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“Mi dicono ‘put**na’ perché sono una donna che non la pensa come loro”

L'ennesima storia di insulti sessisti rivolti a una donna in politica arriva da Ilaria Cecot. E ci fa domandare: arriveremo mai a un punto in cui gli haters capiranno che il confronto si gioca su altri piani, e che dare della "pu***na" a una donna con un ruolo pubblico è solo da ignoranti?
Questo contenuto fa parte della rubrica “Le interviste di RDD”

La storia di Ilaria Cecot, assessore al welfare della provincia di Gorizia e da sempre coinvolta in politica, con un occhio al sociale, inizia nel lontano settembre 2014, e si trascina per cinque, lunghissimi anni, durante i quali lei viene insultata con gli epiteti più orribili, con offese sessiste, persino con vignette assolutamente indegne che denotano la povertà intellettuale ed emotiva dei suoi autori.

Inizia quando lei, trovatasi di fronte a una vera e propria emergenza umanitaria, decide di non tirarsi indietro, e di sollecitare le istituzioni, anche quelle più in alto di lei, per arginare il problema: 130 migranti, pakistani e afghani arrivati come profughi, stipati sulle rive dell’Isonzo da giorni, in attesa dell’espletamento delle pratiche per la richiesta di asilo. Fra loro anche un ragazzino appena tredicenne, ribattezzato, appunto, “13”.

Una situazione che si protraeva in quello stallo snervante da fin troppi giorni, e che avrebbe messo in crisi chiunque, non lei che, dice, ha semplicemente agito di coscienza.

Quando l’abbiamo intervistata, dopo aver letto vari post suoi e di colleghi e amici che esprimevano la loro solidarietà, proprio a causa di quegli insulti cui siamo persino troppo abituati quando si parla di donne in politica, per prima cosa, naturalmente, le abbiamo chiesto quale fosse il motivo di tanto astio nei suoi confronti.

Perché, se è vero che l’orrenda abitudine di etichettare le donne con un ruolo pubblico con connotazioni quasi sempre sessiste sembra essere diventata ormai la triste prassi cui neppure le altre donne, le “oppositrici politiche”, si sottraggono, nel caso di Ilaria tutto questo va avanti da tanto, troppo tempo, da talmente tanto che per lei sono stati necessari il ricorso agli antidepressivi e il ricovero in ospedale.

La sua risposta parte quindi proprio da lì, da quel settembre di quattro anni e mezzo fa, in cui lei decide di dover fare qualcosa per i 130 migranti.

Sono andata a controllare la situazione, poi ho cominciato a segnalare la cosa su Facebook, ho chiamato il mio presidente, che a sua volta chiamò il prefetto Zappalorto [ora addetto alla gestione dei Car, ndr.], lui disse ‘Lo sapevo ma non sapevo cosa fare’, tanto che il presidente ironicamente gli rispose ‘Beh, poteva chiamare il prefetto!’.

Sono passati altri giorni e intanto ha cominciato a piovere, c’era il pericolo di esondazione dell’Isonzo, e io feci delle pressioni sul mio presidente affinché chiamasse l’assessore regionale alla Protezione Civili per farci mettere a disposizione delle tende.

L’impegno di Ilaria viene finalmente premiato e lei, con l’aiuto di altri giovani volontari, riesce finalmente a picchettare le tende in quello che sarà chiamato Campo Francesco, in onore del pontefiche venuto in visita proprio in quel periodo. Da lì, però, comincia anche il periodo di terrore per Ilaria:

Ci hanno tirato i petardi sulle tende, minacciati, mi hanno sputato addosso, abbiamo avuto vicino al campo vari comizi di CasaPound, tanto che abbiamo dovuto spostare i profughi in un’altra struttura per paura che si ritrovassero coinvolti nei disordini provocati dai comizi. Nel frattempo io facevo fare le visite mediche a tutti, ho fatto i trattamenti anti scabbia, ma poi scrivevo alle istituzioni e mi rendevo conto che nessuno aveva capito la reale entità del problema, che mancava una vera organizzazione del progetto di accoglienza e integrazione.

Con il tempo le cose, anche grazie al lavoro costante di Ilaria, sono migliorate, ma questo è costato a lei il vivere perennemente nel mirino degli haters: come quando, ci racconta, vide un video diffuso sui social da un neonazista milanese, realizzato con la complicità di un “basista”, che invitava i goriziani “a venire a cercarmi e a prendermi a calci in culo“.

Sentirsi l’odio addosso è bruttissimo: mio figlio aveva 15 anni all’epoca, quando andava a fare i compiti da un amico gli zii di questo ragazzino gli chiedevano sempre ‘ma tua madre è quella dei profughi?’.

