La morte di Lorenzo Parelli, ucciso a 18 anni dall’impatto di una putrella durante il suo ultimo giorno di stage rivela molto sulle condizioni del sistema scolastico nel nostro paese.

Nei giorni scorsi gli studenti sono confluiti in piazza, arrabbiati e indignati, preoccupati da un sistema che, purtroppo, non conta il caso di Parelli come primo. Il numero di incidenti verificatisi durante l’alternanza scuola-lavoro è un allarme silenziato che dovrebbe spingere a un’analisi profonda del sistema scolastico del valore dell’istruzione in Italia. Un’analisi che allunghi una lente di ingrandimento sul perché sia possibile, o ritenuto necessario, che una persona giovane si ritrovi a svolgere mansioni lavorative di varia natura come prescrizione del programma scolastico.

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Storia di uno stage

Faccio parte di quella generazione che ha dovuto svolgere qualche settimana di lavoro non retribuito come elemento essenziale del compimento del curriculum scolastico. Trattandosi, nel mio caso, di un liceo scientifico a indirizzo sociopsicopedagogico, la destinazione dello stage erano le scuole elementari perché, si sa, una scuola il cui corpo studentesco è a maggioranza femminile è un perfetto bacino di formazione di insegnanti.

Per due settimane, divisi a gruppi, siamo stati inviati in diverse scuole di Milano. Osservavamo il personale docente, ascoltavamo le lezioni, giocavamo con i bambini e, se i docenti erano sufficientemente soddisfatti della nostra presenza potevamo addirittura tenere delle piccole lezioni. Ricordo che avevo comprato un enorme quaderno a spirale con fogli bianchi. Alla fine dello stage era pieno di appunti. Pagine fitte, linee oblique ma drittissime di parole apparse essenziali.

Tenemmo due lezioni, una sul metodo scientifico e una sull’apparato respiratorio. Ci capitò anche di sostituire la docente che si occupava dell’ora di alternativa, lavorando con i pochi bambini che non prendevano parte all’ora di religione.

Al compimento delle due settimane presentammo una relazione piena di riflessioni sulle nostre osservazioni.
Ricordo l’ultima domanda che ci venne fatta a riguardo: cosa vi ha insegnato lo stage?

Sapevamo già che tipo di risposta volessero e così, una persona dopo l’altra, abbiamo risposto, nel mio caso dissi di aver capito di non essere in grado di fare la maestra delle scuole elementari.
Che fosse una risposta di rifiuto o di entusiasmo, quello era lo scopo della domanda, sondare il terreno e cercare di capire se avessimo deciso per quella carriera.

A distanza di anni appare persino più illogico pensare che una persona adolescente possa capire la sua attitudine a un lavoro con due settimane di stage, ma tant’era.

Ogni percorso scolastico superiore comincia con una scelta di auto percezione attitudinale, sempre accompagnata dalle direzioni di insegnanti e genitori, ma che comunque confida nella conoscenza dell’adolescente verso i propri interessi, presenti e futuri. Lo Stage, in questo contesto si innesta come un’evoluzione meno virtuosa di questa coscienza del sé. Sfrutta in parte questo poetico rimando alla scoperta dell’io, ma traduce una valutazione attitudinale in un inserimento precoce nel mondo del lavoro, precoce e senza retribuzione.

Lavoro non retribuito

Lo stage, l’alternanza scuola-lavoro, viene presentato come “una modalità didattica innovativa, che attraverso l’esperienza pratica aiuta a consolidare le conoscenze acquisite a scuola e testare sul campo le attitudini di studentesse e studenti, ad arricchirne la formazione e a orientarne il percorso di studio e, in futuro di lavoro, grazie a progetti in linea con il loro piano di studi”.

La descrizione porta a immagine l’alternanza scuola-lavoro come un elemento formativo aggiuntivo e funzionale al percorso di studio. Il sito ufficiale del MIUR presenta il progetto con grafiche infantili e un entusiasmo da primo giorno di scuola.

