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Serve davvero un’interrogazione parlamentare per l’acqua firmata Chiara Ferragni?

Abbiamo proprio la necessità di indignarci di una bottiglietta d'acqua, anche se è targata Chiara Ferragni?

Chiara Ferragni ha ormai ampiamente consolidato la filosofia del “bene o male, purché se ne parli”.

Amata e odiata in egual misura, anche se è obiettivamente difficile capire dove il livore nei suoi confronti abbia origine e distinguerlo dalla pura e semplice invidia per essere giovane e sfacciatamente ricca, la fashion blogger più famosa al mondo ha le spalle sufficientemente larghe per sopportare critiche sulla sua persona, sul suo modo di fare soldi, sul suo matrimonio e persino sulla maniera in cui interpreta la maternità.

Figuriamoci quindi se il baccano mediatico esploso dopo la messa in commercio della versione griffata dal suo brand dell’acqua Evian al costo – non propriamente modico, va detto – di 8 euro a bottiglietta, poteva intaccare la sua serenità.

Cosa che, evidentemente, è invece riuscita sugli altri, commentatori dell’ultim’ora, haters di lunga data, critici riscopertisi improvvisamente dediti al problema della povertà globale, e persino politici; tutti impegnati a giudicare l’immoralità di vendere dell’acqua a 8 euro.

Sia chiaro, il prezzo è alto, e su questo non ci piove, ma siamo sinceri: può essere considerato “immorale” al pari di altre bottigliette d’acqua, non griffate, non in limited edition, ma semplicemente acqua, vendute ai poveri turisti sprovveduti a cifre altrettanto esorbitanti in quasi tutte le città d’arte italiane; sarà pure per far guadagnare qualcosa alle nostre belle città, sarà per fare un po’ i “furbetti”, ma tant’è che la differenza tra una bottiglietta venduta dal paninaro o dal bar di Venezia, Roma, Firenze, a 5 euro non è poi così meno “immorale” dell’Evian targata Ferragni venduta a 8.

La vera soluzione, decisamente molto più concreta rispetto all’indignarsi furiosamente per lo scandalo? Non comprarla.

Invece no, qui in Italia va a finire che l’Evian-Ferragni diventa pure un caso politico, e finisce in Parlamento, oggetto di un’interrogazione. Quella che il senatore di Fratelli d’Italia Giampietro Maffoni ha presentato ai ministri dell’Ambiente e dell’Istruzione. La motivazione? È spiegata nel testo proposto.

Il rapporto Onu sull’acqua sottolinea lo stretto legame tra povertà e risorse idriche: il numero di persone che vive con meno di 1,25 dollari al giorno, infatti, coincide approssimativamente con il numero di coloro che non hanno accesso all’acqua potabile. Si stima che muoiano 3900 bambini ogni giorno per scarsità d’acqua e circa il 10% di tutte le malattie mondiali potrebbe essere evitato migliorando fornitura di acqua“.

Ciò che muove Maffoni è dunque un profondo spirito altruistico verso i bambini che, nel mondo, vivono in zone ad alto tasso di siccità. Motivazione giustissima, ma non dovrebbe valere anche ogni volta che ognuno di noi passa un’ora sotto la doccia senza mai staccare l’acqua, o si lava i denti lasciando il rubinetto beatamente aperto? Lo spreco è spreco insomma, solo che naturalmente viene più facile indignarsi per una bottiglia d’acqua costosa e non per altri gesti quotidiani altrettanto deleteri.

Il problema, poi, è che Maffoni, come del resto hanno fatto – erroneamente – molti, se la prende con la Ferragni per la cifra esorbitante della sua versione di Evian.

“Premetto – scrive il senatore – che nel libero mercato l’abilità imprenditoriale di un individuo si premia da sola, e se vi è qualcuno che sente la necessità di spendere 72,50 euro per una confezione da 12 bottiglie, non vi è nulla di illecito. Mi chiedo però se non sia il caso che una donna che ha il potere di influenzare milioni di giovani che la seguono sui social (15,2 milioni solo su Instagram) non possa rivedere i suoi investimenti in un’ottica diversa“.

