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Perché lo sciopero del sesso per tutelare l’aborto non ha senso

Cè chi ha proposto lo sciopero del sesso per protestare contro le leggi antiabortiste. Ma questa non è una soluzione percorribile, per molte ragioni.

Negli Stati Uniti stiamo assistendo a una vera e propria regressione sociale, che, in nome di un conservatorismo esageratamente puritano sta lentamente riprecipitando uno dei più grandi e importanti stati mondiali in un clima di arretratezza culturale, con rischi enormi per la salvaguardia dei diritti civili fondamentali, soprattutto delle donne.

Le leggi recentemente approvate prima in Georgia, poi in Alabama, infatti, delineano nettamente la svolta antiabortista che molti stati federali stanno imboccando, spinti anche da una generale accettazione ai livelli governativi più alti, Trump in primis.

Di fronte all’eventualità, che si fa sempre più concreta, di vedere lesa la libertà di scegliere cosa fare del proprio corpo in virtù di un moralismo sempre più pregnante, molte donne americane naturalmente si sono messe sul piede di guerra, pronte a difendere il proprio sacrosanto diritto all’autodeterminazione.

E c’è chi, come l’attrice Alyssa Milano, impegnata fortemente anche sul fronte del MeToo, ha proposto uno sciopero del sesso in segno di protesta contro queste leggi, che potrebbero pure andare di fronte alla Corte Suprema per essere impugnate, ma intanto sono state approvate (in Alabama, peraltro, proprio da una donna, la governatrice Kay Ivey).

Ma siamo sicure che scioperare dai rapporti sessuali sia davvero il metodo giusto per portare avanti questa battaglia? Secondo noi no, e i motivi sono ben riassunti in questo articolo di Silvia Granziero per The Vision.

Prima di tutto, scegliere di smettere di fare sesso per portare avanti la crociata del diritto a scegliere cosa fare del proprio corpo suona in qualche modo come contraddittorio, da un certo punto di vista; perché è come se, implicitamente, si perpetrasse la dicotomia uomini/donne, con i primi che sono i fruitori del sesso, e le seconde che semplicemente sono viste alla stregua di “strumenti” di piacere sessuale, coloro che decidono di concedersi a chi ne è meritevole.

Non solo non scalfisce in alcun modo la narrazione che cataloga le donne come sante o puttane e che considera parte della natura maschile cedere alle tentazioni e alle provocazioni, ma la conferma, considerando il sesso alla stregua di merce di scambio con cui negoziare i propri diritti.

In secondo luogo, negare il sesso agli uomini per raggiungere un obiettivo rientra esattamente in quella concezione della donna manipolatrice che strumentalizza e usa a proprio piacimento ciò che “le è stato fornito dalla natura”, oltre a considerare gli uomini come esseri incapaci di ragionare o di esprimersi al di là di logiche meramente sessuali, e senza prendere in considerazione i propri organi genitali. L’apoteosi di ogni stereotipo sessista, insomma.

Senza dimenticare, e non è certamente un punto di poco conto, che negare il sesso agli uomini significa anche negarselo; perché, se vogliamo davvero scrollarci da dosso secoli di mentalità maschilista in cui alla donna non era permesso rivendicare il proprio diritto all’intimità fisica, figuriamoci parlare del proprio piacere sessuale, dovremmo iniziare a smettere di considerare che il sesso sia appagante solo per la componente maschile, e rivalutare l’idea che scioperare dal sesso equivarrebbe a privare noi stesse di qualcosa che ci piace e a cui abbiamo diritto.

Ultima cosa: visto che in una coppia arriva un momento in cui inevitabilmente si finisce a parlare dei progetti futuri, in cui chiaramente possono rientrare anche degli ipotetici figli, è impensabile non trovarsi d’accordo rispetto al proprio ideale di vita futura. Insomma, se uno dei due vuole figli e l’altro no, o si raggiunge il compromesso, o è piuttosto complicato mantenere in vita la relazione.

Lo stesso vale per l’aborto: se si ha un compagno dichiaratamente antiabortista, non sarà certamente uno sciopero del sesso a fargli cambiare idea, e l’unica soluzione valida è prendere la propria strada, che non coincide con la sua.

Invece che proclamare uno sciopero del sesso – continua l’articolo di The Vision – si potrebbe rifiutare di svolgere tutti quei compiti che ancora troppo spesso ricadono solo sulle spalle delle donne, come la gestione della casa, dei pasti quotidiani e delle pulizie.

Sarebbe uno sciopero più sensato, in cui le donne non dovrebbero rinunciare a quella che è un’attività piacevole da fare quando e con chi si desidera, ma andrebbero a intervenire su attività della vita quotidiana che dovrebbero essere condivise e che sono tanto più pesanti, fisicamente e psicologicamente, se svolte da una sola persona.

Del resto, la stessa Alyssa Milano ha poi in parte “ritrattato” le proprie dichiarazioni, ammettendo di essersi lasciata prendere dalla foga del momento. A ogni modo, e con tutti i dubbi del caso, la sua proposta ha permesso comunque di mantenere viva l’attenzione su una questione che non può passare in sordina, e che deve essere affrontata e discussa quasi quotidianamente affinché non si dimentichi che da qualche parte, nel mondo, c’è ancora qualcuno che vorrebbe relegare le donne alla mercé maschile, togliendo loro anche la possibilità di decidere per se stesse.

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