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Daphne Caruana Galizia: perché una donna sceglie di rischiare la vita invece di fermarsi

Uccisa nel 2017, Daphne Caruana Galizia sapeva di rischiare, ma è andata avanti in nome della verità, della giustizia, del senso di responsabilità. Sapendo che non ne sarebbe uscita vincitrice, probabilmente neppure viva. Ora un libro ricorda le sue inchieste e il suo impegno in nome della verità.
Questo contenuto fa parte della rubrica “Storie di Donne”

Aggiornamento del 20 novembre 2019

Questa mattina è stato arrestato il presunto mandante dell’omicidio della giornalista Daphne Caruana Galizia: Yorgen Fenech, ma riepiloghiamo con ordine l’excursus delle indagini.

Per la morte di Daphne la procura generale maltese ha chiesto l’ergastolo per gli imputati, arrestati un paio di mesi dopo l’omicidio, i fratelli George e Alfred Degiorgio, 55 e 53 anni, e Vincent Muscat, 55 anni – che, per uno strano scherzo del destino, porta il cognome del primo ministro – tutti pregiudicati.

Come riporta il quotidiano Malta Today, sarebbero sei le accuse a carico degli imputati: oltre all’omicidio volontario, per cui gli inquirenti hanno chiesto la pena massima, i tre sono stati rinviati a giudizio per associazione a delinquere, per la “promozione e organizzazione” del delitto, per aver partecipato attivamente alla sua esecuzione e, infine, per possesso illegale di esplosivi. Il quotidiano aggiunge inoltre che, nel testo del richiesta di condanna, gli inquirenti ritengano che i DeGiorgio e Muscat si siano “associati tra loro così come con terze parti che sono ancora sconosciute, allo scopo di uccidere Daphne Caruana Galizia”.

Proseguono dicendo che l’omicidio è stato preparato nei minimi dettagli, indicando i ruoli che gli imputati avrebbero avuto nel delitto: “[…] uno avrebbe sorvegliato l’area – quella attorno alla casa di Caruana Galizia – nei giorni precedenti il crimine, un altro l’avrebbe sorvegliata nel giorno del crimine, il terzo avrebbe fatto detonare la bomba”.

Secondo l’ordinamento giuridico maltese, la formalizzazione dei capi di accusa conferma automaticamente l’arresto per 20 mesi, in attesa delle sentenze definitive dopo il processo. Nel frattempo, però, il 19 novembre è stato arrestato un altro uomo, che sarebbe l’intermediario che ha messo in contatto l’assassino, mandanti e gli uomini che si sono procurati l’esplosivo utilizzato nell’attentato.

È grazie a quest’uomo (la cui identità è segreta e al momento è sotto stretta sorveglianza dello Stato) che si è infine giunti ad arrestare il mandante dell’omicidio. L’informazione è arrivata dopo che il premier maltese Joseph Muscat ha deciso di concedergli la grazia per i suoi crimini. Questa mattina è stato dunque arrestato, mentre tentava di scappare dal Paese a bordo del suo yatch, l’uomo d’affari maltese Yorgen Fenech, amministratore delegato del Tumas Group, holding a cui fanno capo i più importanti casinò dell’isola e capo del consorzio responsabile della costruzione di una centrale a gas, ma soprattutto il titolare del fondo segreto 17 Black, con sede a Dubai, denunciato dalla Caruana prima di morire.

Daphne aveva infatti scoperto che la società serviva per coprire il transito del pagamento di tangenti a due membri del governo laburista maltese, ovvero l’attuale capo di gabinetto Keith Schembri e il ministro Konrad Mizzi. L’arresto di Fenech, al momento non è ancora confermato dalle autorità. 

Segue l’articolo originale:

Daphne Caruana Galizia non è stata la prima a morire per amore del suo mestiere, non sarà nemmeno l’ultima, probabilmente.

La storia ci ha consegnato moltissimi di quegli eroi, “tutti giovani e belli”, parafrasando Guccini, morti prematuramente perché giudicati “scomodi”, uccisi da un potere troppo grande persino per loro e per il loro coraggio. L’ultima è Hevrin Khalaf, attivista siriana trucidata il 14 ottobre

Ilaria Alpi, Maria Grazia Cutuli, fino a Borsellino e Falcone, ma si potrebbe continuare all’infinito, citando, uno per uno, tutti coloro che in nome di uno scopo di onestà e di verità, o alla ricerca di una giustizia troppo latitante e lasciva, asservita e claudicante, hanno pagato il pegno più alto, quello che chiede il non ritorno, l’annientamento.

Daphne Anne Vella, coniugata Caruana Galizia, sarà forse un nome sconosciuto a molti, non a chi ha seguito la sua lotta per far uscire allo scoperto il livello altissimo di corruzione dei vertici governativi di Malta, isola tanto piccola quanto impregnata di illegalità, secondo quanto emerso dalle inchieste della blogger e giornalista, certamente non a chi ha deciso della sua morte, piazzandole nella Peugeot 108 affittata l’autobomba che l’ha uccisa, il 16 ottobre 2017, alle 15:00.

