La mente umana è certamente affascinante, e su questo non vi è ormai più alcun dubbio. Ma, per gli scettici che ancora non credono alle incredibili potenzialità che l’essere umano ha, potremo parlavi dell’ipertimesia, ovvero il dono (per alcuni una sfortuna) di ricordare ogni cosa.

Come funziona la memoria umana? Riassumendo in maniera molto breve, il cervello riceve le informazioni dagli organi sensoriali, che convertono l’energia associata a determinati stimoli in impulsi elettrochimici; le informazioni viaggiano tramite la neurotrasmissione sinaptica alle strutture temporali e all’ippocampo, dove vengono “immagazzinate”, anche se nessuno studioso ancora conosce bene il meccanismo che è alla base della costruzione di questo “database”.

A tutti noi, però, capita di ricordare episodi precisi della nostra infanzia, mentre abbiamo le idee più confuse su altri, magari anche più recenti.

Ecco, chi soffre di ipertimesia ricorda invece tutto, ma proprio tutto, della propria vita e del mondo circostante: che giorno era il 23 aprile del 2000, cosa ha mangiato a un pranzo di dieci anni fa, e così via.

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Cosa significa ipertimesia?

L’etimologia è da ritrovarsi nelle parole greche iper (eccessivo) e thymesis (ricordare), ma nella sfera pratica l’ipertimesia è una condizione caratterizzata da una memoria pratica estremamente sviluppata, che permette di ricordare ogni dettaglio della propria vita, senza produrre alcuno sforzo e in modo del tutto inconsapevole.

Conosciuta anche con i nomi di sindrome ipertimesica o HSAM (dall’acronimo anglosassone di Highly Superior Autobiographical Memory, Memoria Autobiografica Altamente Superiore), l’ipertimesia permette a chi la ha di ricordare, ad esempio, l’abbigliamento di un amico con cui ha parlato diversi anni prima, ma non l’argomento del discorso, poiché questa peculiarità permette di archiviare informazioni superflue, che generalmente rientrerebbero nella memoria a breve termine, come fossero quelle più significative, quindi appartenenti alla memoria a lungo termine.

In genere, i ricordi significativi sono immagazzinati nel cervello e sono richiamabili alla mente al momento del bisogno; probabilmente, tutti noi ricordiamo cosa stavamo facendo l’11 settembre 2001. Per chi ha l’ipertimesia, invece, ogni ricordo diventa significativo, ma, trattandosi comunque di un’abilità “selettiva”, non possono sfruttarla, ad esempio, a scuola o sul lavoro. Infatti sono studenti nella media.

Nel mondo ci sono circa 80 casi accertati di persone con ipertimesia (alcune in Italia), e questi soggetti non si distinguono per genere, quoziente intellettivo, età o stato sociale, perciò si può affermare che non esistano condizioni che predispongano maggiormente al fenomeno.

Per quanto non comporti danni fisici e non abbia effetti collaterali, l’ipertimesia può comunque generare una sorta di isolamento sociale, diventando altamente estenuante ed estraniante. Una reazione del genere si è verificata, ad esempio, in Jill Price, la donne cui per prima venne diagnosticata l’ipertimesia, di cui parleremo fra poco.

Cause dell’ipertimesia

Attualmente le cause dell’ipertimesia non sono ancora note, ma alcuni sostengono che a essere coinvolti siano processi biologici e psicologici: infatti, secondo questi ultimi, il soggetto ipertimesico avrebbe la tendenza a “rimuginare” su ricordi superflui in modo ossessivo-compulsivo, fino a cristallizzarli nella memoria, mentre dal lato biologico alcuni scienziati hanno suppongono che ci possa essere un’alterazione del circuito frontostriatale, il quale è legato a disordini nello sviluppo neurologico. Ciò significa che i pazienti con ipertimesia evidenziano un lobo temprale e il nucleo caudato del cervello più grandi rispetto a chi ha una memoria tipica.

Il ricercatore Lawrence Patihis, ora all’Università del Sud Mississippi, ha analizzato 20 soggetti incapaci di dimenticare, riscontrando in tutti loro due valori particolari: una maggiore predisposizione alla fantasia (fantasy proneness) e una più alta capacità di assorbimento o di immersione attentiva (absorption).

