Viviamo negli anni del doomscrolling e può farci molto male: come difenderci

La sensazione la conosciamo tutti: entrare sui social network e finire sprofondati in un loop di brutte notizie, senza riuscire a uscirne. Questo fenomeno ha un nome: è il doomscrolling e può essere più pericoloso di quanto pensiamo.

Quante volte vi è successo di entrare in una spirale di brutte notizie sui social senza riuscire ad uscirne? Più numerose erano le notizie, maggiore era l’ansia. Eppure, non riuscivate a smettere. Siamo sicuri che siano state tante, soprattutto nell’ultimo anno.

Non siete i soli: sebbene il doomscrolling sia un fenomeno che ha da tempo colpito molti degli utenti dei social network, in particolare i giornalisti, la pandemia e il lockdown forzato hanno intensificato e diffuso questa pratica, che può avere effetti negativi sul nostro benessere mentale e fisico.

Che cos’è il doomscrolling?

Il Merriam-Webster, che ha inserito doomscrolling tra le parole da tenere d’occhio nel 2021, lo definisce come la

tendenza a continuare a navigare o scrollare tra le cattive notizie, anche se le stesse risultano tristi, scoraggianti o deprimenti

Secondo il Times, è addirittura

un’eccessiva quantità di tempo, spesa sullo schermo del mobile e dedicata all’assorbimento delle notizie distopiche

Mentre Kevin Roose del New York Times la definisce

cadere in tane di coniglio profonde e morbose piene di contenuti legati al coronavirus, agitandomi fino al punto di disagio fisico, cancellando ogni speranza di una buona notte di sonno.

Qualunque sia la definizione che preferite, il fenomeno è il medesimo: sempre più persone passano una sempre maggiore quantità di tempo immerse in un loop di cattive notizie e, pur riconoscendole come ansiogene e deprimenti, non riescono a smettere di leggerle e ricercarle.

Già negli anni ’70 si parlava di “mean world syndrome”, ovvero la convinzione che il mondo sia un posto più pericoloso in cui vivere di quanto non sia in realtà, come risultato dell’esposizione a lungo termine alla violenza correlata contenuti in televisione e, in un certo senso, il doomscrolling ne è l’erede.

Non si tratta di un fenomeno dell’ultima ora: sui social, in tv, alla radio, sui giornali, le notizie ci inseguono e sembra impossibile potervisi sottrarre. Quando sono negative, poi, sembra ancora più difficile distogliere lo sguardo. Nell’ultimo anno, però, la concomitanza della pandemia di COVID-19, di eventi drammatici (come l’omicidio di George Floyd, la repressione delle proteste #blacklivesmatter o le proteste di Capitol Hill) e il diffuso senso di incertezza sociale ed economica – senza dimenticare la quarantena forzata che ci ha obbligato a passare un numero sempre maggiore di ore allo smartphonelo hanno reso ancora più invasivo, e pericoloso.

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Perché siamo così attratti dalle notizie negative?

In parte è a causa del cosiddetto negativity bias, un bias cognitivo che fa sì che le cose di natura più negativa abbiano un effetto maggiore sul nostro stato psicologico rispetto alle cose neutre o positive. Come ha spiegato alla CNN Jeffrey Hall, professore di studi sulla comunicazione e direttore del Relationships and Technology Lab presso l’Università del Kansas,

Le persone tendono ad avere ciò che viene chiamato pregiudizio di negatività quando si tratta di informazioni. Da una prospettiva evolutiva, è correlato all’idea che dovevamo essere più attenti alle minacce. Se le cose non sono particolarmente sorprendenti, rimaniamo in uno stato di energia molto bassa, ma non appena vediamo qualcosa che è potenzialmente minaccioso o preoccupante, attira la nostra attenzione. Gli algoritmi stanno rilevando ciò in cui ci impegniamo e i nostri processi attenti tendono a concentrarsi sulle informazioni più negative.

In parte, invece, è legato all’anatomia stessa del nostro cervello, come spiega uno studio di Robin Blades, Protecting the brain against bad news.

Siamo evolutivamente cablati per individuare e anticipare il pericolo, motivo per cui tenere il polso delle cattive notizie può indurci a sentirci più preparati. […]
Normalmente, la circonvoluzione frontale inferiore del cervello (IFG) filtra selettivamente le cattive notizie quando aggiorna le convinzioni sulla base di nuove informazioni. […] Gli scienziati dell’Università di Londra hanno temporaneamente trasformato gli ottimisti in pessimisti sopprimendo l’attività dell’IFG. E altri hanno scoperto che il filtro delle cattive notizie del cervello si spegne se minacciato, una funzione che è utile in situazioni di vita o di morte ma autolesionista quando viene attivata dal doomscrolling.

Ovviamente, parte della responsabilità è anche legata al funzionamento dei social network e come sono disegnate le infrastrutture e gli algoritmi che li regolano, ricorda ancora Jeffrey Hall

L’obiettivo esplicito delle società di social media è raccogliere più informazioni sulle nostre abitudini di visualizzazione per catturare la nostra attenzione per periodi di tempo più lunghi. In questo modo possono monetizzare quel comportamento con lo scopo di venderlo agli inserzionisti.
Gli algoritmi sono progettati per massimizzare la quantità di tempo in cui le persone prestano attenzione all’app e si evolvono in base al coinvolgimento degli utenti. Ciò su cui fai clic, su cosa trascorrono più tempo i tuoi bulbi oculari, ciò che rinforzi nello scorrimento, dice all’algoritmo di cosa vuoi vedere di più. Diventa un imbuto in cui vedi sempre meno informazioni con cui non interagisci.

