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“Ero una ninfomane”: tutti gli uomini di Peggy Guggenheim

La vita e gli amori di Peggy Guggenheim, la più grande mecenate e collezionista d'arte del Novecento: nella sua autobiografia elencò gli uomini amati, da Max Ernst a Marcel Duchamp

Collezionista, mecenate e fondatrice di un museo tutto suo a Venezia: Peggy Guggenheim è stata una delle figure nodali dell’arte moderna. Il suo segreto? Non l’incredibile fortuna economica, ereditata dal padre, ma il suo carisma e la capacità di scoprire e valorizzare nuovi talenti. La sua fu una vita colorata e romanzesca, costellata da una lunga serie di amori, da lei raccontati nella scandalosa autobiografia Una vita per l’arte.

Nata a New York il 26 agosto 1898, Peggy Guggenheim apparteneva a una delle famiglie ebree più ricche al mondo, sia da parte di padre che di madre. Benjamin Guggenheim, insieme al padre e ai fratelli, aveva creato dal nulla un fortuna grazie all’estrazione mineraria e alla lavorazione dei metalli. Florette Seligman, invece, apparteneva a una delle dinastie più in vista di banchieri americani.

L’apparente armonia familiare venne spezzata nel 1912, quando il padre di Peggy mori eroicamente durante il naufragio del Titanic, cedendo il salvagente a un altro passeggero. L’uomo le lasciò un’eredità di 2,5 milioni di dollari, corrispondete a circa 35 milioni attuali. Una cifra considerevole, ma di gran lunga inferiore alle ricchezze accumulate dagli altri cugini.

Fu così che, a nemmeno vent’anni, una delle ereditiere più in vista di tutti gli Stati Uniti decise di lavorare in una libreria di New York. Iniziò a frequentare diversi circoli letterari e conobbe il suo primo grande amore: si chiamava Laurence Vail ed era un pittore dadaista squattrinato. Fu il primo di tanti artisti che la fecero capitolare, come raccontato nel docu-film a lei dedicato, Art addict. Non aveva dubbi su chi scegliere, tra intellettuali e banchieri.

Sicuramente gli uomini d’arte, perché sono più interessanti degli uomini d’affari: delle volte possono essere deludenti, ma delle altre sono addirittura meglio delle loro opere. In ogni caso, quando frequenti artisti, ti rendi conto che sono molto diversi da come te li puoi aspettare.

Peggy Guggenheim e Vail si sposarono nel 1922 a Parigi ed ebbero due figli, Sinbad e Pegeen. La coppia si gettò con grande entusiasmo nella frenetica vita artistica parigina, conoscendo artisti come Man Ray (di cui fu musa), Constantin Brancusi (lo scultore che lei considerava “un dio”), Samuel Beckett (con cui passò quattro giorni chiusa in hotel), Djuna Barnes (amica di tutta la vita) e Marcel Duchamp (suo primo mentore). Furono proprio loro, ognuno in modo diverso, a spingerla a dedicarsi attivamente alla scena artistica.

Mentre il suo matrimonio naufragava, fino al divorzio del 1928, Peggy iniziò a girare l’Europa. Durante una vacanza a Saint-Tropez, conobbe lo scrittore inglese John Holms, di cui si innamorò follemente. Non fu una storia a lieto fine: l’uomo morì nel 1934, durante un intervento, per colpa di una crisi cardiaca.

Privata dell’amore, concentrò tutte le sue energie nel lavoro. Stimolata dall’ambiente in cui viveva ogni giorno, nel 1939 Peggy Guggenheim decise di aprire una galleria d’arte a Londra, che chiamò Gugghenheim Jeune. Per la prima mostra decise di esporre le opere di Jean Cocteau, mentre la seconda fu la prima personale di Vasily Kandinsky in Inghilterra.

L’avvicinarsi della guerra e la minaccia nazista spinsero Peggy Guggenheim a tornare a New York. Stavolta, però, insieme a un nuovo amore: si trattava del pittore surrealista Max Ernst, che sposò nel 1941. La coppia divorziò solo due anni dopo, ma nel frattempo era già nata una nuova galleria, la Art of This Century. Scelse di esporre l’allora sconosciuto Jackson Pollock, con cui ebbe anche una relazione non esattamente soddisfacente, come lei stessa raccontò più avanti.

La lista dei suoi amanti famosi, intanto, cresceva sempre più. Il sesso per lei “era il modo per creare connessioni umane”. Spudorata e libera, si considerava la pecora nera di famiglia. “Con molti uomini ci sono stata perché mi sentivo sola, ero una specie di ninfomane, ma all’epoca il sesso e l’arte erano indivisibili nelle nostre menti”.

Tornata in Europa dopo la guerra, si stabilì a Venezia, dove acquistò Palazzo Venier dei Leoni sul Canal Grande. La sua casa divenne anche la sede della collezione che ancora oggi porta il suo nome, aperta al pubblico nel 1949. Comprava tantissime opere, spesso mentre se ne stava seduta comodamente sul suo letto insieme agli adorati cani, e le pagava poco, proprio perché sapeva anticipare le tendenze del mondo artistico.

Morì il 23 dicembre 1979, all’età di 81 anni, e le sue ceneri vennero seppellite nel giardino della sua dimora veneziana. Sicuramente non aveva rimpianti, come disse lei stessa prima della sua morte, ma tornando indietro avrebbe cambiato una sola piccola cosa.

Non amo guardare al passato, non ne ho nostalgia, ci tornerei solo per avere più amanti. La vecchiaia è la cosa più terribile che possa capitare, ma ho ottenuto quello che volevo ed è stato un successo e ne sono fiera, però, lasciatemelo dire, un tempo tutto era più divertente.

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