Eppure, secondo noi e senza presunzione alcuna, avete tutti sbagliato soggetto; se c’è qualcuno su cui puntare il dito – e mettiamo un condizionale grosso come una casa – semmai quello è Evian, non la Ferragni, che ha solo prestato il proprio nome, e brand, per una partnership aziendale. Del resto, più d’uno su Instagram e social vari ha fatto giustamente notare che non è la prima volta che il gruppo Danone, di cui Evian fa parte, promuove sul mercato bottiglie d’acqua in versioni limitate, “firmate” da griffe prestigiose. Era successo con Kenzo, Jean Paul Gaultier, Lacroix, e in nessuno di questi casi il prezzo delle bottiglie era inferiore a 8 euro. Eppure, non un fiato, non una parola.

Possiamo anche accettare che ci sia un’antipatia di fondo per la Ferragni e per quello che fa, ma questa è faziosità manifesta, non c’è altro modo per chiamarla.

Questa è una serie di bottiglie Evian etichettate dalle major della moda, Jean Paul Gaultier, Kenzo e Lacroix.

Sono state immesse sul mercato in edizione limitata, a prezzi ovviamente più alti.
Non ricordo una furia simile a quella di questi giorni sui giornali, e di conseguenza anche nella gente. Volevo solo dirvi che Chiara Ferragni non è la causa dei mali della società, che è vergognosa la furia che segue ogni sua azione e scelta di lavoro. Trovate questa edizione limitata uno schiaffo di fronte alla miseria? Non compratela. Proprio come non compriamo il top case Dolce Gabbana o le mutande Emporio Armani perché sono troppo lontane dai nostri budget, possiamo anche comprare un’altra acqua, o andare alla fontana Elini come Babbo Natale.

Perché se combatti contro il capitalismo, allora va bene farlo, ma a 360 gradi.

Altrimenti siamo solo un gruppo di ipocriti.

Ma c’è un ulteriore aspetto che ci ha spinto alla riflessione: di fronte a un fatto nei cui confronti abbiamo una scelta alternativa – non comprare l’acqua – è proprio necessario dedicare un’interrogazione parlamentare all’acqua della Ferragni? Con tutto il rispetto, ma in un preciso momento storico in cui a Verona si auspica il ritorno al Medioevo ideologico antiabortista, c’è – per restare in tema – una vera caccia alle streghe sul tema migranti e c’è stato persino chi, assiso sullo scranno del suo dicastero, ha dichiarato che rivedrebbe volentieri la legge sulle unioni omosessuali, c’è proprio la necessità di occuparsi di una bottiglietta d’acqua? Costosa, sì, ma che in fondo non può nuocere a nessuno, se non ai portafogli di chi, sulla scia dell’entusiasmo e della passione per la Ferragni, la comprerà per scoprire poi che non ha il sapore della fonte di Shangri- La e non dona né l’eterna giovinezza, né il conto in banca dell’influencer.

E anche prendendo in considerazione che tali problematiche possono non essere gravi e urgenti quanto quelle ambientali legate alla scarsità d’acqua, è un modo efficace prendersela con una singola linea di bottiglie di una singolo brand griffato? Può fare davvero la differenza per l’ambiente, o quest’ultimo è preso solo a pretesto per attaccare un marchio (e una persona) facendo risultare il tutto un po’ burlesco e dando ai contribuenti, ai bambini assetati e all’ambiente stesso la netta sensazione di essere presi un po’ per i fondelli?

Senza voler insegnare il mestiere a nessuno, bisognerebbe, forse, rivedere un minimo l’ordine delle priorità di cui occuparsi nelle sedi governative; e non perdersi in un bicchier d’acqua. Nemmeno se costa 8 euro.

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