È stato, purtroppo, un pomeriggio che difficilmente potrà essere dimenticato, quello, perché, mentre il fumo avvolgeva i dintorni di Bidnija, vicino Mosta, dove Daphne abitava, e i pezzi di auto e del suo povero corpo sventrato dall’esplosione venivano recuperati, sparsi nei campi vicini, lentamente chiunque avesse seguito le sue battaglie di legalità, o letto i suoi articoli, si trovava a dover dolorosamente prendere coscienza del fatto che qualcuno avesse soffocato la verità, e la libertà di cercarla.

Fu il figlio Matthew a trovarla per primo.

Mi ha detto ‘ Vado in banca’ – ha raccontato in un’intervista per il Guardian, condiviso anche da Internazionale – È uscita di casa e ho sentito un’esplosione. Ho capito subito che si trattava di un’autobomba. Ho visto il logo Peugeot e ho pensato ‘Merda’. C’era un’enorme palla di fuoco. Sembravano le fiamme dell’inferno. È stato terribile. Ricordo il suono del clacson. C’erano pezzi del suo corpo ovunque.

Daphne sapeva di essere una voce scomoda, sapeva che qualcuno, prima o poi, si sarebbe stufato delle sue inchieste, delle sue mille domande, delle accuse che non aveva paura di lanciare dal suo blog, aperto nel 2008. Era stata arrestata l’8 marzo 2013 per aver rotto il silenzio politico il giorno prima delle elezioni generali, postando video che deridevano l’allora leader dell’opposizione Joseph Muscat, poi diventato Primo Ministro. È stata interrogata dalla polizia prima di essere liberata dopo poche ore, ma certamente l’ascesa al potere del Partito Laburista a Malta ha segnato il punto di svolta del suo giornalismo.

Caruana Galizia ha indagato a fondo sul coinvolgimento di nomi importanti del governo maltese nei Panama Papers, il fascicolo in cui uno studio legale panamense ha conservato informazioni dettagliate su oltre 214.000 società offshore, includendo le identità degli azionisti e dei manager, arrivando a scoprire verità troppo scomode per essere accettate e a portare allo scoperto un giro di criminalità incredibile per il paese, da sempre coperto da un’immagine di apertura mentale, di democrazia e di libertà.

Era solo una facciata. Ha svelato la corruzione ai livelli più alti del governo. Li ha smascherati tutti, dal primo all’ultimo.

Sapeva il rischio che correva, ma la sua paura non era di essere messa a tacere.

 La mia più grande paura è che le persone, vedendo cosa mi è accaduto, non abbiano il coraggio di affrontare le conseguenze.

Diceva nell’ultima intervista concessa, sei giorni prima di essere uccisa nello scoppio dell’autobomba.

Come Falcone, Borsellino e ogni singola persona che abbia davvero lottato per un ideale di giustizia e verità, anche Daphne ha scelto la strada senza via d’uscita, quella che l’ha portata ad abbracciare il suo destino impietoso; lo ha fatto per senso di responsabilità, per coerenza con se stessa, per amore di verità, lottando contro un potere in modo impari e sicuramente sapendo che non ne sarebbe uscita vincitrice, probabilmente neppure viva, ma con la consapevolezza che il fermarsi non sarebbe stata un’opzione possibile. Perché, come dice il marito Peter,

Quando hai una mente così, non la puoi spegnere.

Lo aveva previsto – racconta lui, l’uomo che era suo compagno dal 1983 – aveva detto ‘Cosa possono fare, pagare qualcuno per uccidermi?’“.

L’ultimo post sul suo blog, il Running Commentary, risale a pochi minuti prima di uscire di casa per salire sull’auto che sarebbe saltata in aria alle  14.35 di quel 16 ottobre:

Ci sono corrotti ovunque si guardi, la situazione è disperata.

Daphne sapeva, forse, di avere i giorni contati, ma il suo impegno e la sua voce non si sono fermati con la sua morte: anzi, i suoi articoli e le sue inchieste sono diventati un libro, Di’ la verità anche se la tua voce trema, uscito l’11 ottobre, a pochi giorni di distanza dal secondo anniversario dell’attentato.

Edito da Bompiani, il libro è il primo della collana Munizioni voluta da Roberto Saviano, chiamata così perché per gli scrittori le parole sono le armi da usare, e che dovrà rappresentare il “baluardo a difesa delle pagine di chi scrivendo è perseguitato e scrivendo è morto”. Proprio lo scrittore campano ha accompagnato i tre figli di Daphne, Matthew, Andrew e Paul, nella trasmissione Che tempo che fa di Fabio Fazio – l’intervista integrale a questo link – dove hanno parlato delle inchieste della madre.

Nostra madre non era un’eroina, è stata un essere umano. Non è mai stata cinica, non bisogna mai essere cinici perché se lo siamo non diamo nessun contributo alla risoluzione dei problemi della società

Daphne era cosciente del pericolo, ma allo stesso tempo anche del fatto che rinunciare le sarebbe pesato molto di più, persino rispetto alla prospettiva di vivere una vita lunga e serena accanto a Peter e ai suoi tre figli, magari di diventare nonna, di godersi gli anni della pensione e della vecchiaia. Lei è l’ennesima “eroina giovane e bella” che la furia violenta e oppressiva del crimine ha consegnato alla storia. E, per quanto l’epilogo della sua vita faccia spavento e terrorizzi al solo pensiero che contro certi poteri la lotta sembra inutile, siamo sicuri che lei non avrebbe voluto viverla in altro modo.

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