Blonde e quello sguardo maschile sul corpo (e l'anima) di Marilyn Monroe

Un film sull'ultima grande diva di Hollywood, la donna più desiderata del mondo, arriva a sottolineare quanto potere abbiano il desiderio e l'immaginazione degli uomini sui corpi femminili.

Obiettivo ambizioso quello di adattare per il cinema il romanzo fiume (più di mille pagine nella versione italiana) Blonde, scritto dall’autrice statunitense Joyce Carol Oates nel 2000 (e pubblicato in Italia da La Nave di Teseo nel 2021), già di per sé ambiziosissimo: raccontare la storia di Marilyn Monroe facendola assurgere a simbolo non solo e non tanto del prezzo che una donna deve pagare per diventare una star, ma dei corpi femminili tutti.

Blonde

Blonde

Joyce Carol Oates trasforma in romanzo tutte le vite di Marilyn Monroe, in un libro da oltre mille pagine che ripercorre gioie e dolori dell'icona per eccellenza del cinema mondiale.
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Andrew Dominik, sceneggiatore e regista australiano, ci ha provato con alterna fortuna nel lungometraggio disponibile dal 28 settembre 2022 su Netflix, che vede Ana de Armas nei panni della diva hollywoodiana.

E allora diciamolo subito: se la scalata al successo dell’attrice è perfettamente rappresentata, con le luci e le ombre, il molto talento e i tanti compromessi, il dramma dell’essere donna scivola purtoppo via tra le pieghe del racconto filmico. Per scrivere un biopic non troppo fedele, d’altronde, non sarebbe servita una penna raffinata come quella di Oates, che sin dal risvolto di copertina avverte lettrici e lettori che Blonde non è altro che un romanzo (“caratteristiche ed eventi sono interamente frutto della fantasia dell’autrice”).

Marilyn Monroe, in questa ricostruzione potente quanto fantasiosa, è tutte le donne: in lei ognuna vede sé stessa, perché ne rappresenta una forma idealizzata. D’altronde, Marilyn è una sorta di robot progettato dallo Studio: capelli biondo platino, voce da bambina, “una stellina che sembrava una sgualdrinella di liceo. Zero stile, ma un corpo da puledra”.

Non è Hollywood nel mirino di Oates – o almeno non soltanto lo star system – ma quello sguardo maschile che identifica la donna come oggetto sessuale, il male gaze. La donna più desiderata del mondo non è proprietaria del suo corpo; il suo seno, il suo sedere, le sue labbra appartengono agli uomini che l’hanno immaginata per il divertimento di altri uomini. Relegata al suo unico risvolto sessuale anche da morta, ora che è mito. Racconta, non a caso, Andrew Dominik nelle note di regia: «Hugh Hefner (fondatore della rivista erotica Playboy, ndr.) è sepolto vicino a lei Ha pagato 75.000 dollari per il lotto vicino al suo. Nonostante sia morta, certi uomini continuano a provarci con lei».

L’immaginazione dell’uomo è la migliore arma della donna”, ha avuto a dire Sophia Loren. Un’arma che Norma Jeane, “bellissima bambina”, come ebbe a definirla Truman Capote, cresciuta leggendo Nižinskij, Čechov e Dostoevskij, non potrà che rivolgere contro se stessa.

Blonde
Ana de Armas in Blonde. Cr. Netflix © 2022

Perché vedere Blonde

Questa città è di sabbia e niente dura”, tranne il mito di Marilyn Monroe si potrebbe rispondere alla madre pazza della piccola Norma Jeane, che nelle prime sequenze del film viene trascinata tra le fiamme delle colline sopra Los Angeles.

Per il regista, Andrew Dominik, dopo averlo letto (nel 2002) il romanzo di Joyce Carol Oates è stato un’ossessione per 14 anni. È riuscito a cominciarne le riprese il 4 agosto 2019, esattamente 57 anni dopo la morte dell’attrice, avvenuta nella notte tra il 4 e 5 agosto 1962. Ha girato nella sua ultima casa, a Brentwood a West Los Angeles, e persino nel suo letto.

Lontano dall’agiografia, sul solco tracciato da Oates, Domink riesce a ben raccontare lo iato profondo tra Norma, figlia non voluta, con una madre in manicomio e un padre mai conosciuto, che continua a chiamare daddy (papà) ogni uomo che spera possa cambiarle la vita, e Marilyn, la bomba sexy che fa impazzire i maschi di tutto il mondo, un boccone di appetitosa carne da smerciare che sa affrontare con disinvoltura spaventosi bagni di folla, popolati da uomini famelici.