Eppure, osservandola nella sua cruda essenza, si tratta di un istituto che fornisce manodopera gratuita, soprattutto grazie all’affluenza negli istituititi tecnici.

Infatti, gli studenti, non vengono chiamati all’osservazione, ma al lavoro non volontario senza aver diritto a una retribuzione equa. Lo scambio non è tra prestazione e stipendio, ma tra prestazione e scibile acquisito grazie alla prestazione e al lavoro di formazione prestato dai professionisti. Ciò che dovrebbe avvenire su base consensuale, a fronte di un contratto di retribuzione, si realizza nell’ambito dell’obbligatorietà scolastica in cui la parte inserita non ha alcun potere contrattuale e impara a interpretare come facoltativa e compiacente la controprestazione.

Si trasforma quindi il periodo di formazione necessario al corretto inserimento dei nuovi dipendenti delle imprese in qualcosa di opzionabile. Addirittura lo si anticipa inserendolo come valore scolastico.

La formazione centrifuga

La formazione scolastica, professionale e non, dovrebbe infatti essere in grado di prescindere dalla necessità di inviare studenti in ambienti di lavoro. Questo consentirebbe sì di formarli, ma anche di trattenerli all’interno dell’istituzione scolastica, tutelandone la sicurezza ma anche la libertà immaginifica propria di chi ancora dovrebbe avere una vasta possibilità di scelta.

L’alternanza scuola- lavoro è un ottimo modo per sostituire laboratori e tagliare gli investimenti orientati alla scuola deviandoli verso il mondo del lavoro. Inserito come evento formativo imprescindibile, il lavoro non retribuito, diventa un valore morale condiviso e preteso capace di snaturare integralmente il senso della scuola.

La scuola per il lavoro

Il sistema che innesta il lavoro nel curriculum scolastico è un sistema che attribuisce più valore al lavoro come attività produttiva che alla scuola come attività formativa. Infatti, l’istruzione superiore è il coronamento di quella costruzione culturale che rendono possibili l’infanzia e l’adolescenza. Se queste sono fasi della vita, le modalità con cui si dipanano nel tessuto sociale sono fortemente culturali, frutto di un percorso storico e sociale che ha portato a una progressiva tutela di questi periodi della vita.

I due periodi inseriti in un sistema di welfare efficiente possono essere dedicati alla socializzazione, al divertimento e all’apprendimento. Erroneamente si attribuisce al capitalismo il merito di aver esteso l’educazione, quando in realtà questa dilatazione è stata resa possibile dall’idea di una scuola pubblica e gratuita figlia prima del welfare una costruzione sociale attivamente erosa dal sistema liberista che predilige scuole private ed elitarie.

La presenza di un intero gruppo umano che non produce non giova al capitalismo, anzi è per lui un dispendio di risorse, soprattutto se la maggior parte delle soggettività ce lo costituiscono sono figli e figlie di genitori non ricchi, che studiano nel pubblico e che cercano di accedere a borse di studio e riconoscimenti ISE per proseguire gli studi.

Come si decostruisce un elemento di benessere

Vivendo grazie alla parabola del benessere diffuso, però, il sistema neoliberista necessita di un’inversione di rotta subdola ma condivisa per ridurre la percezione di necessità della tutela dei percorsi scolastici dei giovani. Erodere il valore della scuola e di un periodo di vita legittimamente senza lavoro è strumentale al ricavo di nuova forza lavoro, meglio ancora se non retribuita.

L’idea che la gioventù in età scolare sia una forma di parassitismo sistemico è veicolata da quel senso di biasimo provato dalle generazioni in età da lavoro. Il valore del lavoro come mezzo di consapevolezza, di concretizzazione e di crescita è un significato di sistema che opera da livellatore nei confronti di quel sentimento di tutela e preservazione tipico delle società umane.
A questo si accompagna un progressivo sgretolamento dell’immagine condivisa dell’istruzione, presentata sempre più come un mezzo, spesso superfluo, per un fine lavorativo.