In effetti, spesso gli ipertimesici sono più sensibili a suoni, odori e dettagli visivi, particolari che si legano ai ricordi, rendendoli indelebili e, mentre la capacità di assorbimento fornisce le basi per ricordi duraturi e dettagliati, la disposizione alla fantasia permette di rivivere le medesime esperienze.

Ma è ovvio che non tutti i dotati di fantasia soffrano di ipertimesia; per Patihis chi la evidenzia ha vissuto una determinata esperienza in passato che lo ha obbligato a pensare insistentemente al proprio vissuto.

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Esiste un test per l’ipertimesia?

Ovviamente sì, anzi la diagnosi viene effettuata proprio con test neuropsicologici standardizzati e risonanze magnetiche. In particolare, possono essere usati test di memoria, valutazione della lateralizzazione, studio della capacità di linguaggio e di calcolo e delle funzioni motorie e sensitive, e in più ci si può sottoporre a un test sul quoziente d’intelligenza.

Tuttavia, nessuno di questi test pare essere disponibile su Internet, perciò, se stavate pensando di valutare la vostra ipertimesia, non potrete farlo in rete.

Storie famose di ipertimesia

Il primo caso descritto di sindrome ipertimesica è stato quello di Jill Price, una donna statunitense di 49 anni che, nei primi del 2000, contattò via mail il neurobiologo ed esperto di memoria Jim McGaugh, dicendogli che poteva ricordare perfettamente ogni singola cosa che le fosse accaduta da quando aveva 12 anni. Fu sottoposta a una serie di test che confermarono le sue affermazioni.

A riprova del suo particolare “talento” Jill aveva anche tenuto un diario, in cui annotava ogni dettaglio delle sue giornate, partendo dalla giornata in cui era caduta la Pasqua del 1980, fino al momento in cui si era rivolta allo specialista. Ricordava, ad esempio, di aver mangiato una zuppa la sera del 19 ottobre 1979, e anche a distanza di tempo era stata in grado di ricordare tutte le date degli appuntamenti che aveva avuto con McGaugh in laboratorio.

Ma fra le storie famose di ipertimesia Focus riporta anche quella del giovane artista e ricercatore statunitense Nima Veiseh, che ricorda con precisione assoluta praticamente ogni singolo evento della sua vita.

In Italia Le Iene hanno parlato di Giovanni Gaio, che ricorda anche i minimi dettagli della sua vita, mentre La Stampa si è occupata di lui e di altre sette persone, sottoposte, fra il 2015 e il 2018, ad alcuni test da parte del dottor Valerio Santangelo e dalla dottoressa Patrizia Campolongo della fondazione Santa Lucia, i quali hanno scoperto che la corteccia prefrontale e l’ippocampo delle menti di queste otto persone funzionano in maniera diversa rispetto alla media: infatti, permettono loro di accedere più facilmente a tracce di memoria, irraggiungibili dalle persone comuni.

Da poco ho ascoltato ‘Zombie‘ dei The Cranberries – ha detto una di loro, Veronica Carletti, di Rimini – e mi ricordo di averla sentita per la prima volta nel 1994 perché ero al compleanno di una mia vicina di casa che festeggiava i 14 anni. Non ho bisogno di un’agenda e non ho mai avuto il diario a scuola. È un dono che non riesci a spiegare agli altri.

Per me il tempo è circolare: le cose successe 10 anni fa le vivo come se fossero accadute oggi. Con il tempo ho imparato a scindere i ricordi del passato da quelli di oggi. La mia mente gli dà la stessa importanza. È come se vivessi un eterno presente. Se mi sveglio la mattina e vedo che è l’11 luglio mi vengono in mente tutti i compleanni di chi è nato quel giorno e quello che ho fatto l’11 luglio di ogni anno della mia vita. E la cosa particolare è che associo anche i colori, una sorta di sinestesia mentale: l’11 lo vedo nero, il luglio viola, il 2 rosso e lo 0 grigio.

Articolo originale pubblicato il 22 Ottobre 2020

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