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Giovanna Curcio: morire a 15 anni in Italia di sfruttamento sul lavoro

Vittima di un rogo nella fabbrica in cui lavorava per 1,5 euro l'ora a soli 15 anni, Giovanna Curcio è l'emblema dello sfruttamento e del dramma del lavoro nero.

Giovanna Curcio: morire a 15 anni in Italia di sfruttamento sul lavoro

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Morire a nemmeno 16 anni per 1,5 euro l’ora, per lavorare. In un paese che troppo spesso accusa i giovani di essere “bamboccioni”, “choosy”, di non volere fare le valigie per uscire di casa e staccarsi dai genitori o di avere ambizioni che non collimano con le opportunità lavorative proposte dal momento economico, la storia di Giovanna Curcio è ancora una ferita aperta e bruciante nel cuore di quell’Italia operaia fatta di famiglie che si guadagnano da vivere fino all’ultima goccia di sudore con lavori umili, accettando le ristrettezze economiche e unendosi per far fronte ai periodi neri, quelli che più o meno tutti hanno almeno una volta nella vita.

Giovanna, ad esempio, per aiutare la sua, di famiglia,  i suoi genitori, le sue sorelle, aveva accettato di andare a lavorare in un materassificio di Montesano sulla Marcellina, nel salernitano. Solo che quella fabbrica non era in regola, il proprietario, Biagio Maceri, l’aveva messa su clandestinamente.

Le colleghe di lavoro, spiega questo articolo, hanno detto che Giovanna non aveva una mansione precisa, era chiamata da Maceri quando c’era bisogno; vale a dire, in un mese mediamente tra i dieci e i quindici giorni, per nove ore al giorno e un salario pari a un euro e cinquanta all’ora, cinquanta centesimi in meno rispetto alle altre lavoratrici, maggiorenni e con più esperienza di lei.

Papà Pasquale era come se avvertisse che qualcosa in tutta quella storia non quadrava; dotato come ogni genitore del fenomenale istinto di protezione verso la prole, di quell’intuito che talvolta agli occhi dei figli pare esagerato ma raramente non ci azzecca, aveva provato a spiegare alla figlia adolescente che quella paga era da vero e proprio sfruttamento minorile. Forse aveva provato a convincerla a rinunciare al lavoro, assicurandole che in qualche modo se la sarebbero cavata comunque, che i soldi sarebbero arrivati, che non era compito suo preoccuparsi di mettere il pane in tavola.

Solitamente sono i genitori a essere disposti a ogni sacrificio per i figli; nel caso di Giovanna, così piccola ma così coscienziosa, era lei stessa ad aver accettato di caricare sulle proprie, giovani spalle, il peso di una famiglia che, sentiva, dipendeva anche  e soprattutto da lei.

Così, Giovanna si presenta puntuale al lavoro anche quella mattina del 5 luglio 2006, alle 8, prende posto accanto alla collega Annamaria Mercadante, che di anni ne ha 49, e comincia a mettersi all’opera. Fino alla tragedia.

Lo stabile adibito a materassificio clandestino è vetusto, in realtà si trattava di un sottoscala non arieggiato, pieno di materiale infiammabile, in cui l’impianto elettrico era vecchio e naturalmente non a norma. Intorno alle dieci e mezza, probabilmente un cortocircuito fa divampare le fiamme nell’edificio, che presto si propagano nell’intera struttura. Maceri si dà alla fuga immediata, abbandonando le sue operaie a un destino atroce, terribile. Il mito (falso) della fabbrica newyorchese in cui morirono le operaie che ha dato vita alla Festa della Donna diventa improvvisamente reale, drammaticamente palpabile. Fra le fiamme c’è Giovanna, che è rimasta per non lasciare sola Annamaria, che era diventata sua cara amica a dispetto della differenza di età.

La fine è immaginabile, il dolore nel rievocare questa tragedia intenso e tangibile come dodici anni fa; tanti ne sono passati da quando Giovanna ha perso la vita nel rogo del materassificio Bimaltex, tanti spesi in cerca di una giustizia che è arrivata, ma solo in ritardo, come spesso accade. E che comunque non può restituire il sorriso, la voglia di vivere, il sorriso di Giovanna, che voleva aiutare la sua famiglia ed è diventata una martire del lavoro nero, dello schiavismo moderno e dello sfruttamento più sordido e subdolo.

A lei è ispirato il film Due euro l’ora, uscito nel 2016 per la regia di Andrea D’Ambrosio, che nelle pieghe di un’allegoria racconta la situazione di un Sud esasperato da vizi, clientelismo e omertà, troppo brutto per essere vero. La scena dei Carabinieri che entrano per eseguire un’ispezione e si ritrovano ad accettare un caffè dal proprietario della fabbrica abusiva dipinge uno scenario che richiama il teatro dell’assurdo di Brecht, e invece è lo specchio macchiettistico di uno Stato assente, marcio al punto da rendere buoni, perché indispensabili, i carnefici che lo sostituiscono, volutamente cieco e sordo di fronte alle iniquità.

La famiglia di Giovanna Curcio non può aver trovato la pace, semmai solo sollievo, dopo l’arresto di Maceri; ma la pace, quella no, è tutt’altra cosa. È qualcosa che non torna mai più, quando si perde una figlia uccisa dall’abusivismo, dallo sfruttamento, dalla povertà.