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Daphne Caruana Galizia: perché una donna sceglie di rischiare la vita invece di fermarsi

Uccisa nel 2017, Daphne Caruana Galizia sapeva di rischiare, ma è andata avanti in nome della verità, della giustizia, del senso di responsabilità. Sapendo che non ne sarebbe uscita vincitrice, probabilmente neppure viva.

Daphne Caruana Galizia non è la prima a morire per amore del suo mestiere, non sarà nemmeno l’ultima, probabilmente.

La storia ci ha consegnato moltissimi di quegli eroi, “tutti giovani e belli”, parafrasando Guccini, morti prematuramente perché giudicati “scomodi”, uccisi da un potere troppo grande persino per loro e per il loro coraggio.

Ilaria Alpi, Maria Grazia Cutuli, fino a Borsellino e Falcone, ma si potrebbe continuare all’infinito, citando, uno per uno, tutti coloro che in nome di uno scopo di onestà e di verità, o alla ricerca di una giustizia troppo latitante e lasciva, asservita e claudicante, hanno pagato il pegno più alto, quello che chiede il non ritorno, l’annientamento.

Daphne Anne Vella, coniugata Caruana Galizia, sarà forse un nome sconosciuto a molti, non a chi ha seguito la sua lotta per far uscire allo scoperto il livello altissimo di corruzione dei vertici governativi di Malta, isola tanto piccola quanto impregnata di illegalità, secondo quanto emerso dalle inchieste della blogger e giornalista, certamente non a chi ha deciso della sua morte, piazzandole nella Peugeot 108 affittata l’autobomba che l’ha uccisa, il 16 ottobre 2017, alle 15:00.

È stato, purtroppo, un pomeriggio che difficilmente potrà essere dimenticato, quello, perché, mentre il fumo avvolgeva i dintorni di Bidnija, vicino Mosta, dove Daphne abitava, e i pezzi di auto e del suo povero corpo sventrato dall’esplosione venivano recuperati, sparsi nei campi vicini, lentamente chiunque avesse seguito le sue battaglie di legalità, o letto i suoi articoli, si trovava a dover dolorosamente prendere coscienza del fatto che qualcuno avesse soffocato la verità, e la libertà di cercarla.

Fu il figlio Matthew a trovarla per primo.

Mi ha detto ‘ Vado in banca’ – ha raccontato in un’intervista per il Guardian, condiviso anche da Internazionale – È uscita di casa e ho sentito un’esplosione. Ho capito subito che si trattava di un’autobomba. Ho visto il logo Peugeot e ho pensato ‘Merda’. C’era un’enorme palla di fuoco. Sembravano le fiamme dell’inferno. È stato terribile. Ricordo il suono del clacson. C’erano pezzi del suo corpo ovunque.

Daphne sapeva di essere una voce scomoda, sapeva che qualcuno, prima o poi, si sarebbe stufato delle sue inchieste, delle sue mille domande, delle accuse che non aveva paura di lanciare dal suo blog, aperto nel 2008. Era stata arrestata l’8 marzo 2013 per aver rotto il silenzio politico il giorno prima delle elezioni generali, postando video che deridevano l’allora leader dell’opposizione Joseph Muscat, poi diventato Primo Ministro. È stata interrogata dalla polizia prima di essere liberata dopo poche ore, ma certamente l’ascesa al potere del Partito Laburista a Malta ha segnato il punto di svolta del suo giornalismo. Caruana Galizia ha indagato a fondo sul coinvolgimento di nomi importanti del governo maltese nei Panama Papers, il fascicolo in cui uno studio legale panamense ha conservato informazioni dettagliate su oltre 214.000 società offshore, includendo le identità degli azionisti e dei manager, arrivando a scoprire verità troppo scomode per essere accettate e a portare allo scoperto un giro di criminalità incredibile per il paese, da sempre coperto da un’immagine di apertura mentale, di democrazia e di libertà.

Era solo una facciata. Ha svelato la corruzione ai livelli più alti del governo. Li ha smascherati tutti, dal primo all’ultimo.

Sapeva il rischio che correva, ma la sua paura non era di essere messa a tacere.

 La mia più grande paura è che le persone, vedendo cosa mi è accaduto, non abbiano il coraggio di affrontare le conseguenze.

Diceva nell’ultima intervista concessa, sei giorni prima di essere uccisa nello scoppio dell’autobomba.

Come Falcone, Borsellino e ogni singola persona che abbia davvero lottato per un ideale di giustizia e verità, anche Daphne ha scelto la strada senza via d’uscita, quella che l’ha portata ad abbracciare il suo destino impietoso; lo ha fatto per senso di responsabilità, per coerenza con se stessa, per amore di verità, lottando contro un potere in modo impari e sicuramente sapendo che non ne sarebbe uscita vincitrice, probabilmente neppure viva, ma con la consapevolezza che il fermarsi non sarebbe stata un’opzione possibile. Perché, come dice il marito Peter,

Quando hai una mente così, non la puoi spegnere.

Lo aveva previsto – racconta lui, l’uomo che era suo compagno dal 1983 – aveva detto “Cosa possono fare, pagare qualcuno per uccidermi?’“.

Daphne era cosciente del pericolo, ma allo stesso tempo anche del fatto che rinunciare le sarebbe pesato molto di più, persino rispetto alla prospettiva di vivere una vita lunga e serena accanto a Peter e ai suoi tre figli, magari di diventare nonna, di godersi gli anni della pensione e della vecchiaia. Lei è l’ennesima “eroina giovane e bella” che la furia violenta e oppressiva del crimine ha consegnato alla storia. E, per quanto l’epilogo della sua vita faccia spavento e terrorizzi al solo pensiero che contro certi poteri la lotta sembra inutile, siamo sicuri che lei non avrebbe voluto viverla in altro modo.

Daphne Caruana Galizia: perché una donna sceglie di rischiare la vita invece di fermarsi

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