Mitomania: cosa significa in psicologia, sintomi e cure - Roba da Donne

Mitomania, quando dire le bugie (e distinguerle dalla realtà) è una malattia

Quanto può essere grave mentire? Scopriamo insieme cos'è la mitomania e perché, dire bugie, può diventare una condizione cronica.

A ognuno di noi, almeno una volta nella vita, è capitato di dire una bugia (tendenzialmente molte di più). Nulla di grave quando a farlo sono i bambini o quando viene fatto a “fin di bene”. Molto diverso, invece, è il caso in cui il mentire diventi una costante di vita, sfociando nella mitomania.

Mentire in maniera patologica e compulsiva, infatti, viene considerata come una vera e propria malattia. Un disturbo della personalità, che mira a creare una finta realtà alimentata dalle bugie, e che si cerca di imporre agli altri e anche a se stessi. Diventandone schiavi.

Perché si, la mitomania è un problema che a lungo andare può intaccare irrimediabilmente la lucidità della persona che ne soffre, che può arrivare a non riuscire più a distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è.

Ma cerchiamo di capire meglio cos’è la mitomania, come si manifesta e com’è possibile curarla e tornare a vivere una vita reale.

Mitomania: linguaggio comune e psicologia

Vi sarà capitato, magari durante una conversazione con un vostro amico un po’ troppo auto celebrativo, di dargli del mitomane.

Nell’uso comune questo termine viene utilizzato spesso accomunato alla megalomania, ovvero l’esagerato apprezzamento di se stessi e la tendenza a manifestare atteggiamenti di superiorità verso gli altri, anche attraverso azioni sproporzionate rispetto alle reali capacità.

In realtà, seppur simili, megalomania e mitomania non devono essere confuse.

Questa patologia, infatti, è la tendenza patologica a manipolare la verità, mentendo in modo continuo e prolungato, allo scopo di avere un’esaltazione di se stessi anche a livello psicologico.

Il mitomane, però, a differenza del megalomane, non ha bisogno di mettersi alla prova ma vive la sua bugia come se fosse reale, senza esporsi concretamente alla vita vera.

Le origini del termine

Il concetto di mitomania, o pseudologia fantastica, appare per la prima volta agli inizi del ‘900 a opera dello psicologo e psichiatra francese, dott. Ernest Dupré.

Nel 1905, infatti, fu proprio lui a pubblicare un saggio intitolato “La Mythomanie. Étude psychologyque et medico-legale du mensonge et de la fabulation morbides”.

Secondo lo studioso, una persona mitomane è, di fatto, un bugiardo patologico, il cui obiettivo non è quello di imbrogliare gli altri, ma piuttosto quello di manipolare la realtà a proprio piacimento, per renderla più interessante, anche ai suoi occhi.

La necessità compulsiva di disegnarsi una vita emozionante e avventurosa, ricca di tutte quelle cose che non si ha il coraggio o che non ci si può permettere di vivere.

Il bisogno di crearsi intorno, in modo fittizio, un mondo e una vita migliore di quella che si vive davvero (il mitomane è appunto un inventore di miti), mostrandola agli altri e cercando di convincere sia loro che se stessi.

La differenza tra chi mente per il piacere di farlo e il mitomane, infatti, è proprio questa. Chi soffre di mitomania, a lungo andare, non distingue più il confine tra la realtà e la menzogna, diventando “vittima” delle sue stesse bugie.

Tipologie di mitomania

Non la semplice voglia di raccontare menzogne ma un vero e proprio disturbo psicologico che, lo stesso Dupré, distinse in quattro tipologie.

Secondo lo studioso, infatti, a seconda delle varie caratteristiche di chi ne soffre, la mitomania può essere:

  • errante: la tendenza a scappare quando si è di fronte alla realtà;
  • vanitosa: la volontà di apparire più belli e migliori di quello che si è realmente, allo scopo di sentirsi meglio e di avere l’ammirazione di chi ci circonda;
  • perversa: è la menzogna a scopo pratico ed economico, un modo per approfittarsi degli altri;
  • maligna: si manifesta con il tentativo di colmare un complesso di inferiorità. Non è fatta intenzionalmente per nuocere qualcuno ma è, piuttosto, un modo per preservare se stessi.

La finalità, quindi, non è qualcosa di concreto e tangibile ma è più la necessità di proteggersi dal giudizio degli altri (e dal proprio), manipolando la realtà e cercando si suscitare ammirazione e stima attraverso la menzogna.

Da cosa è causata?

Ma perché si arriva a mentire per cercare un rifugio dalla vita reale? Cosa causa questa repulsione verso ciò che è vero, tanto da inventarsi una sorta di vita parallela?

Il più delle volte la nascita della mitomania è legata a:

  • scarsa autostima;
  • insicurezza;
  • critiche ricevute durante l’infanzia (dai genitori o da persone esterne);
  • sensazioni di ansia o frustrazioni dalle quali si cerca di difendersi;
  • persecuzione sociale dovuta, magari, alla condizione economica familiare.

