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"Sono molto stanca": la spaccapietre di 6 anni e gli altri bimbi deformati dal lavoro

Un reportage intenso affronta un tema delicatissimo, quello sullo sfruttamento minorile. In Benin molti bambini lavorano per 10 ore al giorno come spaccapietre, per guadagnare a malapena 2 euro. Per loro il futuro è difficile, ma non impossibile.

Lo sfruttamento del lavoro minorile resta una delle piaghe più drammatiche in alcune aree del mondo, difficile da arrestare perché irrimediabilmente legata a logiche di mercato che fanno parte del crudele – talvolta – gioco della globalizzazione.

In alcuni paesi i bambini sono costretti a rinunciare all’istruzione e a un’infanzia normale per essere impiegati in lavori spesso massacranti e al limite della sopportazione umana, solo per garantire un’entrata economica in più in casa, sufficiente a mandare avanti la famiglia.

“Sono molto stanca” è una frase che si sente ripetere spesso, soprattutto in alcuni villaggi asiatici o africani dove il lavoro minorile è all’ordine del giorno ed una pratica ordinaria e ritenuta “accettabile”. Persino quando si tratta di passare le giornate a spaccare pietre, come accade in Benin, paese dell’Africa occidentale  dove Felicia Buonomo ha realizzato un reportage per Osservatorio diritti. Il 3 maggio 2018 uscirà anche il suo libro su questo argomento, Polvere sull’infanzia, edito da Istos Edizioni.

In questo paese da 11 milioni di abitanti, che fu tra i più attivi durante la tratta degli schiavi, i bambini sono spesso costretti a spaccare pietre per dieci ore al giorno. La realtà di questi piccoli lavoratori è diffusa soprattutto nella zona collinare di Dassa, dove questi bambini, riducendo le pietre in tanti piccoli frammenti da vendere poi all’industria edilizia per la produzione del cemento armato, spesso rappresentano la più importante forma di sostentamento per le famiglie e il villaggio intero.

Sfruttati come in una catena di montaggio

ph. Felicia Buonomo

I bambini di Dassa vivono in condizioni precarie, e soffrono, perché devono lavorare per soddisfare i loro bisogni. I bambini spaccano le pietre per molte ore al giorno. E quando tornano a casa non hanno nemmeno da mangiare.

Ha raccontato a Felicia Saidaw Bakar, il capo-villaggio di Ouissi-Dassa, dove la concentrazione di bambini spaccapietre è più alta che in altre aree. La catena di lavoro è a livello familiare: gli uomini scalano le montagne, per estrarre i massi di grosse dimensioni, le donne, a valle, si occupano del lavoro di selezione delle pietre e poi scendono al villaggio per consegnarle ai loro figli, che dovranno ridurle in pezzi minuscoli.

Questi bambini lavorano 10 ore al giorno per qualcosa come 2 euro, e spesso la fatica e la durezza del mestiere deforma i loro arti. Felicia, nel reportage, racconta di una bambina di 6 anni con gli arti inferiori devastati dopo essere stata schiacciata da un masso.

Non è voluta rimanere al villaggio, ha deciso di seguire il padre e la madre in montagna. È stato in quel momento che un macigno l’ha schiacciata. Ma può e deve ancora spaccare le pietre.

I bambini spaccapietre non godono neppure di un vero e proprio salario, possono mangiare solo se i genitori sono abbastanza bravi da riuscire a vendere qualcosa all’industria edilizia, che passa periodicamente per ritirare i barili di pietre, pagati dai 1000 ai 1500 franchi, una cifra che si aggira tra 1,5 e i 2,5 euro.

Sono a rischio incidenti

I bambini, oltre che a mutilazioni e deformazioni, sono quotidianamente sottoposto anche all’inalazione delle polveri che contengono particelle nocive, con il rischio di contrarre, tra le altre patologie, l’asma (circa il 44% dei bambini ne soffre).

Il direttore della sezione Africa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Mashidisio Moeti, a proposito di mortalità infantile ha parlato di una percentuale che si aggira intorno al 23%, gran parte dei decessi avviene proprio per la presenza di sostanze nocive nell’aria, ma non vanno dimenticate neppure le malattie endemiche come colera e tifo, e  non sono irrilevanti neppure i danni alle articolazioni e le infezioni agli occhi.

In Benin, racconta il reportage, la mortalità infantile nel primo anno di vita è di 88 ogni mille nascite, ma nei primi 5 anni di vita il tasso sale a 148.

Le carenze statali e la voglia di studiare

ph. Felicia Buonomo

Nonostante la situazione drammatica, oggi molti più bambini rispetto al passato riescono a frequentare la scuola, ma spesso hanno difficoltà a dimenticare la “precedente vita” da spaccapietre. Ainon Remi, insegnante della scuola Epp Thamissi, nel distretto di Dassa, ha spiegato a Felicia che

I bambini hanno difficoltà e abbiamo bisogno di sillabari per insegnare loro a leggere, scrivere e parlare. I bambini che spaccano le pietre hanno difficoltà maggiori degli altri, perché quando tornano a casa tornano sulla collina a spaccare le pietre e non possono studiare.

Alla situazione già precaria si unisce anche l’insufficiente aiuto statale, che dà una sovvenzione di 1.500 franchi per ogni classe e fornisce due manuali scolastici (uno di francese e uno di matematica), che tuttavia non riescono a coprire spesso il numero degli studenti.

I bambini preferiscono venire a scuola che spaccare le pietre – dice Trea Tchamissi, direttore della scuola Epp Thamissi a Dassa – Anche le malattie sono diminuite, perché l’alimentazione è migliorata. Ma abbiamo ancora delle difficoltà, perché quando spacchi pietre e non conosci altra realtà, è difficile pensare a un futuro differente.

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