Claudia Segre: "La parità di genere conviene a tutti". I numeri che lo dimostrano

Per parlare di discriminazioni di genere è bene partire dai numeri. Ora più che mai, visto che viviamo un momento in cui, ogni volta che si parla di gender gap, c'è una fitta schiera (di uomini e di donne) che sbuffa, pronta a minimizzare e a sostenere di aver raggiunto la piena parità. I numeri sono onesti e parlano chiaro, vanno interpretati ma non si possono mistificare. Ed è con i numeri che ne abbiamo parlato con Claudia Segre, Presidente Global Thinking Foundation.

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“Se il 50% delle donne non lavorano.
Perché il tasso di occupazione femminile è del 49%. 
Significa che questo 50% non ha un reddito.
Se non ha un reddito non ha risorse economiche per potersi gestire ed essere indipendente.
Il punto di partenza della libertà di una donna è la sua indipendenza economica”.

Per parlare di discriminazioni di genere è bene partire dai numeri.
Ora più che mai, visto che viviamo un momento in cui, ogni volta che si parla di gender gap, c’è una fitta schiera (di uomini e di donne) che sbuffa, pronta a minimizzare e a sostenere di aver raggiunto la piena parità.

I numeri sono onesti e parlano chiaro, vanno interpretati ma non si possono mistificare.
Ed è con i numeri che Claudia Segre, Presidente Global Thinking Foundation, lavora e ci parla in questa intervista, dai toni molto concreti e dalla visione lucida, di donne e finanza, ma anche, più in generale, di donne nel mondo del lavoro e di emancipazione femminile.

Il costo che pagano le donne che lavorano quando diventano mamme

In una nostra rubrica, I soldi delle donne, abbiamo affrontato vari aspetti relativi del rapporto donne e soldi proprio con la Global Thinking Foundation, che si occupa dei temi dell’evoluzione finanziaria e della cosiddetta “financial inclusion”: dagli stereotipi che ancora vogliono la popolazione femminile dilapidatrice di patrimoni maschili, ai dati che smentiscono il cliché della donna inetta agli affari o a cui sono, o dovrebbero essere preclusi, i vertici delle finanza mondiale.

Ne abbiamo parlato sempre con i numeri.

Come quelli indicati in una recente intervista da Christine Lagarde, Direttrice Generale del Fondo Monetario Internazionale: alcuni Paesi potrebbero aumentare il proprio PIL addirittura del 35%, se arrivassero alla parità di genere smuovendo, come dice la stessa Segre facendo riferimento al Global Gender Report, risorse economiche per oltre 28 triliardi di dollari.

A dimostrazione del fatto che la parità di genere non è solo una “questione delle donne”, ma fa bene e serve a tutti. Peccato che:

  • l’88% dei Paesi al mondo abbia ancora oggi delle restrizioni al lavoro femminile nella Costituzione o nelle proprie leggi,
  • in 59 Paesi manchino ancora normative contro le molestie sul posto di lavoro,
  • in 18 sia legalmente consentito impedire alle donne di lavorare.

L’Italia sulla questione gender gap rischia davvero di restare il “fanalino di coda” di cui parla la dottoressa Segre:

Perché questo è un Paese che ha dovuto necessariamente ricorrere a una legge, la Lella Golfo, per far sì che la partecipazione femminile nei CDA  passasse da poco meno del 6% all’attuale 36% e anche nei collegi sindacali si arrivasse attualmente attorno al 41%“.

Qualcuno della fitta schiera di cui sopra storcerà il naso, sostenendo l’inutilità delle quote rosa o, addirittura, tacciandole di essere antimeritocratiche.

Anche in questo caso, ci vengono in aiuto i numeri:

  • 8,5% le donne amministratrici delegate nelle grandi corporate
  • 6 rettrici su 82 rettori universitari 

I fatti sono due: o le donne sono meno meritevoli degli uomini (e i dati, sempre quelli, di accesso alle università nonché i requisiti di merito femminili dicono ben altro), o c’è un problema (enorme!) di accesso femminile nei ruoli apicali del mondo del lavoro.

Meritocrazia: benvenuti nel Paese che ha fallito. Soprattutto con le donne

Vista da questa prospettiva è facile capire come le “quote rose” non siano ispirate a un principio antimeritocratico, semmai la legge Lella Golfo ha permesso almeno a una parte delle donne meritevoli di entrare in ruoli che spettano loro.
Ne restano fuori molte.
Le task force costituitesi per fare fronte all’emergenza Covid l’hanno ampiamente dimostrato.

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