Femminismo e backlash: perché ogni passo avanti scatena una reazione contraria

Cosa accade nel mondo: nonostante le lotte del femminismo, nel 2026 si è costrette a registrare il backlash, passi indietro, dettato da un'agenda politica conservatrice, ma non solo.

Cosa significa parlare di backlash e femminismo nel 2026? Significa riconoscere che, benché la condizione del genere femminile stia avanzando mediamente a livello internazionale, esistono delle resistenze non solo nei microcosmi delle nazioni.

Possiamo paragonare il fenomeno, solo per capire, alle ondate di violenze – oltre quelle che purtroppo restano stabili – nei confronti delle persone transgender: ogniqualvolta le persone transgender diventano sempre più visibili, questo scatena la violenza della transfobia.

Il backlash nei confronti del femminismo non è, in un certo senso molto diverso: ogni volta che le donne si avvicinano a quel soffitto di cristallo (e non solo), più di qualcuno spinge per tirarle via. E il brutto è che il giorno in cui capiremo che ogni lotta può essere solo internazionale – perché i diritti o sono di tuttə o si chiamano privilegi – sembra ancora lontano.

Le conquiste economiche del femminismo

Sul sito dell’Overseas Development Institute si legge una frase interessante: “L’architettura della finanza è cambiata in molti modi che rendono più difficile il mantenimento dell’esclusione”. In alcune nazioni del mondo il commercio e la finanza digitale sta in effetti portando a novità positive per l’emancipazione delle donne, almeno sul fronte economico. Per esempio in Mali, tra il 2017 e il 2021, il divario di genere nell’inclusione finanziaria è passato dal 20% al 5%. In Kenya invece una nuova legislazione permette di favorire, rispetto al passato, l’ottenimento di conti correnti per le donne, mentre in India le titolari di conti correnti sono, nel 2026, oltre l’80%.

Purtroppo però è un piccolo passo in avanti a fronte di tanti passi indietro o di stasi. Prendiamo istruzione e occupazione: in moltissimi Paesi le donne raggiungono ottimi risultati scolastici, di gran lunga superiori a quelli dei coetanei uomini, ma questo non trova riscontro nel mondo del lavoro, dove spesso le donne vengono relegate a obblighi di cura.

Il backlash della politica

Oltre alla rinascita dei movimenti conservatori in molti Paesi, stiamo assistendo ad attacchi politici mirati che stanno causando un vero e proprio arretramento dei diritti. Naturalmente il caso più eclatante è rappresentato dall’Afghanistan, dove da anni ormai il regime talebano ha tolto sempre più terreno alle donne: ora è stata approvata una norma che permette agli uomini di infliggere punizioni fisiche a mogli e figlie, purché non causino fratture. Ma se Atene piange Sparta non ride, e quindi negli Stati Uniti abbiamo assistito a un annullamento della sentenza Roe vs Wade, ovvero quella sulla libertà di scelta, e i diritti riproduttivi delle donne vengono minati giorno dopo giorno. E nazioni storicamente sempre più progressiste su questi temi, come Canada o Regno Unito, anch’esse hanno compiuto passi indietro.

In un pezzo su Ms Magazine, S. Mona Sinha scrive: “In un mondo in cui resta ancora molto da fare per promuovere i diritti delle donne e delle ragazze, e sempre più diviso, i governi non possono permettersi di sottrarsi alla cooperazione. Una solida collaborazione a livello nazionale, regionale e internazionale è essenziale per eliminare le discriminazioni e promuovere l’uguaglianza per tutti”.

Un punto di vista interessante che parte da due dati: da un lato, nel 2024, il Gambia si è opposto a una nuova legge che potesse vietare le mutilazioni genitali femminili, dall’altro in India la violenza di genere sta sempre più sconfinando nelle fasi del processo legale, attraverso denunce negate alle donne, indagini bloccate o malgestite e vittimizzazione secondaria. In tutto questo, nel mondo, i movimenti anti-femministi avanzano, ben finanziati e radicati, mentre i sistemi politici si oppongono al cambiamento delle norme sociali in favore, ad esempio della riduzione del gap retributivo. E anche le battaglie per le tasse “rosa” – ovvero la tassazione di prodotti a uso esclusivo delle donne, come gli assorbenti – non contano vittorie.

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