Per Kimberlie Krimm, uccisa a 14 anni e, dopo 23, ancora senza giustizia

Uscita il 30 giugno 1998 per andare a trovare un amico e comprare la tintura per capelli, Kimberlie Krimm è stata ritrovata il 6 luglio 1998 al cimitero di McKeesport, in Pennsylvania. Che cosa è successo alla piccola “Kimmie”? Dopo decenni, i familiari chiedono ancora giustizia.

Ci sono storie torbide che vorremmo poter leggere solo nei libri o vedersi svolgere solo nei film. Storie senza via d’uscita, dagli esiti inspiegabili e ancora irrisolte, ma fautrici, anche dopo anni dal loro dispiegarsi, di un dolore senza eguali. Soprattutto per i familiari della vittima, vittime a loro volta di un sistema impotente e, talvolta, non in grado di giungere alla verità dei fatti.

Una di queste storie, definite propriamente “cold case”, è quella di Kimberlie Krimm, adolescente di McKeesport, città della contea di Allegheny, nello Stato della Pennsylvania, uccisa a 14 anni e tuttora senza giustizia.

L’episodio, infatti, non è mai stato ricostruito nella sua interezza. Ciò che è noto, a 23 anni di distanza, si riduce alle coordinate spazio-temporali della sua scomparsa: 30 giugno 1998, con il ritrovamento del corpo avvenuto poco dopo, il 6 luglio, presso il McKeesport and Versailles Cemetery.

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Kimberlie Krimm è stata rinvenuta su una collina del cimitero da un operaio: il corpo decomposto, il volto sul terreno, i pantaloni intorno alle caviglie. Una condizione che, come spiega la madre Jeanie Krimm al The Almanac,

significa che, lì, ci sia stata una attività sessuale.

Considerato lo stato avanzato della decomposizione causato dalle alte temperature del luogo, tuttavia, le modalità della morte di Kimberlie sono state giudicate “indeterminate” da parte dell’ufficio del coroner di Allegheny, e la dipartita della 14enne non è mai stata dichiarata ufficialmente un omicidio, «e questa cosa mi sconcerta», ha dichiarato la madre.

Ma che cosa è successo alla piccola Kimberlie? Ciò di cui si ha certezza, a decenni dall’accaduto, è che l’adolescente, come riporta Trib Live,

ha lasciato la sua casa per andare a trovare un amico e comprare la tintura per capelli, quando è scomparsa il 30 giugno 1998.

Quello che si è verificato dopo non è dato saperlo, ma i familiari ipotizzano che Kimberlie abbia deciso di prendere una scorciatoia nelle zone limitrofe al cimitero e, lì, sia stata probabilmente molestata e uccisa. E, dal momento che una scarpa è stata ritrovata lungo tale scorciatoia e un’altra fuori dal cancello, la madre Jeanie Krimm non esclude che

qualunque cosa sia successa, sia successa da qualche altra parte.

Scoprire la verità, in casi oscuri e privi di testimoni come questo, è davvero complesso. Lo sa bene l’ex detective della polizia di McKeesport Eugene Riazzi – ora giudice magistrale distrettuale –, che ricorda «come se fosse ieri» il giorno in cui è stato ritrovato il corpo di Kimberlie.

E che, a 23 anni di distanza dalla sua morte, continua a credere che, presto o tardi, la suddetta verità verrà fuori. Anche grazie alla pagina Facebook “Who Killed Kimberlie Krimm”, creata dalla madre Jeanie proprio per rimarcare la mancanza di giustizia che, ancora oggi, avvolge il caso.

Al momento, le indagini sono ufficialmente in mano alla polizia di McKeesport che, però, non si è mai esposta circa le cause della scomparsa, ribadendo solo che

tutto quello che si poteva fare è stato fatto: non c’era davvero molto da fare, tutte le piste sono state esaurite.

Non tutti, però, sono d’accordo con questa versione. E, soprattutto, con la mancata dichiarazione di omicidio. Continua, infatti, Jeanie Krimm:

Non riesco a capirlo: la polizia ti dirà che è un omicidio, ma secondo la legge il medico legale non può considerarlo tale. Kimberlie è stata sicuramente uccisa. Non possono provarlo, ma ho parlato con la polizia coinvolta e ti diranno che è stata uccisa.

Per quanto riguarda la concatenazione dei fatti, inoltre, Jeanie non ha mancato di esporre la sua personale teoria:

Penso che, forse, abbia preso una scorciatoia che risultava molto conveniente e si sia imbattuta in qualcosa che non avrebbe dovuto vedere, come gente che beveva, si sballava. [Kimberlie] stava sperimentando con alcol e marijuana, e qualcuno potrebbe averle detto: “Vuoi bere? Fumi una canna?” “Sì, certo”. E hanno iniziato a diventare un po’ vivaci, ma Kimmie non voleva avere nulla a che fare con tutto questo. Lei era una piccola creatura esuberante e probabilmente ha combattuto con le unghie e con i denti. E io non voglio essere una Pollyanna, ma non credo che loro non volessero ucciderla, e credo che Kimmie non abbia taciuto.

E chiunque abbia informazioni è invitato, ancora oggi, a parlarne e a esporle, per giungere il più vicino possibile al reale susseguirsi degli eventi di quell’estate del 1998.

Come si potrà notare, tuttavia, al gruppo Facebook creato per mantenere accesi i riflettori su tale cold case si è affiancato, a partire dal 2019, anche un altro nome: quello di Morgan Dunston. A 21 anni dalla tragedia già vissuta dalla famiglia di Kimberlie si è, infatti, aggiunta un’altra disgrazia.

La vittima, in questo caso, è, appunto, Morgan Dunston, la figlia 18enne di Angie Krimm, ossia la sorella di Kimberlie, nonché zia di Morgan. Scomparsa, come la zia 14enne, che non ha mai conosciuto, in un contesto torbido e avverso.

L’occasione era delle più gioiose: il ballo di fine anno. Dopo aver partecipato a una festa, Morgan si è ritrovata a proseguire i festeggiamenti con un gruppo di amici nel parcheggio di South Side Flats, impegnati, alle 3 di notte, in un ballo collettivo e tra pochi intimi.

[A un certo punto] qualcuno è arrivato da dietro e ha iniziato a sparare – come ha dichiarato la madre Angie al Post-Gazette – e la mia bambina è stata colpita.

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Vani i soccorsi in ospedale: il proiettile ha colpito la testa, e per Morgan non c’è stata alcuna speranza di sopravvivenza. E, proprio come accaduto 21 anni prima, non si è verificato nessun arresto: nessun riscatto per una ragazza «frizzante e gentile, sempre pronta a prendersi cura degli altri», strappata alla vita troppo presto.

Come la stessa Kimberlie, che, come ha raccontato la madre Angie,

lei idolatrava: portava con sé il suo fascino ogni giorno. Ha vissuto la sua vita come se la conoscesse.

Non resta che sperare, dunque, che venga fatta giustizia per due casi irrisolti, disperati e tragicamente connessi tra loro. In nome di Kimberlie, di Morgan e di tutti quegli adolescenti di cui, ogni anno, si perdono tristemente le tracce.

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