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Come una donna sola fece tremare gli USA: Katharine Graham e i Pentagon Papers

Negli anni Settanta c'è una donna che fa tremare i potenti d'America: Katharine Graham, editrice del "Washington Post". Con lei vengono a galla gli scandali Pentagon Papers e Watergate, scandali che affosseranno il presidente Nixon.

Katharine Graham è stata l’incubo del presidente Richard Nixon prima del Watergate grazie alla pubblicazione dei Pentagon Papers, una serie di studi sulle menzogne della politica americana riguardo la guerra in Vietnam. Un simbolo del femminismo a sua insaputa, con grandi dolori sulle spalle e il peso della conduzione di uno dei quotidiani più letti degli Stati Uniti.

Katharine, detta “Kay”, nasce nel 1917 a New York. Suo padre acquista il Washington Post nel 1933 a un’asta. La madre di Katharine è una radical chic di sinistra con amicizie quali Marie Curie, Thomas Mann e Albert Einstein. Nonostante si consideri una donna indipendente e all’avanguardia, tratta la figlia con sufficienza e questo comportamento segnerà profondamente la piccola Kay che, crescendo, avrà forti problemi di autostima.

Katharine studia a Chicago e si sposa con Philip Graham nel 1940. Sarà il marito a ereditare la guida del Washington Post e Katharine non si oppone. Le sembra normale che suo padre decida di fidarsi più del genero che di lei. Pensieri dovuti alle convenzioni sociali dell’epoca (non si vedevano donne ai posti di comando) e alla scarsa considerazione di se stessa.

Ma quando il marito si suicida è lei a dover prendere le redini dell’azienda. Non sapendo da che parte cominciare e terrorizzata dal potere che si ritrova fra le mani, si circonda di consiglieri maschi che la considerano una marionetta. La svolta avviene però con i “Pentagon Papers”.

Si tratta di un rapporto riservato e top secret che contiene settemila pagine di documenti provenienti dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, raccolti da Robert McNamara, segretario della Difesa tra il 1961 e il 1968. All’interno dei Pentagon Papers ci sono le bugie, i casi di corruzione e le vere opinioni sulla guerra del Vietnam di Presidenti e ufficiali dell’esercito. Sono stati copiati e diffusi da Daniel Ellsberg, un ex militare. Vengono pubblicati per la prima volta sul New York Times il 13 giugno 1971.

L’allora presidente Richard Nixon ricorre alla Corte Suprema per impedire al Times di continuare a pubblicare i Pentagon Papers. Il direttore del Washington Post, Benjamin Bradlee, entra in possesso dei documenti e cerca allora di approfittare dello stallo del New York Times per pubblicare il resto del rapporto.

La decisione però spetta a Katharine. Pubblicare vuol dire mettersi nei guai con la giustizia (guai seri visto che i giornalisti del Times sono accusati di aver danneggiato la sicurezza nazionale), vuol dire tradire l’amico McNamara. Vuol dire rischiare di scatenare una sommossa tra gli americani. Ma, d’altra parte, vuol dire anche informare i cittadini su chi sono veramente i politici che li governano, smascherare le innumerevoli bugie che hanno comportato la morte di migliaia di americani in Vietnam. Vuol dire fare giornalismo.

Katharine, come si vede dal film The Post di Steven Spielberg , è combattuta. Teme le conseguenze di una tale scelta. La sua vera natura di leader si palesa in quel momento. Dà l’ok per la pubblicazione e da quel momento diventa la donna più potente e temuta d’America.

Come se non bastasse, è il suo giornale a essere artefice dello scandalo Watergate che porterà all’impeachment del presidente Nixon: nel 1972 si scopre che uomini legati ai repubblicani avevano installato delle cimici nella sede del Partito Democratico al fine di capire le strategie avversarie. Nixon tenterà di insabbiare tutto ma non ci riuscirà. Gli articoli di Bob Woodward e Carl Bernstein affolleranno la prima pagina del Washington Post per settimane.

Le sue memorie, Personal History, sono state pubblicate nel 1997 e le sono valse il Premio Pulitzer l’anno seguente. Katharine muore nel 2001 dopo una caduta, a seguito della quale ha riportato un grave trauma alla testa.

Attualmente il Washington Post è di proprietà di Jeff Bezos, patron di Amazon, che lo ha acquistato nel 2013 salvandolo dalla bancarotta.

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