Part-time involontario: la trappola che abbassa stipendi e pensioni delle donne

Quando una donna dichiara di lavorare part-time (e magari di avere anche figli), nella maggior parte dei casi, purtroppo, non ci si stupisce nemmeno. Sembra quasi essere "scontato" che una donna lavori metà giornata. Ma non è colpa nostra: è un bias inconscio, tramandatoci da un sistema socio-culturale che penalizza e marginalizza il lavoro femminile. Trasformando, così, il lavoro in un vero e proprio part-time involontario per le donne. Vediamo di cosa si tratta nello specifico e quali sono le conseguenze.

Quando una donna dichiara di lavorare part-time (e magari di avere anche figli), nella maggior parte dei casi, purtroppo, non ci si stupisce nemmeno. Sembra quasi essere “scontato” che una donna lavori metà giornata. Ma non è colpa nostra: è un bias inconscio, tramandatoci da un sistema socio-culturale che penalizza e marginalizza il lavoro femminile. Trasformando, così, il lavoro in un vero e proprio part-time involontario per le donne.

Vediamo di cosa si tratta nello specifico e quali sono le conseguenze.

Part-time involontario: la trappola che abbassa stipendi e pensioni delle donne

Il part-time involontario è un fenomeno che colpisce soprattutto le donne, chi non possiede titoli di studio “elevati” e i lavoratori stranieri, e concerne più della metà dei lavoratori part-time in Italia. Quello che, infatti, prende inizialmente le sembianze di una scelta flessibile, si trasforma, nel corso del tempo, in una trappola a tutti gli effetti.

Una trappola che, come spesso accade, ingabbia in particolar modo le donne. I dati Istat parlano chiaro: le lavoratrici con part-time involontario rappresentano l‘8,6%, rispetto al 2,5% degli uomini. Ma perché succede? Le casistiche sono molteplici: si va dal rifiuto del full time agli straordinari non retribuiti, fino a usi impropri di “clausole elastiche” e al lavoro extra non remunerato.

Una condizione che, naturalmente, è alimentata anche dal divario di genere che caratterizza sia il mercato del lavoro, sia le dinamiche familiari. Da un lato, infatti, le donne risultano sovrarappresentate in settori professionali contraddistinti da maggiore instabilità contrattuale (come l’assistenza sanitaria, il commercio al dettaglio, i servizi alla persona e affini), mentre dall’altro si assiste ancora a una divisione dei ruoli impari all’interno del nucleo familiare che aggrava le donne, soggiogandole a lavori di cura per figli e anziani.

Le conseguenze del part-time involontario: carriere frammentati e stipendi più bassi

Quali sono le conseguenze del part-time involontario per le donne? Il primo aspetto a subire un impatto notevole è sicuramente quello che riguarda le retribuzioni. Sebbene, in Italia, il gender pay gap appaia relativamente contenuto (intorno al 5,6%, come dichiara l’Istat), questo scenario non prende in considerazione le interruzioni di carriera, la minore quantità di ore lavorate e, appunto, il fenomeno del part-time involontario.

E se non si guarda solo alla paga oraria, ma al reddito nel suo complesso, la forbice si amplia ancora di più, dal momento che le donne guadagnano meno degli uomini proprio a causa delle condizioni precarie professionali e del minor numero di ore impiegate. A tutto questo si affianca, poi, la qualità occupazionale: il part-time involontario è, nella maggior parte dei casi, correlato a minori possibilità di carriera, contratti poco stabili e una quasi automatica esclusione a ruoli apicali.

Senza dimenticare, infine, la distribuzione del lavoro di cura. Come si legge su Pando Labs:

I dati rivelano un quadro in cui il divario di genere non è un’astrazione, ma una realtà misurabile in ore e percentuali.  Secondo le più recenti rilevazioni Istat, in un giorno medio una donna in Italia dedica ben 5 ore e 9 minuti al lavoro non retribuito (cura della casa, assistenza a figli o anziani), più del doppio rispetto alle 2 ore e 16 minuti impiegate da un uomo.

E ancora:

Questo scarto di quasi tre ore al giorno posiziona l’Italia tra i paesi con il più ampio divario di genere nel tempo di cura in Europa, superata solo dalla Turchia. La disparità non riguarda solo la quantità di tempo, ma anche la costanza dell’impegno. Quasi la totalità delle donne (92,3%) svolge almeno un’attività di cura o lavoro domestico nel corso della giornata, una quota che scende a poco meno di tre quarti per gli uomini (74,6%).

Per le donne, quindi:

La cura è una costante quotidiana, mentre per una parte significativa degli uomini, un’attività occasionale. Questo lavoro, fornito in maggioranza da donne (circa il 60% dei caregiver familiari), è diretto principalmente a familiari non autosufficienti, anziani o bambini, rimanendo confinato tra le mura domestiche.

Superare il part-time involontario: come raggiungere la vera flessibilità lavorativa

Le conseguenze del part-time involontario per le donne non si fermano al presente, ma si protraggono per tutto l’arco della vita lavorativa, fino alla pensione. Occorre, dunque, pensare a modalità e strategie per dare vita a una vera flessibilità lavorativa, che non si riduca a penalizzazioni e marginalizzazioni del lavoro femminile, ma a una ristrutturazione sistemica dell’impianto professionale italiano.

Come si legge su Gi Group Women, un primo passo sarebbe quello di creare politiche di welfare più accessibili, aumentando i servizi di cura per i bambini e i familiari anziani e elidendo, così, la convinzione che questo carico debba essere affidato solo alle donne. Investire in asili nido e servizi di babysitting, per esempio, è un’ottima soluzione per permettere alla donna di avere una vita lavorativa appagante e full time.

A ciò si aggiungono congedi parentali reali, supportati da una cultura aziendale nuova e aperta ai cambiamenti, e incentivi fiscali per tutte le aziende che assumono donne con contratti a tempo pieno, soprattutto nei settori in cui la rappresentanza femminile risulta ancora ridotta.

Sensibilizzando, al contempo, la popolazione verso un’equa condivisione delle responsabilità nei confronti delle cure domestiche, dei bambini e degli anziani, che, come accennato, ricadono ancora sulle spalle delle donne, ne aumentano il carico mentale e proibiscono loro di strutturare il proprio impegno professionale in modo dignitoso.

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