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Enrichetta Caracciolo, la ribelle che, costretta a farsi monaca, quasi impazzì

Costretta a prendere i voti, la mancanza di libertà la spinse a tentare il suicidio. Enrichetta è una donna moderna chiusa in un mondo arcaico. Si ribella al sistema e diventa una garibaldina, unendosi alla lotta per unire l'Italia.

Un’anima ribelle repressa dall’abito talare. Una mente in fermento rinchiusa in un convento. Fino al tentato suicidio che non servirà a liberarla dalle catene dei voti ecclesiastici.

Questa è la storia di Enrichetta Caracciolo, una donna moderna vissuta in un tempo arcaico. Enrichetta nacque nel 1821 a Napoli, durante il regno dei Borbone. Il padre era un maresciallo dell’esercito napoletano più vecchio della madre di 14 anni, una nobildonna napoletana: probabilmente matrimonio d’interesse data la difficoltà economica in cui versavano i nobili al tempo.

Era ancora una bambina quando morì il padre. La madre, per poter sopravvivere, fu costretta a risposarsi: a quel tempo le donne non vivevano del loro lavoro, venivano mantenute dai mariti o dai genitori. Tuttavia, il nuovo marito non ne voleva sapere di dover pagare il mantenimento delle sette figliastre, così Enrichetta venne rinchiusa in un convento con l’inganno. Costretta a prendere i voti, le si presentava davanti una vita da reclusa.

Ma lei non era fatta per la vita monacale. Il suo temperamento lo si vide sin dall’inizio. Nella sua autobiografia, Misteri del chiostro napoletano, viene riportato il momento in cui le tagliarono i lunghi capelli (le suore, a quel tempo, venivano rasate):

“Le monache strinsero in una sola treccia i miei lunghi capelli, e la badessa impugnò delle grandi forbici per reciderla, mentre un silenzio profondo regnava intorno. Una voce potente, uscita da mezzo i convitati, gridò: “Barbara, non tagliare i capelli a quella ragazza!“. Tutti si volsero: bisbigliarono di un pazzo. Era un membro del parlamento inglese. I preti imposero silenzio, e le monache, le quali in altre simili funzioni aveva veduto de’ protestanti, dissero alla superiora, ch’era rimasta colla mano sospesa, stringendo le forbici: “Tagliate! È un eretico”. La chioma cadde, e presi il velo“.

Fonte: web

Il racconto è freddo e lucido. Il taglio dei capelli per una donna è un atto simbolico perché la chioma rappresenta la bellezza e la femminilità. Di certo non sarà stato facile per lei vedere la lunga treccia cadere a terra. Ma Enrichetta era una donna forte che non si lasciava trasportare dalle emozioni. Incanalò la sua rabbia e il suo orgoglio nella ribellione. Aveva solo 20 anni.

La mente di Enrichetta era sempre al lavoro: leggeva, studiava e non nascondeva il fatto di portare all’interno del convento i giornali dell’opposizione. In poco tempo si conquistò la fama di “rivoluzionaria”. Detestava la vita di clausura e chiese a papa Pio IX nel 1846 di poter sciogliere i voti. L’arcivescovo di Napoli, Riario Sforza, contrario alla politica libertaria del pontefice, si oppose fermamente. Fece arrestare la madre che, forse presa dai sensi di colpa, aveva confessato di aver costretto la figlia a farsi suora, salvo ritrattare dopo le torture.

Nel 1848 Enrichetta riuscì a ottenere il trasferimento al Conservatorio di Costantinopoli, sito a Napoli, pensando di poter essere più libera. Niente di più sbagliato. Le venne impedito di scrivere lettere e diari e di leggere qualsiasi cosa che non trattasse di santi. Enrichetta cominciò a stare male, soffrendo di stati d’ansia e di nevrosi. Ci sarebbe voluto un anno perché permettessero alla madre di entrare nel convento per sostenerla con delle cure specifiche.

Nel 1864 riuscì a far pubblicare a Firenze la sua autobiografia, Misteri del chiostro napoletano, testo apprezzato in tutto il mondo da autori del calibro di Alessandro Manzoni (il quale si ispirò a Enrichetta per il personaggio di Gertrude nei “Promessi Sposi”) e il principe di Galles.

L’arcivescovo di Napoli scoprì che la donna scriveva lettere di nascosto e decise di punirla. La privò dell’assegno che spettava a tutte le monache e la costrinse così a vivere della carità dei parenti. Fu l’ultima goccia. Enrichetta scappò dal convento e si rifugiò da una sorella a Capua, ma venne arrestata poco tempo dopo. La frustrazione era tale che tentò di uccidersi: morire era meglio della privazione di ogni libertà, per lei. Prese un pugnale e si accoltellò. Non morì, riportò solo una ferita e successivamente dovette sopportare un anno intero in isolamento.

Con la scusa di andare a Castellammare a curarsi, scappò di nuovo e si diede alla macchia: cambiò casa diciotto volte in sei anni. Per la Chiesa divenne un fantasma. Quando Garibaldi arrivò a Napoli nel 1860, Enrichetta tornò nella sua città natale per stringergli la mano. Sposando un garibaldino, si unì all’esercito che unirà l’Italia.

Nel 1866 pubblicò un libro controverso e decisamente ardito per l’epoca: Un delitto impunito: fatto storico del 1838. Narra un evento realmente accaduto: un sacerdote tentò un approccio con una donna che stava per prendere i voti ma lei lo respinse. Per vendicarsi, il prete la fece assassinare. Un altro testo che farà scalpore è Proclama alle donne italiane con cui Enrichetta invitava le donne a partecipare alle guerre di indipendenza attivamente.

Ma il mondo, a quel tempo, non era pronto per lei e le sue idee. Morì sola nel 1901, dimenticata da tutti. Eroina femminista, prima che fosse anche solo teorizzato il femminismo.

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