Dissonanza cognitiva: perché pensiamo una cosa e ne facciamo un'altra

A quanti di noi è capitato di pensare una cosa e fare esattamente l'opposto? Questo atteggiamento ha un nome: si chiama dissonanza cognitiva.

Vi è mai capitato di pensare a una cosa ma poi farne un’altra totalmente diversa? Se pensavate di essere i soli ad avere questi momenti, o che si tratti di semplice sbadataggine o distrazione, sappiate che c’è molto di più dietro: parliamo infatti di dissonanza cognitiva, una teoria della psicologia sociale che, una volta di più, ci rivela quanto incredibile e piena di sorprese sia la mente umana.

Cos’è la dissonanza cognitiva?

Introdotto da Leon Festinger nel 1957, e ripreso in seguito da Milton Erickson, nell’ambito della psicologia clinica, il concetto di dissonanza cognitiva descrive la situazione di elaborazione cognitiva alcuni pensieri, argomenti o opinioni si trovano contemporaneamente in contrasto funzionale tra loro in uno stesso soggetto.

La dissonanza cognitiva causa una sorta di tensione, molto simile a quella che proviamo in situazioni stressanti o durante emozioni negative; l’intensità del disagio provato è direttamente proporzionale all’importanza data al tema e a quanti elementi di esso si trovano in contraddizione. È generalmente usata per studiare le modalità attraverso cui avviene un cambiamento di opinione o di atteggiamento, e parte da una domanda molto semplice ma fondamentale: cambiando i pensieri, cambiano le opinioni?

In linea di massima la risposta a questa domanda è sì, anche se l’esito dipende comunque dal comportamento messo in atto, che non necessariamente corrisponde all’estinzione dell’atteggiamento stesso. In poche parole, sembra che la dissonanza cognitiva sia efficace solo, come si legge in questo articolo, quando:

  • la persona compie un atto non contrario al proprio atteggiamento;
  • un’azione indotta da una ricompensa o da una punizione è percepita come una libera scelta;
  • il riconoscimento sociale ottenuto dal cambiamento di atteggiamento porta a esiti positivi;
  • diminuendo le informazioni incoerenti, gli assunti appaiono molto in dissonanza cognitiva e quindi modificabili;
  • il cambiamento investe la componente cognitiva, emotiva e relazionale;
  • il cambiamento ottenuto produce progressivi successi.

Facciamo un esempio pratico: una dissonanza cognitiva sul non fumare. Essa potrà risolversi così:

  1. Non fumo perché mi provocherà il cancro.
  2. Continuo a fumare perché non è assodata una relazione di causa e effetto tra il fumo e il cancro.
  3. Fumo la pipa perché è meno pericoloso.

Esempi di dissonanza cognitiva

Uno dei più celebri esempi di dissonanza cognitiva è rappresentato dalla favola della volpe e l’uva di Esopo, in cui la dissonanza cognitiva – il desiderio della volpe di mangiare l’uva ma l’incapacità di arrivare a coglierla – conduce alla conclusione che “l’uva è acerba”.

Tuttavia, ciascuno di noi può portare moltissimi esempi di dissonanza cognitiva nelle situazioni più diverse che tutti viviamo ogni giorno: si è in dissonanza cognitiva se si mangia di nascosto il cioccolato mentre si è a dieta, se si fuma anche se il medico l’ha proibito, se ci si lamenta della calca nei centri commerciali il fine settimana e poi andiamo anche noi.

Conseguenze della dissonanza cognitiva

Come detto la dissonanza cognitiva, proprio perché pone in contrasto due argomenti antitetici, può indurre a un forte disagio nell’individuo; per spiegarne meglio le conseguenze vi riportiamo un famoso esperimento condotto proprio da Festinger a Stanford nel 1959.

In quell’occasione lo psicologo e il suo gruppo di ricercatori chiesero a un soggetto per volta di svolgere un compito particolarmente tedioso, in cui dovevano ripetere movimenti lenti e monotoni facendo roteare alcune figure geometriche, il tutto per un’ora circa.