Snaturare l’istruzione

Modificando la consapevolezza collettiva attorno alla natura dell’istruzione ne si decentra l’importanza. Quindi, invece di lavorare per rendere la scuola un istituto interamente gratuito ed accessibile a tutti, costruendo gli strumenti necessari per superare le iniquità di sistema, si lavora per rendere la scuola sempre più funzionale a lavoro, privandola di risorse che ne accrescono la qualità.

L’istruzione è nata come fattore elitario, come privilegio di quei pochi figli dei proprietari dei mezzi produzione. La scuola era l’ambiente di erudizione ed educazione, di svago e socializzazione di coloro che sarebbero stati chiamati un giorno a determinare le sorti del capitale. Con l’estensione del perimetro scolastico e della sua gratuità questa è stata estesa, idealmente, a tutti. Oggi, con l’idea che determinati percorsi scolastici siano finalizzati solo alla creazione di professionisti e che durante il percorso accademico il lavoro sia necessario si sta rimodellando l’equilibrio e impostando un futuro sociale improntato alla produzione di forza lavoro.

L’istruzione come valore

L’istruzione ha un valore intrinseco ed è uno dei diritti fondamentali della persona che all’articolo 26 recita:

Ogni individuo ha diritto all’istruzione. L’istruzione deve essere gratuita almeno per quanto riguarda le classi elementari e di base. L’istruzione elementare deve essere obbligatoria. L’istruzione tecnica e professionale deve essere messa alla portata di tutti e l’istruzione superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base del merito.
L’istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l’amicizia fra tutte le nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l’opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace.
I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli.

Nella lettura dell’articolo si evince il significato profondo dell’istruzione come elemento in grado di permettere lo sviluppo della personalità umana sia con accezione individuale sia con accezione collettiva. La scuola è il teatro delle prime interazioni indipendenti e progressivamente consapevoli, parzialmente mediate da adulti il cui intervento dovrebbe essere adeguatamente formato a intendere la complessità dello sviluppo e non orientato a instillare un blando nozionismo. Infanzia e adolescenza sono due momenti da preservare, da garantire nella loro continuità e da tutelare, non da sfruttare come manodopera.

L’idea che esista un lasso di tempo umano non commerciabile e non produttivo, votato alla costruzione del sé e del sé con gli altri è totalmente antitetica a un sistema basato su ritmi nevrotici di consumo. Ed è per questo che la scuola dovrebbe avere forza centripeta, dovrebbe attirare i ragazzi, dovrebbe accoglierli e lottare per far sì che nessuno non vi abbia accesso. E dovrebbe essere pubblica e gratuita, altrimenti rischia di diventare anch’essa un mero prodotto, acquistabile solo da un gruppo elitario e privilegiato.

Soprattutto visto che, ora come ora, molti studenti si trovano a dover lavorare per pagare gli studi, studi sempre più dequalificati che non permettono nemmeno più l’accesso a determinati impieghi a meno che non siano svolti in università costosamente private e capillarizzate nelle dinamiche di assunzioni.

La morte di Parelli è un evento tragico in un sistema marcio, le cui fondamenta stanno venendo progressivamente erose da un bisogno spasmodico del sistema di accumulo.
Quello che dovremmo chiederci, come collettivo e come gruppo umano è quanto siamo disposti a lasciare che anche l’adolescenza e l’infanzia vengano integrate dal sistema del lavoro come semplici fasi preparatorie.

Restituire dignità all’istruzione significa anche questo, ricordare lo studio è un impegno di per sé e che non c’è nulla di male nel non produrre.
Cosa vogliamo per chi rappresenta organicamente il futuro? Un percorso umano pieno di possibilità, di sogni, di spazio per creare nuove idee e prospettive o un futuro prescritto, immediatamente lavorativo? A seconda di come sceglieremo di rispondere detteremo le forme del futuro.

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