Le cose, per Ilaria, sono peggiorate quando ha cominciato una relazione con un collega leghista, poi terminata.

Mi hanno associato alla questione politica e al mio ex compagno, per loro era inconcepibile che io fossi di sinistra e lui di destra. Mi hanno detto che sono ‘la puttana di sinistra’.

Riguardo alla relazione, ovviamente, una domanda sorge spontanea: non litigavate mai?

Sono riuscita a separare le due cose, ci confrontavamo, ci consigliavamo, soprattutto perché quando amministri un territorio non c’è tanta distanza, ci occupiamo di cose più concrete rispetto al piano nazionale, ma sicuramente qualcuno non ha capito, e, anche se fra i miei colleghi di partito nessuno ha mai detto niente, qualche diffidente c’era sicuramente. La questione però è che, se io non ammetto la possibilità che possa esistere una storia fra una di sinistra e un leghista, allora un musulmano e un’europea non si possono sposare. A fare la differenza è lo spessore della persona.

Ilaria, però, ci tiene anche a precisare che, dopo la rottura, a sostenerla e persino a prestarle dei soldi sono state persone di destra, a testimonianza del fatto che l’umanità vada (dovrebbe andare, almeno) al di là della fede politica personale.

Quando le chiediamo perché sia così facile, quando si criticano le donne che fanno politica, buttarla sul sessismo, lei ci dice che dipende dal fatto che gli uomini

ci ritengono ancora oggetti, inferiori; se sei brutta puoi esser anche brava, però ti prendono per il culo perché sei brutta, se sei bella devi averla data a qualcuno per forza. Insomma, l’assessore femmina resta l’assessore impiegata, che fa il compitino, non può mai avere un ruolo attivo e importante nella vita del suo partito. Per me è importante distinguere tra amministrare e fare politica, perché quest’ultima cosa significa avere fiuto, empatia, progetti, e le donne, se si azzardano ad avere queste qualità, vengono viste con spocchia. Mentre se hanno un atteggiamento quasi ‘maschile’ vengono considerate pazze, o estremiste, anche se magari la loro è solo passione, impegno, pathos e, perché no, talento. Si parla spesso di quote rosa: bene, io merito di stare in politica perché sono brava, non perché sono ‘una quota rosa’.

Le parole che le vengono rivolte da quasi cinque anni a questa parte, nonostante Ilaria continui ad andare dritta per la sua strada, naturalmente la feriscono, ma soprattutto le suscitano dei timori fondati per il tipo di situazione in cui si trova.

Sui territori siamo sole, il nostro aguzzino è quello che incontriamo per strada, e screditare una persona è terribile. Mi è venuto in mente l’esempio di Mia Martini, lei ha subito il chiacchiericcio che portava sfiga senza dire una parola, soffrendo, senza alzare il tono. La gente non pensa a cosa può provocare a un’altra persona, e noi dobbiamo reagire. Alzando la voce, se necessario.

Pensando alle parole terribili che le sono state rivolte, ma anche, più in generale, al clima di tensione estrema che il tema migranti suscita (basti pensare a quanto successo alla cantante Emma), non possiamo non chiederci da dove arrivi tutta questa cattiveria, spesso gratuita e ingiustificata, che colpisce indistintamente chiunque provi a parlare di umanità e solidarietà, nascosta molte volte dietro l’epiteto del “buonista” o del “radical chic”.

Per me è la teoria della comunicazione di Watzlawick, per cui non è importante quel che comunichiamo, ma come. E alcuni, oggi, sono riusciti proprio a far passare il messaggio che il migrante è il male assoluto, da estirpare, rendendo appieno l’idea del ‘ciò che è percepito è reale’. Ci troviamo di fronte a persone passive, la cui unica interfaccia è lo schermo di un telefono o di un pc. Le relazioni umane sono complicate, ma i social hanno semplificato talmente tanto la complessità da rendere banali anche le risposte. A me hanno sempre insegnato che il sistema culturale, economico, sociale, interagiscono, perciò, quando analizzi un fenomeno, lo analizzi nella sua totalità. Invece un post fotografa, semplifica all’estremo e la gente prende tutto come oro colato. Il problema è che manca una coscienza critica, ma bisogna riappropriarsi del ragionamento, altrimenti, lì dove siamo più fragili, ci sarà sempre chi costruirà  il nostro nemico, che potrà avere nomi e facce diverse, ma sarà sempre uno specchietto per le allodole per chiunque non voglia davvero informarsi per conto proprio.

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