Siamo sicuri che anche voi avete detto, o pensato, almeno una volta «basta, da oggi in ufficio faccio il minimo indispensabile!»? Se oltre a dirlo lo avete fatto davvero, siete tra coloro che hanno praticato il quiet quitting.

Quiet quitting: cosa significa?

Anche se il dibattito sul “quiet quitting” è ormai onnipresente, il termine è stato coniato nel settembre 2009 in occasione di un convegno nel college di Texas A&M sulla diminuzione delle ambizioni in Venezuela dall’economista Mark Boldger.

A renderlo nuovamente attuale è stato il boost di popolarità che questo concetto ha registrato su TikTok.

Di recente ho appreso di questo termine chiamato “quiet quitting”, in cui non stai lasciando definitivamente il tuo lavoro, ma stai abbandonando l’idea di andare oltre. Stai ancora svolgendo i tuoi doveri, ma non stai più aderendo mentalmente alla cultura secondo cui il lavoro deve essere la nostra vita.

A spiegare il concetto di “abbandono silenzioso” ai suoi oltre 10.000 follower è Zayed Khan, cui ha fatto eco Clayton Farris, un utente di TikTok con 48.000 follower, che ha sposato il trend pochi giorni dopo, spiegando in un video «Non mi stresso o faccio a brandelli internamente».

Questo nuovo approccio al mondo del lavoro, ovviamente, viene descritto in modo diverso dalle diverse fonti: secondo i lavoratori si tratta di impegnarsi nel proprio lavoro stabilendo dei limiti ragionevoli, per i loro datori di lavoro si tratta di “fannulloni che stanno volontariamente sottoperformando”.

Secondo una visione, l’obiettivo principale del quiet quitting sarebbe quello di fare il minimo indispensabile per non essere licenziati, ma il termine “quitting” (licenziarsi, lasciare) non deve confondere: non si tratta di abbandonare il posto di lavoro, quanto piuttosto di evitare il burnout lavorativo e di prestare maggiore attenzione alla propria salute mentale e al benessere personale, ripensando proprio l’approccio alla cultura del lavoro e abbandonando la visione performativa della hustle culture.

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Quiet quitting vs hustle culture

Il trend di TikTok ne registra uno molto più concreto, registrato dall’indagine di Gallup “State of the Global Workplace: 2022 Report”, secondo cui sono sempre meno i lavoratori che si dichiarano entusiasti del proprio lavoro e che l’idea che si debba sempre fare quello che gli inglesi chiamano “l’extra mile”, un pezzetto in più viene lentamente abbandonata.

Secondo lo studio, solo il 9% dei lavoratori nel Regno Unito era impegnato o entusiasta del proprio lavoro e, come riporta il Guardian, secondo un’indagine sul personale del SSN, condotta nell’autunno del 2021, il morale era sceso da 6,1 su 10 a 5,8 e il coinvolgimento del personale era sceso da 7,0 a 6,8. La situazione sembra essere la stessa a livello globale, tanto che negli Stati Uniti, secondo Gallup, quasi la metà dei lavoratori può considerarsi “quiet quitter”.

Del resto, il report ha registrato anche un altro aspetto: lo stress tra i lavoratori di tutto il mondo ha raggiunto il massimo storico, di nuovo. Secondo l’indagine, il 44% dei dipendenti – quasi la metà dei lavoratori nel mondo – ha subito molto stress quotidiano; le dipendenti di Stati Uniti e Canada sono state tra le più stressate a livello globale.

Molto di questo stress dipende senza dubbio dalla cosiddetta “hustle culture”, conosciuta anche come “cultura del burnout”, quella mentalità che ognuno di noi conosce e ha incontrato in ambito lavorativo secondo cui si deve lavorare tutto il giorno, ogni giorno – spesso oltre i propri compiti e i propri limiti –per perseguire i propri obiettivi professionali. Una cultura tossica, che però ha rappresentato per anni il metro su cui si valutava il valore dei lavoratori e, per estensione, quello delle persone.

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Il valore della persona oltre il lavoro

Precari, sfruttati, sottopagati, insoddisfatti: per i nuovi lavoratori il mondo del lavoro non è più una promessa di realizzazione né, e questo è significativo, un modo per identificare se stessi.

Se la cultura che affonda le radici nell’etica protestante del lavoro di stampo calvinista ci ha portato a identificare nel (duro) lavoro il valore di una persona e a riproporre con enfasi la retorica del sacrificio ad ogni costo, qualcosa sta cambiando.

Ne è un esempio non solo il dibattito nostrano attorno al reddito di cittadinanza, che secondo alcuni politici e commentatori sarebbe il motivo per cui “i giovani non vogliono lavorare” di fronte a condizioni e salari da fame, ma anche i dati che vengono dall’estero.

I giovani sembrano essere meno disposti – finalmente – a sacrificare il proprio benessere e la propria vita per il lavoro, e non accettano più di sottostare a condizioni professionali estenuanti e spesso ingiustificatamente stressanti. Un cambiamento di mentalità su cui ha influito la pandemia, che ha messo a nudo le contraddizioni del mondo del lavoro in maniera più che mai emblematica.

Secondo una ricerca di Personio, tra chi ha lasciato il lavoro dopo la pandemia, il 23% lo ha fatto a causa del peggioramento della bilancia tra la vita privata e quella lavorativa mentre il 21% della cultura tossica sul mondo del lavoro.

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