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Vietato l’aborto: nel paese in cui devi partorire anche se ti stuprano

Le leggi choc approvate in Georgia e in Alabama impongono una ridiscussione dei temi dell'aborto. Un diritto che non è ancora concesso in molti paesi, e minacciato in altri.

Ci sono voluti anni di lotte, di battaglie, di manifestazioni per arrivare al diritto all’aborto in molti paesi: parliamo del 1978 in Italia, con la famosa legge 194 giunta dopo un referendum combattutissimo e che tanti oggi cercano di rimettere in discussione, o del 1973 negli Stati Uniti, quando la Corte Suprema concesse di interrompere la gravidanza a una donna conosciuta come Jane Roe, che però partorì comunque, essendo la sentenza arrivata a parto avvenuto. Col suo vero nome, Norma McCorvey, la donna si prodigò per la causa abortista, pentendosi però del movimento da lei iniziato nel 1995.

Nonostante il diritto all’aborto rappresenti una tutela fondamentale per le donne, che in questo modo hanno la libertà di scegliere del proprio corpo senza ricorrere a quelle strutture clandestine dove nel recente passato molte di loro perdevano la vita, sottoposte ad assurde operazioni e a trattamenti abominevoli, o restavano fortemente compromesse a livello fisico, sono ancora tanti i paesi del mondo in cui le leggi sull’interruzione di gravidanza sono estremamente restrittive, se non del tutto assenti.

La proibizione ad abortire, insomma, è tutt’altro che uno spettro del passato ormai superato. Se, come sottolinea il Washington Post, tra il 2017 e il 2018 28 paesi hanno cambiato le leggi sull’aborto concedendo più libertà rispetto alle precedenti, altri stanno portando avanti vere e proprie campagne per adottare provvedimenti più restrittivi, tanto che, in generale, come sottolineato da uno studio del gruppo di ricerca Guttmacher Institute, su 1,6 miliardi di donne in età riproduttiva nel mondo, il 6% – corrispondente a quasi 100 milioni – vive in paesi in cui l’aborto è totalmente vietato, il 21% in paesi in cui l’interruzione di gravidanza è consentita “per salvare la vita della donna”, l’11% in paesi in cui è “permessa per proteggere la salute fisica della donna”.

In generale, solo 60 paesi al mondo permettono l’accesso libero e legale all’aborto, 26 lo proibiscono del tutto. Ma sbagliamo se pensiamo che si tratti solo dei cosiddetti paesi del terzo mondo, visto che fra questi figurano Malta, il Liechtenstein, San Marino, mentre in paesi come Polonia, Regno Unito e Finlandia l’interruzione di gravidanza è subordinata alla presenza di determinate condizioni.

Solo nel dicembre 2018 l’Irlanda ha modificato la propria legge, mentre in Argentina, dopo il sì ricevuto dalla proposta di legge alla Camera, il progetto è stato respinto dal Senato, sollevando fortissime proteste popolari.

C’è da dire, inoltre, che oltre alla drammatica situazione di questi paesi in cui l’aborto è consentito in maniera molto risicata, o addirittura illegale, a preoccupare sono soprattutto alcuni rigurgiti anti-abortisti che negli ultimi mesi sembrano trovare ampio spazio anche in quegli stati in cui l’interruzione di gravidanza è invece stabilita per legge. Pensiamo al recente Congresso della Famiglia veronese, dove gli argomenti dei pro-life sono tornati prepotentemente alla ribalta, ma anche alla pressione dei grandi gruppi conservatori americani, che mirano da anni a modificare le leggi sull’aborto.

Il problema è che, almeno negli USA, per ora questi movimenti sembrano godere di una discreta fama e di successo; tanto che nello stato della Georgia è da poco entrata in vigore una delle leggi anti-abortiste più dure e assurde di sempre: firmata dal governatore dello stato del Sud, il repubblicano Brian Kemp, con la nuova legge l’interruzione di gravidanza è vietata fin dal momento in cui si rileva il primo battito cardiaco del feto, quindi prima ancora che molte donne sappiano di essere incinte, dato che generalmente il primo battito si avverte tra la quinta e la sesta settimana di gestazione. In questo modo viene cancellata la precedente legge, che stabiliva il tempo massimo per abortire a 20 settimane. In pratica, è come se si fosse annullata la possibilità di abortire.

Molto probabilmente sarà presentato un ricorso alla Corte Suprema Usa, che recentemente ha già stroncato la stretta sull’aborto proposta dalla Louisiana. L’American Civil Liberties Union e il Centro per i diritti riproduttivi ha già fatto sapere che contesteranno duramente la legge, che dovrebbe entrare in vigore nel gennaio 2020, ritenendola, come si evince dalle parole di Elisabeth Smith, consigliere capo del Centro per i diritti riproduttivi, in una mail inviata alla CBS News, “sconcertantemente incostituzionale”.

I divieti come questo sono sempre stati bloccati dai tribunali, noi faremo causa alla Georgia per assicurarci che questa legge abbia lo stesso destino.

Mentre i sostenitori della legge, fra cui lo stesso governatore Kemp, hanno motivato la scelta spiegando che “La Georgia è uno stato che dà valore alla vita. Proteggiamo gli innocenti, sosteniamo i vulnerabili, parliamo per coloro che non sono in grado di farlo da soli.

A pochi giorni dall’entrata in vigore della legge in Georgia, però, l’Alabama ne ha promulgata una se possibile ancor più terribile: con la nuova normativa, nel paese sarà praticamente vietato praticare l’aborto, negato anche in caso di incesto e stupro. Dopo essere passata alla Camera dei rappresentanti, la legge ha ricevuto il via libera anche al Senato, con 25 voti a favore e 6 contro. La parola definitiva adesso passerà alla governatrice repubblicana Kay Ivey, che, pur non essendosi ancora espressa in merito, è conosciuta per essere fortemente contrario all’interruzione di gravidanza. Ci sono poche speranze, dunque, che il processo di approvazione si arresti.

Staci Fox, dell’associazione Planned Parenthood Southeast Advocates, ha reagito parlando di un “giorno oscuro per le donne in Alabama e in tutto il paese”.

Faremo in modo che ogni donna sappia chi deve essere ritenuto responsabile.

Ha commentato, mentre la deputata repubblicana dell’Alabama, Terri Collins, grande promotrice della proposta di legge, ha difeso la scelta dichiarando: “Il nostro disegno di legge dice che il bambino nell’utero è una persona”.

Il senatore democratico Bobby Singleton ha infine commentato dicendo che il disegno di legge “criminalizza i medici” [saranno proprio loro a essere puniti se non rispetteranno la legge, come vi spieghiamo in gallery, ndr.] e rappresenta un tentativo da parte degli uomini “di dire alle donne cosa fare con i loro corpi”.

Quella dello stato americano non è comunque, come detto, la legge più assurda in vigore sulla materia dell’interruzione di gravidanza. Cerchiamo di capire come stanno le cose negli altri paesi.

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