Siamo tutte Antigone“: ebbe a dire Judith Malina, fondatrice del Living Theatre e storica interprete dell’eroina greca. “È dentro tutti noi quando rifiutiamo di fare ciò in cui non crediamo, quando diciamo no anche quando la legge minaccia di punirci“.

Per punizione l’eroina sofoclea era stata condannata alla prigione a vita, in una grotta; quella moderna, protagonista del film omonimo diretto da Sophie Deraspe, è costretta a vedersi revocare il permesso di soggiorno come rifugiata politica. Per entrambe, la legge dello Stato non vale quanto quella del cuore.

Secondo il mito, ripreso da Sofocle nel 442 a.C., nata dal rapporto incestuoso tra Edipo e sua madre Giocasta, Antigone ha una sorella, Ismene, e due fratelli, Eteocle e Polinice, che si sono uccisi vicendevolmente durante la guerra dei Sette. Creonte, il re di Tebe, impedisce che il corpo di Polinice, poiché si è alleato con la città di Argo, trovi una giusta sepoltura. Antigone, pur di seppellire il fratello, infrange la legge della Polis e paga con la sua libertà la disobbedienza.

Simbolo di emancipazione femminile, Antigone ha affascinato più volte la fantasia degli artisti che sono venuti dopo il poeta tragico ateniese, soprattutto in età moderna: Jean Cocteau, Jean Anouilh, Bertolt Brecht hanno interpretato il mito in imprescindibili pièce teatrali dove è stata posta attenzione di volta in volta ora sull’aspetto individuale ora su quello collettivo.

È un inno alla libertà l’adattamento che ne fa Liliana Cavani ne I cannibali del 1970 (“un film che da solo fa venire voglia di cambiare il mondo“, lo ha definito il fisico Carlo Rovelli in un’intervista al Corriere della Sera):  la Antigone interpretata da Britt Ekland, aiutata dal solo Tiresia infrange l’obbligo di lasciare in strada, insepolti, i corpi dei ribelli che si sono rivoltati allo stato di Polizia che vige in una Milano fuori dal tempo. Uccisa, sarà esempio e modello per tanti altri giovani che decideranno dopo di lei di opporsi all’ordine costituito.

Nel Canada odierno del film di Sophie Deraspe, Antigone e i suoi fratelli sono arrivati insieme alla nonna, Ménécée, dalla Cabilia algerina, in fuga dagli scontri della Primavera Nera. Quando il fratello maggiore Eteocle viene ucciso dalla polizia, mette in gioco il suo futuro pur di salvare l’altro fratello, Polinice, incarcerato per aver aggredito il poliziotto che ha fatto partire il colpo. “Ho infranto la legge ma lo rifarei, il cuore mi dice di aiutare mio fratello”, grida al processo la protagonista con il volto della giovanissima Nahéma Ricci.

Essere Antigone, d’altronde, significa restare fedeli al proprio senso di giustizia: come Greta Thunberg, l’adolescente che rifiuta la scuola per salvare l’ambiente, come Carola Rackete, la capitana che sfida il divieto di entrare nel porto pur di salvare i profughi salvati dalla Sea Watch, come Ebru Timtik, l’avvocata turca morta a Istanbul dopo 238 giorni di sciopero della fame in nome di un processo equo per sé e i suoi colleghi.

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Nahéma Ricci in Antigone di Sophie Deraspe (Foto: Ufficio Stampa)

Antigone di Sophie Deraspe: la scheda del film

Presentato al Toronto Film Festival (dove ha vinto come miglior film canadese), scelto per rappresentare il Canada agli Oscar 2020 e passato in anteprima in Italia alla Festa del Cinema di Roma 2019, Antigone di Sophie Deraspe arriva finalmente in sala distribuito da Parthénos insieme a Lucky Red,

Riflessione sull’eterno conflitto tra legge e giustizia e ambientato nella società di oggi sempre più incapace di restare umana, il film è diretto da Sophie Deraspe, regista, sceneggiatrice e direttrice della fotografia al suo quinto lungometraggio.

La sceneggiatura, scritta dalla stessa regista, è ispirata a una storia vera: l’affaire Fredy Villanueva, sparatoria che il 9 agosto 2008 ha sconvolto il Canada. A Montréal, un immigrato onduregno di 18 anni arrivato in Québec nel 1998 con il fratello e le tre sorelle, è stato freddato da due proiettili sparati dai poliziotti a cui il giovane ha rifiutato di fornire le generalità mentre giocava a dadi con gli amici su un marciapiede (la legge canadese proibisce il gioco d’azzardo nei luoghi pubblici).

Deraspe ha quindi inserito i social media in quel ruolo che nella tragedia greca era svolto dal coro, di commento degli eventi vissuti e di espressione delle emozioni suscitate: “Trovo che i social media agiscano esattamente allo stesso modo in quel grande teatro che è la società contemporanea. Sono il mormorio della città. I cori/i social media prendono posizione mentre la storia avanza, commentano i fatti, a volte li distorcono o traggono ispirazione da loro“, ha spiegato.

Folgorata, a vent’anni, dalla lettura di Antigone di Jean Anouilh (scritta e rappresentata durante l’occupazione nazista di Parigi), e poi da quella sofoclea, la regista ha voluto mettere in scena “non solo l’integrità di Antigone, il suo concepire la cittadinanza in senso ben più profondo di quanto non facciano le istituzioni – il potere di Creonte diviso tra poliziotti, giudici, assistenti sociali – ma la sua inaudita capacità di amare“.

Antoine Desrochers in Antigone di Sophie Deraspe (Foto: Ufficio stampa)

Perché vedere il film di Sophie Deraspe

Sophie Deraspe mette il civilissimo Québec dell’Immigration and Refugee Protection Act del 2002 al centro dell’ennesima tragedia dell’immigrazione.

Interpretato da un’intensa e mai retorica Nathéme Ricci, Antigone tiene attaccati alla sedia per tutti i suoi 104 minuti, fino all’inevitabile epilogo: da un corridoio livido che odora di miglio verde lo sguardo di Antigone condanna l’intero Occidente. Il suo sguardo fiero sta li à giudicarci, costretta come è, studentessa modello, a scegliere tra l’amore fraterno e la cittadinanza; come toccò all’illustre tebana prima di lei, tra la legge dello Stato e il suo senso di giustizia.

E ci giudica la berbera Ménécée, la nonna che si è fatta carico di condurre in salvo i 4 nipoti dalla terra natìa, da cui ha portato solo qualche veste e i canti ardenti. “Il vostro unico problema è l’inverno”, grida in arabo al ricco politico la cui unica assunzione di responsabilità si placa pagando per risolvere i guai in cui si caccia il figlio, l’appassionato Emone.

La politica, d’altronde, è assente in tutto il corso della storia: una Politica che sappia governare le immigrazioni, che sappia integrare nel rispetto delle differenze, che sappia aiutare milioni di esseri umani in fuga dall’inferno di casa loro.

Sull’Antigone classica e i suoi fratelli, figli incestuosi, si era abbattuta la colpa commessa dal padre Edipo; sulla Antigone algerina e i suoi fratelli ricade una colpa di padri invisibili, i cui mandanti sono sulle altre sponde del mare.

Trasfigurata nella Giovanna d’Arco di Carl Theodor Dreyer, la ragazza non si accontenta di una felicità concessa agli ultimi come le ossa ai cani, sa che la normalità a cui aspira la sorella Ismene non è per lei e la sua famiglia. Antigone, a 17 anni, è consapevole che non è destinata ad avere un futuro. Almeno, non un futuro nello stato del Diritto.

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