La storia dell’uomo è sempre andata di pari passo con i grandi movimenti migratori, e si può dire che anche grazie ai flussi costanti di migrazioni da una parte all’altra del globo si sia creato quel grande melting pot che ha permesso di incrociare etnie, culture e modi di vivere.

Storicamente, però, i migranti hanno pagato anche lo scotto di discriminazioni e pregiudizi, che li hanno portati all’emarginazione o, nei casi più gravi, a diventare simboli di tragedie e ingiustizie. Parlando solo dei nostri connazionali, potremmo citare le vicende di Monongah, Dawson o di Marcinelle, drammi che costarono la vita a decine di immigrati italiani giunti all’estero in cerca di fortuna, ma è soprattutto la vicenda di Sacco e Vanzetti a raccontare il clima di preconcetto e di avversione di cui i migranti erano vittime.

Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, foggiano l’uno, cuneese l’altro, si conobbero negli USA nel 1916; il primo era sbarcato oltreoceano, come spesso capitava all’epoca, per lavoro, avendo trovato un impiego presso un calzaturificio di Milford, mentre il secondo, pur non vivendo in particolari ristrettezze economiche, aveva forse deciso di seguire la vocazione migratoria di famiglia, anche per allontanarsi dal dolore per la morte dell’adorata madre, e aveva acquistato un carretto di pesce da un altro italiano. Spirito libero e accanito lettore di Marx, Darwin, Zola, Vanzetti guidò uno sciopero contro la Plymouth nel 1916, e nessuno volle più dargli un lavoro, motivo per cui aveva deciso di mettersi in proprio.

Dopo essersi incontrati, Sacco e Vanzetti si unirono in un gruppo di anarchici italoamericani che, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, riparò in Messico per evitare la chiamata alle armi; al loro ritorno nel Massachusetts, però, dopo la fine del conflitto, non sapevano di essere stati inseriti in una lista di sovversivi compilata dal Ministero della Giustizia, e di essere pedinati dagli agenti segreti americani. La morte del tipografo Andrea Salsedo, anche lui inserito nella black list, ritrovato il 3 maggio 1920 sfracellato al suolo alla base del grattacielo newyorchese in cui aveva la sede il Boi (Bureau of Investigation), portò i due italiani a organizzare un comizio di protesta a Brockton, previsto per il 9 maggio. La manifestazione però non ebbe mai luogo, perché Sacco e Vanzetti, trovati in possesso di una rivoltella e di una pistola semiautomatica con munizioni furono arrestati, e successivamente accusati anche di una rapina avvenuta a South Braintree, un sobborgo di Boston, poche settimane prima, in cui erano stati uccisi a colpi di pistola il cassiere del calzaturificio Slater and Morrill in cui era avvenuto il colpo, Frederick Albert Parmenter, e una guardia giurata, Alessandro Berardelli.

Per tutti il verdetto, con condanna a morte, nei confronti dei due italiani era stato palesemente inficiato dal clima di diffidenza e di discriminazione che il governo USA nutriva nei confronti degli immigrati; il Ministro della Giustizia Palmer aveva inaugurato una sorta di “politica del terrore” per tenere alla larga l’incubo comunista, e Sacco e Vanzetti non rappresentavano altro che perfetti agnelli sacrificali, con una conoscenza della lingua imperfetta e la colpa di appartenere a un gruppo anarchico.

Del resto, erano state le stesse parole di Sacco, al suo arrivo negli States, a fornire l’idea di come venissero considerati gli immigrati:

Al centro immigrazione ebbi la prima sorpresa. Gli emigranti venivano smistati come tanti animali. Non una parola di gentilezza, di incoraggiamento, per alleggerire il fardello di dolori che pesava così tanto su chi era appena arrivato in America. Dove potevo andare? Cosa potevo fare? Quella era per me come la Terra Promessa. Il treno della sopraelevata passava sferragliando e non rispondeva niente. Le automobili e i tram passavano oltre senza badare a me.

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Nonostante le forti proteste per la sentenza di morte emessa nei confronti dei due, con un corteo che per dieci giorni sfilò davanti al palazzo del governo, a Boston, l’intervento di moltissimi intellettuali americani e non, da George Bernard Shaw a Bertrand Russell, passando per Albert Einstein, Dorothy Parker e il premio Nobel francese Anatole France, e la presa di posizione del governo fascista, Sacco e Vanzetti vennero giustiziati il 23 agosto del 1927, a distanza di sette minuti l’uno dall’altro, dopo sette anni di udienze.

Solo dopo anni l’Italia deciderà di prendere coraggio e di chiedere che venga pubblicamente riconosciuta l’innocenza dei due, attraverso la revisione del processo e la riabilitazione di entrambi. Vincenzina Vanzetti, sorella di Bartolomeo, fondò nel 1958 il Comitato per la Riabilitazione di Sacco e Vanzetti, ricevendo consensi da tutta Italia. Nel 1977, a cinquant’anni di distanza dalla morte dei due, il governatore del Massachusetts Michael Dukakis emanò un proclama per assolverli dal crimine:

Io dichiaro che ogni stigma e ogni onta vengano per sempre cancellati dai nomi di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti.

Tuttavia, Dukakis non parlò espressamente del riconoscimento dell’innocenza dei due, né riabilitò le loro figure; negli ultimi 100 anni, niente di tutto ciò è mai accaduto a un condannato a morte negli USA. Dolorose, ma estremamente significative, sono le parole pronunciate da Vanzetti di fronte al giudice, poco prima della sentenza:

Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra – non augurerei a nessuna di queste creature ciò che ho dovuto soffrire per cose di cui non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui sono colpevole. Sto soffrendo perché sono un anarchico, e davvero io sono un anarchico; ho sofferto perché ero un Italiano, e davvero io sono un Italiano. Se voi poteste giustiziarmi due volte, e se potessi rinascere altre due volte, vivrei di nuovo per fare quello che ho fatto già.

 

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