Sali in macchina, scendi al distributore e fai benzina al self-service. Parcheggi, entri al centro commerciale. Fai la spesa, scansioni gli acquisti, li imbusti, paghi alla cassa automatica. Torni a casa e monti i mobili che hai comprato da Ikea. Prima di andare a dormire, controlli quanto hai speso sull’home banking.

Difficilmente saremmo portati a pensare che quello di una giornata banale sia in realtà il racconto di una serie di attività fatte per conto delle aziende senza ricevere alcun compenso in cambio. Eppure, è così. Si chiama lavoro ombra e tutti noi lo facciamo senza rendercene conto, ogni giorno.

Cos’è il lavoro ombra?

Con “lavoro ombra” si indicano tutte quelle occupazioni che facciamo al di fuori dell’attività professionale e che non percepiamo come “lavoro”, ma che sono in realtà delle vere e proprie mansioni lavorative gratuite per conto per conto di aziende multinazionali, enti o associazioni.

Sono attività che prima venivano svolte (e retribuite) da lavoratori e lavoratrici i cui posti di lavoro sono stati automatizzati sull’altare del risparmio.

A coniare il termine “lavoro ombra” è stato il filosofo austriaco Ivan Illich, che lo ha usato per indicare il lavoro non retribuito che va a vantaggio di qualcun altro, ad esempio il lavoro di cura svolto gratis dalle donne che permette agli uomini di svolgere il loro lavoro retribuito.

Ad approfondite il concetto, facendo emergere come il trend in fortissima ascesa di questo fenomeno sia legato a doppio filo con quello dell’automazione, è stato però il sociologo Craig Lambert nel libro Il lavoro ombra. Tutti i lavori che fate (gratis) senza nemmeno saperlo.

Il lavoro ombra. Tutti i lavori che fate (gratis) senza nemmeno saperlo

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Lambert definisce queste attività energivore e che ci consumano il tempo «la schiavitù della classe media» e «il secondo lavoro che non sappiamo di avere». In sintesi, sono tutte quelle occupazioni che svolgiamo al posto dei nostri fornitori, senza che ci venga riconosciuto nulla in cambio e che vengono, anzi, presentate come un vantaggio in termini di autonomia e comodità. 

Alcuni esempi di lavoro ombra

In apertura di questo articolo abbiamo fatto una serie di esempi che rientrano a pieno titolo nel lavoro ombra: fare rifornimento ai distributori automatici, ad esempio, è stato proprio uno dei primi casi che, negli anni ’50, ha aperto la strada all’automatizzazione di moltissime attività lavorative.

Ma anche l’autolavaggio self-service rientra in questa categoria, così come tutte le attività che facciamo in moltissimi supermercati – imbustare e pesare le verdure, scannerizzare prodotti, card e coupon, pagare il conto, compilazione di moduli per avere le tessere sconto – e fast food – ordinare e pagare senza interagire con i commessi.

Fanno parte del lavoro ombra anche tutte le operazioni che svolgiamo online attraverso l’home banking invece che in banca, così come tutte le attività legate alle vacanze: prenotazioni, check in online, stampa dei biglietti, bag drop… Anche le attività postali possono rappresentare “shadow job”: andare a prendere un pacco alle Poste o in un punto di ritiro ne è un classico esempio.

Sono tutte attività che non riconosciamo consapevolmente come attività lavorative ma che lo sono e che permettono alle aziende di risparmiare il costo del personale e spesso anche di elettricità, carta e servizi correlati.

Tutto questo, senza ricevere alcun vantaggio se non la rapidità e la promessa di avere più “autonomia”, quando invece stiamo perdendo tempo e connessioni sociali, senza che ce ne rendiamo conto, dice Lambert:

Numerosi compiti ombra si sono infiltrati nelle nostre routine quotidiane, sistemandosi come abitudini mentre portiamo i nostri bambini a scuola o facciamo colazione al bar.

L’isolamento sociale

Sembra senza vita. E robotico. […] Tutto questo fai-da-te può mettere a dura prova la propria sensibilità. Abbiamo tutti bisogno gli uni degli altri e aiutare gli altri è un ottimo modo per connettersi e sentirsi parte di qualcosa di più grande di noi stessi. Quindi la prossima volta che sarai tentato di superare il limite di 15 articoli o meno per effettuare il pagamento più velocemente, cerca invece la connessione umana. Sorridi. E il cassiere potrebbe semplicemente sorridere. La macchina no. Garantito.

Così nel 2011 un articolo su Pshycology Today spiegava come non solo il lavoro ombra ci mangi tempo ed energie, ma soprattutto ci tolga quel contatto umano di cui tutti abbiamo bisogno. Non interagiamo più con le persone ma con macchine, dietro i nostri schermi o davanti a un touchscreen dopo l’altro.

Questo può rendere ancora più sole e isolate le persone particolarmente vulnerabili o che vengono tagliate fuori dai processi di automazione – come le persone anziane che hanno difficoltà a utilizzare gli strumenti tecnologici o le persone con alcuni tipi di disabilità – ma è un fenomeno che colpisce tutti. L’interazione tra persone e non con “robot”, infatti, «serve da collante per tenere insieme un quartiere o a una città».

Le conseguenze del lavoro ombra

L’isolamento sociale è una delle conseguenze principali del lavoro ombra, ma non l’unica. Secondo Lambert, uno degli effetti del lavoro ombra è l’impossibilità di accedere a posizioni entry-level che in passato hanno rappresentato un punto di partenza per carriere di successo.

I tagli al costo del lavoro, che si traducono in tagli al personale, sono al contempo una causa e un effetto del lavoro non retribuito che svolgiamo ogni giorno. Un lavoro che ci rende ogni giorno più esausti perché si traduce in un’infinità di mansioni che siamo chiamati a svolgere e che ci richiedono un investimento in termini di tempo, energie e programmazione mentale.

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