Il regista sceglie sequenze distorte, cambi repentini di fotografia, dal bianco e nero al colore fino a luci ora calde ora fredde secondo un ritmo e un senso non propriamente decifrabile, e decide inspiegabilmente di lasciare pezzi di trama tra le pagine del libro: un peccato Dominik non abbia messo in scena se non accidentalmente il tanto sangue presente nel romanzo, dal sangue mestruale, accompagnato da dolori lancinanti e costanti, a quello del rapporto sessuale col produttore che segnerà la sua fortuna, fino a quello dei due aborti. Come è un peccato che non riesca a sottolineare in nessun modo come la “carne tenera dei miei piedi esposti al mondo” fosse un cruccio costante della protagonista del romanzo e che quindi faccia perdere a chi non lo ha letto la citazione della scena finale del film.

Scelte che in parte segnano la riuscita del lungometraggio (2 ore e 47 che comunque non riescono a seguire tutta la prima parte dell’opera) e che pure hanno soddisfatto la scrittrice:  «In Blonde – ha detto – Dominik ha colto le distorsioni e le frammentazioni della realtà allucinatoria del romanzo, presentandole con un occhio incrollabilmente femminista. Non c’è nulla di sentimentale, nulla che faccia star bene, ma c’è qualcosa dal valore ancora più grande e che merita il rispetto nell’ampia mente collettiva della cultura popolare: un essere umano vero, grezzo e dolorosamente onesto, un’anima nuda. Non è una pop star intrattenitrice, ma una di noi che si è trasformata».

Resta indelebile la prova della cubana Ana De Armas, bellissima e perfetta nel ruolo interpretato con notevole somiglianza, non solo fisica (impressionante l’impegno sulla voce, che si consiglia di godere appieno nella versione originale del film) accanto al superbo lavoro di ricostruzione di un’epoca, oltre che del personaggio, svolto dal cast tecnico, la scenografa Florencia Martin e l’arredatrice Erin Fite, la costumista Jennifer Johnson con la truccatrice Tina Roesler Kerwin e l’hair stylist Jaime Leigh McIntosh.

Lo stesso ruolo era valso a Michelle Williams, protagonista di My week with Marilyn (Marilyn, diretto da Simon Curtis nel 2011), un Golden Globe come miglior attrice e una nomination agli Oscar (vinto quell’anno da Meryl Streep per Iron Lady) e ai Bafta. In quel caso, a fare da guida erano stati The Prince, The Showgirl and Me e My Week with Marilyn, due diari scritti da Colin Clark, che raccontano le esperienze sul set de Il principe e la ballerina e dei giorni trascorsi in compagnia di Marilyn Monroe. Vedremo nei prossimi mesi le candidature che il film prodotto da Netflix riuscirà a portare a casa.

Nel complesso, Blonde è un film che non si avvicina a essere un capolavoro (come lo è invece il romanzo), ma si fa vedere con piacere. E chi volesse perdersi ancora nelle pieghe, più o meno reali, della vita della più grande icona del cinema, si consiglia la visione, sempre su Netflix, del documentario I segreti di Marilyn Monroe: i nastri inediti, diretto da Emma Cooper e basato sulle ricerche di Anthony Summers, giornalista investigativo che nel 1985 ha dedicato tre anni alla morte di Marilyn, intervistando 650 persone.

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Xavier Samuel (Cass Chaplin), Ana de Armas (Marilyn Monroe) e Evan Williams (Eddy G. Robinson Jr.) in Blonde. Cr. Matt Kennedy / Netflix © 2022

Scheda del film con Ana de Armas

Presentato in anteprima in concorso alla 79esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Blonde è tratto dal bestseller di Joyce Carol Oates, del 2000, che reinventa la vita di Marilyn Monroe.

Dalla sua infanzia come Norma Jeane Baker, attraverso la fama e i legami sentimentali, il film mescola realtà e finzione per esplorare l’immagine pubblica e quella privata dell’attrice.

Scritto e diretto da Andrew Dominik, Blonde vede Ana de Armas nel ruolo della star hollywoodiana, al fianco di Bobby Cannavale (che interpreta la stella del baseball Joe Di Maggio), Adrien Brody (nei panni dello scrittore Arthur Miller), Julianne Nicholson (Gladys Pearl Baker, la madre di Norma Jeane), Xavier Samuel (Charles “Cass” Chaplin Jr.) ed Evan Williams (Edward G. Robinson Jr.). Brad Pitt compare tra i produttori del film.

Dal 28 settembre 2022 su Netflix.

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