rimanere anonime, perché spesso le persone, non sempre in malafede, sono facili al giudizio o al pregiudizio.

Così ci siamo lasciate con la promessa di aggiornarci più avanti, qualora la gravidanza di Anna Sara stesse procedendo per il meglio, e così è successo; naturale, quindi, che la prima domanda fatta a Valentina, che ha risposto alle nostre domande, sia stata: “La gravidanza sta andando bene?”

“Fortunatamente sì”, ci ha detto lei, aggiungendo anche di aver tolto il velo dell’anonimato per raccontarsi, finalmente, in maniera del tutto aperta.

Non è sempre facile essere una coppia lesbica in un Paese che ancora fa fatica ad accettare e a riconoscere i diritti della comunità LGBTQI+, che applaude all’affossamento del ddl Zan, ancor meno dire di voler essere madri, ma Valentina e Anna Sara hanno inseguito il loro sogno con caparbietà, e oggi si preparano all’arrivo di Giulio, in arrivo a ottobre. A noi hanno raccontato la loro storia e il loro percorso, travagliato, per raggiungere quel desiderio di maternità che la legge italiana tuttora impedisce loro.

Io sono un’ostetrica e Anna Sara è un medico – ci racconta Valentina – Io sono della provincia di Siena e lei di Firenze; ci siamo conosciute nel 2017, in un modo non troppo originale, i classici amici in comune che ci hanno presentate a una festa il giorno di Pasquetta. Tutto poi è andato in maniera molto naturale, e dopo poco abbiamo deciso di andare a convivere, così io mi sono trasferita a Firenze.

Ci hanno legate da subito la passione per il nostro lavoro, per la medicina, ma anche per le nostre gatte. Dopo i primi tempi passati a viaggiare, anche per conoscerci meglio, è arrivata la proposta di matrimonio, sempre durante un viaggio on the road sui Balcani, dall’Albania al Montenegro alla Bosnia fino in Grecia: Anna Sara mi ha chiesto di sposarla, le sembrava un passo necessario per consolidare la nostra unione.

Le nostre famiglie non ci hanno mai ostacolate, siamo state fortunate, anche se mi fa così strano dirlo, perché non dovrebbe essere una questione di ‘fortuna’ essere accettate da chi ti ha messo al mondo… 

Ci siamo unite civilmente nel settembre del 2020 a San Casciano, con tutti i nostri genitori che ci hanno accompagnate all’altare, e dopo poco abbiamo iniziato a organizzarci per la PMA, visto che il desiderio di allargare la famiglia è stato chiaro per entrambe fin da subito. In realtà entrambe avremmo voluto portare avanti la gravidanza, poi abbiamo scelto che fosse Anna Sara a farlo, e in questo ha inciso anche il mio lavoro: lavorare con tante madri mi ha reso particolarmente sensibile verso tutti i modi che ci sono di sperimentare la maternità, compresa l’adozione o, come nel mio caso, non portare in grembo il bambino“.

Da lì inizia il percorso nel mondo della fecondazione assistita, raccontato anche sul loro account Instagram; la coppia si rivolge alla loro ginecologa per svolgere gli esami di routine, ed è la stessa professionista a consigliare alla coppia una clinica di Siviglia, dove Valentina e Anna Sara vanno per provare una tecnica di primo livello, senza però la possibilità di poter scegliere il donatore.

“Questo ha pesato molto per noi – sottolinea Valentina – la clinica ci ha chiesto di indicare delle caratteristiche fenotipiche, che generalmente sono quelle della madre non partoriente, in modo che il bambino possa somigliarle un po’; ma la nostra idea era in realtà avere un secondo bambino, che avrei poi portato io, con lo stesso donatore, quindi non sapere chi questi fosse ha rappresentato un problema.

