'Illegal aliens': chi sono gli "alieni illegali". Quando il linguaggio disumanizza

L'espressione "illegal aliens", ossia "alieni illegali" (nel senso di "immigrati clandestini", "stranieri irregolari"), è utilizzata negli Stati Uniti d'America per riferirsi a cittadini "stranieri" con un'accezione stigmatizzante e derogatoria. Scopriamo perché e quali sono i suoi effetti a livello sociale e politico.

I recenti avvenimenti che hanno visto coinvolti l’agenzia federale statunitense ICE – Immigration and Customs Enforcement e le vittime uccise ingiustamente e gratuitamente da quest’ultima hanno riportato al centro del dibattito una delle espressioni più disumanizzanti della terminologia degli Stati Uniti in riferimento alle persone immigrate: “illegal aliens”.

Ma che cosa vuol dire, e da dove deriva tale espressione? Vediamolo insieme.

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Cosa significa “illegal aliens”: tra legge e linguaggio

L’espressione “illegal aliens”, ossia “alieni illegali” (nel senso di “immigrati clandestini”, “stranieri irregolari”), è utilizzata negli Stati Uniti d’America per riferirsi a cittadini stranieri con un’accezione stigmatizzante e derogatoria.

Nello specifico, nell’ambito del linguaggio giuridico statunitense, il termine “alien” indica una persona che non è un cittadino degli USA, mentre la combinazione “illegal aliens” viene utilizzata per designare tutti gli individui che vivono nel Paese ma non posseggono autorizzazione legale, perché, ad esempio, sono stati violati i termini del proprio visto o sono entrati eludendo i punti di controllo.

La correlazione tra “alien” e “straniero” affonda le sue radici nel XVII secolo, quando William Blackstone ne fece uso nei suoi Commentari sulle leggi d’Inghilterra. Verosimilmente, l’espressione seguì i coloni britannici nel Nuovo Mondo, approdandovi e diffondendosi nel momento in cui fondarono le prime colonie in Nord America.

Non è un caso, infatti, che la prima legislazione statunitense relativa all’immigrazione utilizzi proprio il termine “alien” per connotare le persone straniere, comparendo anche nel Naturalization Act – approvato dal primo Congresso degli Stati Uniti – e negli Alien and Sediction Act del 1798.

Disumanizzazione e stigma: perché “illegal aliens” è un’espressione controversa

L’espressione “illegal aliens”, tuttavia, non è rimasta marginata ai primi vagiti degli Stati Uniti d’America, ma ha continuato a essere ampiamente usata nei documenti e nei dibattiti politici e legali, dando vita a critiche aspre da parte di linguisti, attivisti ed esperti della comunicazione.

Il problema è duplice. Da un lato, l’aggettivo “illegal” – che, in inglese, qualifica una condotta, non una persona – sembra voler attribuire uno stato di “illiceità” all’individuo stesso, anziché all’atto di restare in un Paese oltre i termini consentiti o valicare un confine. Dall’altro, al contempo, il sostantivo “aliens” veicola un’esplicita disumanizzazione, confinando le persone immigrate al di là del concetto stesso di umanità – e, quindi, dei diritti umani.

“Illegal aliens” ha, perciò, un effetto stigmatizzante, e acuisce, secondo diversi ricercatori di linguistica e comunicazione, la percezione pubblica di criminalità e pericolo associata allo stereotipo degli individui stranieri, corroborando, così, pregiudizi e narrazioni negative e denigranti.

Per tale ragione, alcune organizzazioni giornalistiche e di advocacy hanno chiesto di limitare, se non di abbandonare del tutto, il ricorso a “illegal aliens”, in favore di espressioni maggiormente neutrali e centrate sulle azioni compiute (come “persona illegalmente presente nel Paese” o affini). L’Associated Press Stylebook, la guida di riferimento per la redazione di articoli giornalistici, comunicati stampa e contenuti aziendali in inglese americano – celebre per garantire coerenza, accuratezza e chiarezza – ha affermato:

Non utilizziamo i termini “immigrato illegale”, “immigrato non autorizzato”, “migrante irregolare”, “straniero”, “illegale”, “clandestino” o “senza documenti” (tranne quando citiamo persone o documenti che utilizzano questi termini). Molti immigrati e migranti possiedono qualche tipo di documento, ma non quelli necessari.

Per cui:

Le varianti accettabili includono il vivere o l’entrare in un paese illegalmente o senza permesso legale. Per le persone: immigrati privi di status legale permanente. L’Unione Europea e alcune agenzie delle Nazioni Unite utilizzano il termine “immigrazione irregolare”; tale termine è accettabile nelle aree in cui è comunemente utilizzato. Non utilizzare “migranti irregolari”.

E, per concludere:

Quando lo spazio è un fattore determinante, come in un titolo, è accettabile semplicemente “migrante/i” o “immigrato/i”, purché il contesto sia chiaro nei primi paragrafi dell’articolo.

Precisione giuridica VS dignità umana di “illegal aliens”

Anche di fronte alla palese disumanizzazione, marginalizzazione e stigmatizzazione di “illegal aliens”, vi è ancora, però, chi sostiene che l’espressione abbia una sua “precisione giuridica”, e debba essere utilizzata per designare, da un punto di vista tecnico, chi viola determinate norme sull’immigrazione.

Un’accezione che torna con frequenza nei documenti ufficiali di amministrazioni e dipartimenti governativi, tra cui il Dipartimento di Giustizia statunitense. Come riporta il Time, nel 2018, per esempio, il Dipartimento ha richiesto che gli uffici legali statunitensi usassero “illegal aliens” anziché “undocumented” per riferirsi a immigrati presenti sul territorio illegalmente, dal momento che il secondo non corrispondeva alla “terminologia statale”.

I detrattori di questa espressione, al contrario, osservano che la rigidità di un linguaggio giuridico e legalista possa celare la diversità e pluralità di situazioni, rischiando di ridurre le persone a una presunta trasgressione e alimentando, in questo modo, la diffusione incontrollata di stereotipi che privano tali individui di umanità e dignità.

In questo senso, organizzazioni e movimenti sociali – come la campagna Drop the I-Word – hanno mobilitato bibliotecari, giornalisti e attivisti affinché promuovessero nomenclature più rispettose delle persone immigrate, sottolineando l’impatto sociale del linguaggio sulla loro percezione e il fatto che molte di esse non stiano violando la legge, bensì siano in attesa di regolarizzazione o civilmente irregolari.

Un emblema della maggiore sensibilizzazione circa l’uso di “illegal aliens” è costituito dalla Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, la quale, nel 2021, ha sostituito l’etichetta – ritenuta offensiva e poco chiara – con le diciture “Noncitizens” e “Illegal immigration”.

Delineando, così, non solo un cambiamento burocratico, ma anche, e soprattutto, una crescente consapevolezza sulle conseguenze del linguaggio istituzionale e sui suoi effetti sulla visibilità e dignità delle comunità migranti.

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