Poi, a conclusione del compito veniva chiesto ai soggetti di mentire, facendo credere al partecipante successivo – in realtà complice dei ricercatori – che l’esperimento si era rivelato particolarmente eccitante e divertente; come ricompensa un gruppo di partecipanti riceveva in cambio un dollaro, un altro 20.

Terminato l’esperimento, ai partecipanti venne chiesto nuovamente, stavolta in maniera sincera, di giudicare la gradevolezza del compito appena finito, e i risultati furono sorprendenti: chi aveva ricevuto un dollaro, infatti, giudicò l’esperimento interessante, parlando anche di “bellezza simmetrica dei movimenti degli oggetti cilindrici mossi ripetutamente sulla tavola” e dissero che per la scienza avrebbero fatto questo e altro.

Perché?

Chi aveva ricevuto 20 dollari poteva giustificare la bugia visto il buon compenso ottenuto, ma chi ne aveva ricevuto solo uno mostrava un maggior livello di dissonanza cognitiva, perché non aveva il medesimo pretesto degli altri, perciò l’unico modo per ridurre tale dissonanza era appunto quello di correggere le proprie cognizioni, giudicando il compito appena svolto più interessante di quanto in realtà fosse e avessero percepito.

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Come ridurre (o sfruttare) la dissonanza cognitiva

Festinger, come scritto da stateofmind.it nell’articolo già citato, ha individuato tre modalità per ridurre la dissonanza cognitiva:

  1. cambiare un pensiero per renderlo più coerente con l’altro: se una persona mangia cioccolata quando è a dieta, dovrebbe modificare uno dei due comportamenti;
  2. aumentare le evidenze a favore del comportamento incoerente: di fronte all’evidenza del comportamento scorretto, chi ne approfitta tenderà a giustificarlo (esempio: la cioccolata mette di buon umore);
  3. diminuire la dissonanza: si cerca di fare in modo che le posizioni assunte siano meno discordanti; una persona a dieta continua a mangiare cioccolata pensando che, dopo tutto, una vita di privazioni e rinunce non è bella e che “di qualcosa si deve pur morire”.

Ma Festinger ha indicato anche i processi per uscire dalla dissonanza cognitiva, evidenziando 5 situazioni possibili:

  • Situazione 1, definita di compiacenza indotta o forzata: se un comportamento porta a conseguenze negative, allora cambiarlo avviene liberamente.
  • Situazione 2, di giustificazione dello sforzo: se un cambiamento ci costa particolarmente in termini emotivi è più difficile metterlo in dubbio e quindi cambiarlo.
  • Situazione 3, o di giustificazione insufficiente: chi è gravemente minacciato riduce la propria volontà in misura minore rispetto a chi riceve solo una leggera ammonizione.
  • Situazione 4, di dissonanza post-decisionale: si giunge a conclusione che sono in contrasto fra loro per favorire la decisione presa.
  • Situazione 5, definita della dissonanza derivata dalla disconferma di una credenza importante: si tende a rinforzare le decisioni prese e negarle se è necessario, ma solo se si verificano queste condizioni: a) la credenza originaria è molto forte. b) ci si espone pubblicamente. c) si ha la disconferma di un evento. d) non vi è un sostegno sociale a favore del cambiamento.

In generale, comunque, almeno inizialmente quello della dissonanza cognitiva è un meccanismo che usiamo per autotutela. Un esempio classico è quando, dopo la rottura di un legame, si dicono cose come “Lo sapevo che non avrebbe funzionato” o “Non ne valeva la pena”, affermazioni che tendono a mascherare il profondo dolore che in quel momento proviamo; è un meccanismo che si osserva anche nelle persone con poca autostima, che sono solite mentire a se stesse per nascondere quelle che considerano debolezze.

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In questo modo vengono trattate dagli altri rispetto a ciò che mostrano all’esterno, quindi in maniera conforme rispetto alla maschera che si sono create.

Alla lunga, però, il risultato che questa situazione sortisce è di farle sentire incomprese, per questo è molto importante conoscere il limite della dissonanza cognitiva per evitare di cadere nell’autoinganno e nelle bugie.

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