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L'agghiacciante vocale della "signora perbene" di Milano a una ragazza del Sud

Sono arrivate le scuse della signora che ha rifiutato l'affitto a una ragazza pugliese per razzismo. Non sappiamo se siano sincere o la scelta obbligata dopo la grande eco avuta dalla vicenda, ma almeno abbiamo una piccola consolazione.

***AGGIORNAMENTO 16 SETTEMBRE 2019

Sono arrivate le scuse della signora che ha rifiutato l’affitto a una ragazza pugliese spiegando candidamente di essere “razzista” e di considerare “i meridionali tutti uguali”.

A rendere pubblico il dietro front della donna la stessa Laura Ortolani che, attraverso Facebook, aveva reso nota la triste vicenda capitata alla sua compagna.

È chiaro che a nessuno sia dato sapere se la signora abbia porto le proprie scuse per un sincero pentimento o perché sopraffatta dalla grande eco che il suo orribile gesto, con tanto di messaggi vocali annessi da Laura, ha suscitato. Quel che è certo è che ci sentiamo di dare ragione a Laura quando scrive

[…] Ci teniamo, inoltre, a dissociarci dai toni violenti che non ci appartengono, utilizzati da persone giustamente sentitesi offese dalle parole della signora ***** in quanto gli episodi di discriminazione si combattono con le idee e mai con la violenza.

Perché è chiaro che rispondere a una violenza verbale e a toni agghiaccianti, come quelli usati dalla signora, per esprimere il proprio sdegno nella stessa maniera non aggiunga niente di costruttivo e, anzi, delegittimi la causa e abbassi il tutto a livello di “rissa verbale”.

Va da sé che Laura e la compagna cercheranno per quest’ultima una diversa sistemazione e non si avvarranno più dell’opportunità offerta dalla pentita signora, ma la cosa importante, in questa vicenda che resta comunque una pagina triste della nostra attualità, è aver fatto passare il messaggio di quanto distruttivo, ingiusto e pericoloso sia il pregiudizio razzista, a chiunque esso sia riferito.

*** ARTICOLO ORIGINALE DEL 13 SETTEMBRE 2019

Sinceramente a me di quello che pensa lei non me ne frega un bel niente. I meridionali son meridionali, anche nel 4000 […] I meridionali, i neri, i rom, son tutti uguali”.

Comincia così un messaggio che pare impensabile, non solo per i contenuti in sé, aberranti, ma perché risulta difficile credere che qualcuno abbia intenzionalmente mandato un messaggio vocale su Whatsapp, perché di questo si tratta, in cui si vanta di possedere tale livello di ignoranza.

Lo si può ascoltare per intero nel post che Laura Ortolani, la ragazza che lo ha diffuso – evitando di mostrare il nome della persona coinvolta, pur citandolo, non per intero, nelle righe che ha scritto – ha pubblicato su Facebook, parlando dell’episodio (che definire “spiacevole” non rende a sufficienza l’idea) che ha coinvolto la sua compagna, arrivata al Nord da Foggia per starle vicina.

Cerca una casa in affitto, la trova e se ne innamora. Si mette d’accordo con la proprietaria di casa, una ragazza, per far partire il contratto ad ottobre. Quindici giorni prima dell’inizio del contratto la ragazza le manda un messaggio dicendole che l’inizio del contratto slitta di un mese trovando scuse poco credibili. In un secondo momento la mia compagna riceve un altro messaggio da parte della ragazza che le dice che la casa in affitto non può più dargliela perché preferisce venderla.

La mia compagna le risponde dicendole che non trova corretto cambiare le carte in tavola all’ultimo minuto e che i patti erano altri. In tutto ciò interviene la madre della ragazza che contatta la mia compagna. Il motivo per cui non viene data la casa in affitto alla mia compagna è perché la mia compagna è nata a Foggia. C O S A, direte voi. Esattamente.