Tutte condizioni che minano il pensiero e l’opinione che si ha di se stessi e, quindi, il giudizio che si pensa che gli altri possano avere verso di noi.

Un problema diffuso questo. Un atteggiamento difficile da modificare e che, pur non sfociando nella mitomania, può davvero condizionare la vita di chi ne soffre.

Sintomi della mitomania

A questo punto la domanda sorge spontanea. Come si fa a distinguere chi mente da chi dice la verità o chi mente per piacere da chi, invece, è esso stesso vittima delle sue bugie?

A differenza di quanto si possa pensare, chi soffre di mitomania sviluppa tutta una serie di sintomi che consentono a chi ascolta di riconoscere la patologia in atto. E questo è molto importante sia per evitare di farsi imbrogliare sia per aiutare la persona stessa.

Come si fa, quindi, a riconoscere un mitomane? La prima cosa da tenere a mente è che, chi soffre di mitomania, distorce la realtà in continuazione, inventandosi episodi e ricordi mai vissuti in modo sistematico. E lo fa con una certa facilità.

Secondo alcuni studi, infatti, chi mente in modo patologico possiede più sostanza bianca nell’area prefrontale del cervello, il che vuol dire che, oltre ad avere connessioni più rapide, ha un maggior flusso di pensiero e di fluidità verbale.

Proprio per questo un mitomane avrà la tendenza costante a:

  • esagerare riguardo le proprie capacità o esperienze, vantandosene;
  • falsificare la realtà per attirare su di sé l’attenzione a ogni occasione possibile;
  • mentire risultando sempre positivo e degno di stima da parte degli altri;
  • raccontare storie mai vissute cercando di apparire quasi come un eroe;
  • manipolare gli altri per rendere più reali le sue fantasie;
  • inventare aneddoti, magari sostenendo di conoscere persone importanti, di guadagnare molto o di avere una posizione di rilievo a livello lavorativo, di aver avuto chissà quali esperienze in ogni ambito, ecc.

Tutti atteggiamenti che ne esaltano la figura e che lo rendono brillante agli occhi di chi lo circonda (e, come detto, soprattutto ai suoi).

Atteggiamenti che, però, possono sfociare in un cambio della personalità del soggetto e che, spesso, possono sfuggire di mano.

Cura e trattamento della mitomania

Il mitomane, infatti, è una persona molto fragile e insicura e il rischio di cadere nella sua stessa tela di finzione è altissimo.

Preferisce cullarsi in un mondo di fantasia piuttosto che vivere nella realtà al punto tale che, se viene smascherato (ed è praticamente inevitabile), può cadere in stati di depressione e di fallimento, sia negli affetti che a livello personale o lavorativo.

Non è cosciente del suo disturbo e in un certo senso lo subisce. Per questo, chi gli sta vicino, ha il compito di provare a convincerlo a farsi aiutare da uno specialista.

Secondo il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM), la mitomania rientra tra i disturbi narcisistici e quelli istrionici della personalità, ovvero chi fa di tutto per attirare l’attenzione e l’ammirazione altrui.

Sia uno psichiatra che uno psicoterapeuta, dopo un colloquio approfondito, possono diagnosticare e iniziare un trattamento mirato, curando la persona mitomane attraverso delle sedute specifiche.

Lo scopo è quello di investigare sull’origine del comportamento, portando alla luce il motivo per cui è nato nel paziente questo rapporto conflittuale con se stesso e il rifiuto di ciò che è.

Il primo passo per farlo è senza dubbio la consapevolezza. Un mitomane deve prima di tutto riconoscere di avere un problema e di voler essere aiutato per farsi curare. Un po’ come accade per la maggior parte delle patologie che arrivano da un rifiuto interiore.

Lo psicoterapeuta, quindi, dovrà lavorare su questo e sulla dipendenza del mitomane all’opinione degli altri, cercando di eliminarla e di rendere il paziente libero, lucido e autonomo nel pensiero che ha di se stesso.

In più, anche a seconda delle condizioni e delle esigenze del soggetto, il terapeuta può decidere se intervenire con degli antidepressivi o stabilizzatori dell’umore.

L’importanza dell’autostima

A questo punto, quindi, appare chiaro quanto sia importante lavorare sulla propria autostima, sulla considerazione che si ha di se stessi e sull’importanza di non giudicarsi per i nostri presunti fallimenti.

E questo è un lavoro che deve partire fin dall’infanzia. Dal contesto familiare, dalle parole che rivolgiamo ai nostri figli e da quanto si è bravi a insegnarli che, nonostante ci proveranno in tanti, nessuno può giudicare o sminuire chi siamo.

Non esistono classifiche di bravura, bellezza o possibili successi. Quello che esiste e che conta è la consapevolezza che ognuno è diverso, unico e speciale.

Al di là di ogni giudizio, più o meno distorto, che ci arriva dagli altri e, soprattutto, da noi stessi.

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