L’origine del termine doomscrolling

Secondo la giornalista finanziaria Karen Ho, la prima attestazione del termine “doomscrolling” risale all’ottobre 2018, per mano del profilo @callamitys su Twitter. La parola, però, ha probabilmente origini precedenti e il fenomeno, come generalmente accade, precede la coniazione del termine.

La parola nasce dall’unione di “doom”, che evoca oscurità e catastrofi e può essere tradotto con “destino avverso, sventura”, e “scroll”, letteralmente “scorrimento”. Talvolta viene sostituita da doomsurfing, utilizzando il termine “surf”, più diffuso agli albori di internet per descrivere la “navigazione” sul web.

Sebbene non sia ancora entrato all’interno di nessun dizionario, come abbiamo visto Merriam-Webster sta “osservando” il termine, una designazione utilizzata per quelle parole che vengono utilizzate sempre più spesso ma che non soddisfano ancora i criteri di inclusione. Dictionary.com, invece, lo ha scelto come principale trend dell’agosto 2020, mentre il dizionario Macquarie ha nominato “doomscrolling” la parola dell’anno scelta dal comitato per il 2020.

Le conseguenze del doomscrolling

Apri la tua app preferita solo per qualche minuto e in un attimo è già passata un’ora, scrollando tra dati dei nuovi contagi, l’economia in recessione e le nuove catastrofi ambientali, climatiche e sociali. Quante volte ti è successo?
La perdita del nostro tempo libero è la prima e più immediata conseguenza del doomscrolling, che ci intrappola all’interno di un mondo virtuale fatto di cattive notizie e disastri. Questo, però, non è l’unico effetto di questa pratica che, anzi, può rovinare addirittura la nostra salute mentale.

Secondo il già citato studio di Robin Blades, infatti,

Questa spirale negativa può avere un impatto sulla salute mentale. Gli studi hanno collegato il consumo di cattive notizie a maggiore angoscia, ansia e depressione, anche quando le notizie in questione sono relativamente banali. Secondo Graham Davey, professore emerito di psicologia presso l’Università del Sussex, l’esposizione a cattive notizie può peggiorare le preoccupazioni personali e persino causare “reazioni acute allo stress e alcuni sintomi di disturbo da stress post-traumatico che possono essere piuttosto duraturi”.

Gli studi suggeriscono una connessione tra il consumo di cattive notizie con livelli più elevati di ansia, depressione, stress e persino sintomi simili al disturbo da stress post-traumatico, ma non è solo questo.
Proprio come nella “mean world syndrome”, l’esposizione continua a cattive notizie ci porta a ritenere di vivere in un mondo ben più pericoloso e carico di minacce di quanto non sia in realtà, generando insicurezza e rischiando di minare il tessuto sociale.

Doomscrolling: come evitarlo?

La prima regola per evitare il doomscrolling è ridurre il tempo passato sui social media, imponendosi di staccarsi dallo smartphone in determinati momenti, ad esempio la sera prima andare a letto, o dandosi dei tempi limite entro cui chiudere l’app.

Il secondo passo è quello di conoscere l’algoritmo che regola il funzionamento dei social, per indirizzarlo e non esserne indirizzati, come spiega ancora Jeffrey Hall

Un ricercatore molto tempo fa mi ha detto qualcosa che pensavo fosse davvero intelligente. Ha detto: “Sto costantemente addestrando il mio algoritmo”. Quando vedo cose che voglio vedere, clicco e mi piace, e quando vedo cose che non mi piacciono, non ci clicco sopra. Puoi respingere ciò che vuoi vedere indirizzando l’algoritmo verso le cose che preferiresti vedere.

Un altro strumento, forse il più difficile perché richiede un impegno importante e costante, è invece coltivare l’ottimismo, come mostrano le ricerche e le evidenze raccolte da Robin Blades

Alcuni ricercatori sostengono che aumentare l’ottimismo può aiutare le persone ad affrontare meglio le cattive notizie senza staccare completamente la spina.
Uno studio interculturale ha scoperto che gli ottimisti, le persone con alti livelli di fiducia generale e coloro che non credono nelle teorie del complotto sperimentavano meno paura dei pessimisti quando consumavano informazioni sulla pandemia ed erano più propensi a seguire le misure di salute pubblica.

Un altro studio recente ha scoperto che l’ottimismo proteggeva le persone anziane dalla ricerca ossessiva di informazioni mediche online e dagli effetti psicologici negativi di quel comportamento. Secondo gli autori, “dato questo vantaggio dell’ottimismo durante l’attuale pandemia, è essenziale considerare i modi in cui potrebbe essere migliorato”. Ad esempio, “studi precedenti hanno suggerito che impegnarsi in attività sociali, coinvolgimento religioso, sostegno sociale, attività fisiche o praticare la gratitudine potrebbe aumentare l’ottimismo e la capacità di affrontare i problemi”.

Articolo originale pubblicato il 21 Maggio 2021

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