È nata a Foggia e la signora ************** ritiene che in casa sua i meridionali non devono entrare. Allego messaggio e audio della signora che conferma il tutto.

Benvenuti nell’Italia di oggi dove, a quanto pare, c’è da tirare fuori i cartelli con scritto ‘Non si affitta ai meridionali’ perché, evidentemente, non sono ancora passati di moda.

È un sapore davvero brutto, quello che rimane in bocca dopo aver ascoltato le oscenità di un discorso di chi, nella sua folle razionalità, candidamente ammette di essere razzista, e pieno di preconcetti stereotipati e maligni. Perché è esattamente con razionalità, lucida, distaccata, naturale, che la signora legittima il proprio diritto a rifiutare la casa sulla base di nient’altro che un folle pregiudizio, una generalizzazione.

Senza nemmeno conoscere la persona, ça va sans dire, limitandosi alla sua regione di provenienza.

E lo fa come se fosse la cosa più normale del mondo, come se si trattasse di un banale, qualunque scambio di opinioni, neanche sfiorata dall’idea di stare esibendo un atteggiamento, figlio dei peggiori istinti di intolleranza e ignoranza, inconcepibile per ogni limite di decenza e unanimemente condannabile

Guardi io sono proprio una razzista, ma al 100%.

Dice, quasi con orgoglio, come se stesse parlando della squadra del cuore o dei gusti cinematografici.

E allora ecco che, di colpo, ci si trova davanti a un’inconfutabile, incontrovertibile verità: che mentre ci preoccupiamo di arginare il razzismo rivolto a chi ha un colore di pelle diverso, un’altra lingua, o arriva da lontano, in realtà non siamo stati neppure capaci di abbattere quello verso il nostro vicino di casa.

Mentre tentiamo di includere nel nostro vocabolario i concetti moralmente più alti di accoglienza, aiuto, empatia, di contrastare chi si nutre della disperazione di chi arriva per farne pedine di un’estenuante guerra fredda diplomatica e ideologica, o della rabbia degli scontenti per costruire propagande politiche e far ribollire gli istinti più bassi e meno umani; ecco, mentre siamo impegnati in questa (durissima) battaglia, in quello stesso, preciso istante ci rendiamo conto che per qualcuno è persino difficile capire che gli italiani non si dividono in “terroni e tutti gli altri”.

E che i dati riportati sulla carta d’identità non dovrebbero qualificarci come individui, ma solo renderci riconoscibili.

Vietato l’ingresso ai cani e agli ebrei“, recita un cartello appena sulla vetrina di un negozio nel film La vita è bella di Benigni, che è storia, romanzata ma vera, di una pagina scura italiana, di quelle che nonostante tutto però non vanno dimenticate, perché possano servire da monito per il futuro.

Ma è poi tanto diverso dal dire “Qui non si affitta ai meridionali”?

O dal rifiutare un affitto a una coppia omosessuale, come abbiamo raccontato in questo articolo tempo fa?

Non capiamo come davvero possa essere considerato “normale”, o non pericoloso, tutto questo. Come possa non destare preoccupazione qualcosa, qualunque cosa, che ghettizzi le persone, o le circoscriva secondo criteri predefiniti dividendole in “cosa è socialmente accettabile” e cosa no.

Questo episodio è terribile, troppo brutto da poter sembrare vero. E ci fa davvero aprire gli occhi su quanto ancora profondo sia lo stato di arretratezza mentale, morale, ma anche umana, in cui siamo impantanati, e di cui fatichiamo a liberarci.

Alla ragazza cui è stata rifiutata la casa non possiamo che dire che, probabilmente, è stato meglio così. Forse ben magra consolazione a fronte dell’insulto subito, ma di certo sarà contenta di non dover versare dei soldi a qualcuno che la ritiene un “pericolo pubblico” solo perché pugliese.

Alla signora “razzista al 100%”, invece, vorremmo solo fare un piccolo monito: si ricordi che siamo tutti il Sud di qualcun altro.

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