È davvero una rivelazione a dir poco scioccante, quella che la cantante gallese Duffy ha affidato al suo profilo Instagram, nel febbraio del 2020.

Potete solo immaginare quante volte ho pensato di scrivere questo post  – ha scritto la cantante gallese esplosa nel 2008 con Mercy, per spiegare la lunga assenza dalle scene – Come lo avrei scritto, come mi sarei sentita poi. Bene, non sono del tutto sicura del perché ora sia il momento giusto e non riesco a spiegare quanto liberatorio ed emozionante sia oggi parlavene. Molti di voi si chiedono cosa mi sia successo, dove sia sparita perché. Un giornalista mi ha contattato, ha trovato un modo per raggiungermi e gli ho detto tutto l’estate scorsa. Era gentile e mi è sembrato così straordinario poterne parlare, finalmente.

La verità è che (per favore, fidatevi di me ora sto bene e sono al sicuro) sono stata stuprata, drogata e tenuta prigioniera per alcuni giorni. Ovviamente sono sopravvissuta. Ma la ripresa ha richiesto tempo. Non esiste un modo leggero per dirlo. Ma posso raccontarvi di quanto, nell’ultimo decennio, mi sia impegnata per tornare a sentire di nuovo il sole nel mio cuore, e il sole ora splende. Vi chiedete perché non ho scelto di usare la mia voce per esprimere il mio dolore? Non volevo mostrare al mondo la tristezza nei miei occhi. Mi sono chiesta, come posso cantare dal cuore se è rotto? E lentamente si spezza.

Mesi dopo quella rivelazione, Duffy è tornata a parlare sul suo sito dell’accaduto, fornendo maggiori particolari.

Era il mio compleanno, sono stato drogata in un ristorante… Poi mi hanno drogata per quattro settimane e portata in un paese estero. Non ricordo di essere salita su un aereo, mi sono ritrovata sul retro di un’auto in viaggio. Sono stata chiusa in una stanza d’albergo e lì il mio rapitore è tornato e mi ha violentata. Ricordo il dolore e il tentativo di rimanere cosciente nella stanza, dopo quello che era successo. Lui è rimasto con me per un altro giorno, non mi guardava, dovevo camminare dietro di lui… Ero un po’ cosciente e un po’ assente. Avrei potuto essere uccisa.

Ho pensato di scappare verso una città vicina, mentre dormiva, ma non avevo soldi e temevo che avrebbe chiamato la polizia e forse mi avrebbero rintracciata in quanto ‘persona scomparsa’. Non so come io abbia avuto la forza di sopportare quei giorni, ho sentito la presenza di qualcosa che mi ha aiutata a rimanere in vita. Sono rimasta con lui, sono rimasta calma per quanto fosse possibile in una situazione del genere: tornata nella mia casa, dove mi tenerva reclusa, mi sono seduta, stordita, come uno zombie. Sapevo di essere in pericolo, perché il mio aguzzino mi ha confessato velatamente il desiderio di uccidermi. Con quella poca forza che mi era rimasta il mio istinto era comunque quello di correre via, correre e trovare un posto dove vivere, dove non mi avrebbe trovata.

Sindrome di Stoccolma: 7 casi di vittime che si sono innamorate dei loro carnefici

Il rapitore mi ha drogata, a casa mia, per quattro settimane, non so se mi abbia violentato lì durante quel periodo. Non so perché non sono stata drogata mentre mi trovavo all’estero; forse mi è stato dato un farmaco di classe A che non poteva portare oltre i confini nazionali. Dopo tutto questo, qualcuno che conoscevo è venuto a casa e mi ha vista sul balcone che fissavo il vuoto, avvolta in una coperta. Non ricordo di essere tornata a casa. La persona ha detto che ero di colore giallo e sembravo una morta. Erano ovviamente spaventati ma non volevano interferire, non avevano mai visto niente del genere.

In seguito, non mi sentivo sicura di andare alla polizia. Ho sentito che se qualcosa fosse andato storto, sarei morta, perché lui mi avrebbe uccisa. Temevo di essere maltrattata o di finire al telegiornale. Ho seguito il mio istinto. L’ho raccontato a due poliziotte, in due occasioni di minaccia diverse avvenute nell’ultimo decennio… è tutto registrato, ho sporto denuncia. E mentre soffrivo chieendomi ‘cosa avevo fatto per meritarmi questo’, ho letto una frase che diceva: ‘Alla fine non è mai tra loro e te, è sempre tra loro e Dio’. Ciò mi ha aiutato molto in mancanza di giustizia.

Sono parole pesanti, drammatiche, quelle di Duffy, che negli anni ha abbandonato la musica per dedicarsi, nel 2010, al cinema, comparendo per l’ultima volta nel 2015 nel film Legend, per il quale ha inciso anche il brano che ne fa da colonna sonora: Whole Lot of Love.

Quanto le è successo spiega perfettamente perché la cantante ha preso così pochi impegni professionali nell’ultimo decennio, e possiamo solo immaginare quanto le ci sia voluto per elaborare il dramma vissuto e rimettersi in carreggiata.

Sfogliate la gallery per ripercorrere la sua carriera.

"Rapita, stuprata e drogata", il dramma dietro la scomparsa di Duffy dalla musica
Fonte: web
Foto 1 di 7
Ingrandisci

Articolo originale pubblicato il 27 Febbraio 2020