In Spagna abbiamo fatto tre tentativi, conclusisi con un aborto spontaneo e due test negativi; questo momento ci ha un po’ divise, è molto faticoso investire nel percorso di PMA, organizzarsi con il lavoro, sostenere le spese per trattenersi ogni volta nel Paese in cui vai, e a questo abbiamo dovuto aggiungere il dolore per la perdita, Anna Sara e i suoi sensi di colpa, il suo pensiero di aver fallito. Ma siamo andate avanti“.

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La svolta arriva quando una coppia di amiche indica loro una clinica danese, dove Anna Sara si sottopone a una fecondazione in vitro nel gennaio del 2022.

La cosa che mi ha sorpresa positivamente è stata che già a novembre, al momento del prelievo degli ovociti, in clinica mi hanno fatto firmare tutti i documenti dove entrambe compariamo con i nostri nomi, ci presentiamo come coppia, e dove era chiarito che gli embrioni appartenevano a entrambe, che non potevamo prendere decisioni separate sul loro destino e che, in caso di morte di Anna Sara, i doveri sarebbero tutti ricaduti su di me. Cioè, non sei tu a chiedere un diritto, ma ti viene garantito in automatico.

In Italia, invece, non va affatto così, e per il riconoscimento ci vuole molto tempo. Noi abbiamo chiesto all’Associazione Famiglie Arcobaleno una consulenza con un avvocato specializzato proprio in riconoscimenti omogenitoriali, che ci ha spiegato quanto sia importante ottenere tutta la documentazione della clinica e, in generale, portare quanti più documenti possibile che attestino il nostro stato di coppia e di famiglia.

Purtroppo noi non potremo fare il riconoscimento alla nascita, perché Firenze, come molte altre città italiane, ha deciso di eliminarlo; la strada che ci hanno suggerito è quindi quella dell’adozione, per me: dobbiamo preparare una scrittura privata in cui dichiariamo che la gravidanza è insorta all’interno della nostra relazione, per poi presentarci, con tutta la documentazione, al Tribunale dei Minori di competenza, dove io potrò chiedere l’adozione di Giulio, mio figlio, non prima, però, del compimento dei suoi sei mesi.

Per elaborare la domanda serviranno altri sei mesi, quindi, di fatto, prima dell’anno, anno e mezzo io non sarò, per lo Stato italiano, la madre di Giulio, ma solo la sua tutrice. Con tutti i rischi del caso“.

Ovvero?

Per fortuna ho un ottimo rapporto con i genitori di Anna Sara, ma pensate a quelle coppie magari non accettate dalla famiglia o in cui la compagna o il compagno non sono ben visti; in caso di morte della madre biologica, i genitori e i familiari di quest’ultima hanno la precedenza sull’educazione e la crescita dei figli rispetto al o alla partner, considerati appunto solo ‘tutori’ del bambino.

La buona notizia è però che da qualche mese i diritti sui figli sono stati estesi anche alla famiglia della madre adottante, quindi anche i miei genitori possono avere qualche diritto sul bambino“.

C’è una cosa, in particolare, che fa sorridere Valentina:

Spesso l’accusa che si rivolge alle coppie omosessuali, o ai single che desiderano un figlio, è di essere ‘egoisti’. Se penso a quanti soldi, energie e tempo ho speso e investito in questo percorso, mi viene proprio da ridere!

Fortunatamente, però, di pregiudizi sulla loro strada Valentina e Anna Sara ne hanno incontrati pochi:

“Medici, il negozio in cui abbiamo fatto la lista nascita, amici e conoscenti, in realtà sono molto poche le persone che rimangono a bocca aperta, e anche le nuove generazioni, per fortuna, sono sempre più aperte rispetto al tema dell’omogenitorialità.

Comunque è questione di mentalità: basti pensare che la mia nonna, di 95 anni, è felicissima di diventare bisnonna e non vede l’ora di incontrare Giulio, anche se condivide con lei lo 0% di DNA“.

 

 

 

 

 

 

 

 

Articolo originale pubblicato il 18 Luglio 2022

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