Instagram è la nuova chiave per il successo? Sembrerebbe di sì, soprattutto considerando il significato socialmente condiviso di successo, ovvero una realizzazione tangibile di prestigio sociale, un’acquisizione di fama e ricchezza.

I social, come pure i talent show, hanno apparentemente ingrandito le porte di accesso al successo. La realtà, però, coincide con l’apparenza?
Le persone definite influencer sono disprezzate tanto quanto ammirate, e in questa ambivalenza emotiva sta la chiave del loro successo. Da un lato detestate da chi vi si considera in qualche modo superiore, intellettuali, ma anche aspiranti influencer, dall’altro ammirate da chi vorrebbe vivere la vita così come viene mostrata sui feed e sulle bacheche social.

Instagram come trampolino di lancio

Le pagine instagram sono diventate un obiettivo e un trampolino di lancio, un punto di partenza verso quella carriera nel mondo della fama a cui molti aspirano.

I social sono un mezzo di condivisione molto particolare, perché se da un lato danno l’impressione di essere accessibili e spontanei, dall’altro, la presenza stessa di un qualsiasi contenuto è frutto di una selezione finalizzata a mostrare qualcosa. Quel qualcosa è un evento, con vari gradi di rappresentazione, che può arricchire l’immagine percepita di chi pubblica. Ogni contenuto, anche il meno elaborato, nutre un’idea precisa che contribuisce a delineare un’identità percepita come reale. Il reale, però, può essere ben lontano dalla realtà condivisa, da quella selezione presentata come narrazione del vero che per una semplice questione logica è in realtà una porzione del vero. Dall’unione di queste partizioni nasce l’identità digitale in cui sono presenti le caratteristiche di cui si vogliono rendere partecipi i follower e assenti tutte quelle dinamiche che non si vogliono mostrare.

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L’identità digitale e la rappresentazione della realtà

L’identità digitale può coincidere in larga parte con quella reale, ma non nella sua totalità. Perché nell’iterazione reale, non mediata, dell’individuo si può percepire una spontaneità continuata, ed è quel carattere di continuità a subire una costante interruzione sui social e a consentire di mostrare ciò che si ritiene, talvolta sulla base di condizionamenti esterni, essere il meglio di sé stessi.

Un documentario del 2021, passato in sordina in quanto fruibile su Sky, dal nome Fake influencer, mostra quanto da questa selezione si possano creare dispercezioni capaci di avere un effetto sul reale. Da ciò che si mostra, anche in termini di numeri raggiunti, si possono ottenere effetti concreti, anche dal punto di vista lavorativo.

I social, infatti, sono un’immensa rete di lavoro non retribuito e di sfruttamento non considerato. Ogni utente con qualsiasi condivisione partecipa alla produzione costante della ricchezza derivante dai social media, con ogni storia e ogni post, interagisce e trascorre tempo su un mezzo mediatico capace di monetizzare il tempo e i comportamenti umani. Ed è proprio sulla monetizzazione del comportamento umano e del suo indirizzo mediante condizionamento ed esempio, che si basa il lavoro di influencer.

Mostrare prodotti, comportamenti e stili di vita in ottica accattivante, quindi innescare un desiderio di imitazione, è esattamente ciò che sta alla base del lavoro di influencer. Un lavoro le cui retribuzioni sono spesso sopravvalutate proprio in luce della capacità di mostrare eventi minimi, come l’invio di un pacco di prova, come fossero eventi massimi, essere stati scelti per una pubblicità.

Chi sono gli influencer?

Gli influencer sono, di fatto, la nuova frontiera pubblicitaria, persone che grazie al rapporto personale possono vendere qualsiasi cosa sulla base della fiducia o dell’ammirazione che il pubblico prova nei loro confronti. La professione dell’influencer non è di per sé buona o deprecabile, vi sono tante, troppe, dinamiche in gioco per dare un giudizio così assoluto, ma è certamente una professione che, non richiedendo riconoscimento alcuno se non una certa dose di seguito, può essere svolta da chiunque e in qualunque condizione.

Molte persone si affacciano all’idea di diventare influencer proprio per la percezione condivisa che si ha della professione come di un mestiere accessibile a tutti e capace di far guadagnare tutti. Soprattutto, un mestiere capace di far acquisire un certo prestigio sociale, una buona base di notorietà e, magari, anche qualche soddisfazione personale.

Non sorprende quindi che i numeri degli aspiranti influencer aumentino in volume di giorno in giorno e che, con essi, cambino le definizioni. Le persone percepite come influencer sono classificate in base ai follower, si parla ad esempio di microinfluencer per chi ha meno di 5.000 follower.

Diventare influencer però non è solo una questione di prestigio, ma anche di mobilità sociale. Infatti, per molte persone, i profili social sono diventati uno strumento per ridurre la distanza tra loro stessi e i prodotti, per evitare acquisti, spesso desiderati proprio seguendo altri influencer. Attraverso i profili social è possibile ottenere collaborazioni a vario titolo che consentono addirittura di pernottare gratuitamente in strutture alberghiere interessate ad attingere al mercato della pubblicità sui social.

Il baratto consente a molte persone di accedere a beni e servizi che, altrimenti, potrebbero essere proibitivi, comportando di fatto un implemento della propria condizione socioeconomica. Una professione da molti schernita come superficiale diventa un mezzo per aumentare il proprio paniere di beni. Tutto ciò che si chiede in cambio è di trasmettere questo desiderio al pubblico condizionandone il comportamento e spingendolo a trasformare quel desiderio di emulazione in una transazione.

Parlare di vera e propria mobilità sociale però sarebbe ingenuo. Sono davvero poche le persone che riescono a ricavare una carriera vera e propria dai social media, ampliandola anche ad altri ambiti. Per tutti gli altri rimane semplicemente un modo per accumulare beni, sconti e omaggi. Di fatto, i social possono essere considerati un meccanismo di cristallizzazione sociale perché, se è vero che alcuni individui riescono ad estrarne intere carriere, è altresì vero che la maggioranza si accontenta di ricevere piccoli regali per poterne parlare ad un pubblico, senza che questo abbia un effetto positivo su vita e carriera.

Il risparmio, poi, viene convertito in un nuovo comportamento di consumo, inedito prima dei social, per cui la nuova frontiera del consumismo è l’accumulo di beni gratuiti per i quali si creeranno contenuti e testi. Il grosso problema di queste dinamiche riguarda la ricaduta che possono avere sul collettivo, sempre più definito come un insieme di individui separati che cercano di ottenere qualcosa sulla base di un valore numerico. Ed ecco che quando lo stipendio non è sufficiente, qualche storia di Instagram fruibile a 1000 persone permette di trasformare una vacanza di tre giorni in un soggiorno di quattro, consente di ricevere un paio di scarpe altrimenti troppo costose gratuitamente o di partecipare ad eventi a numero chiuso.

Ciò che il sistema non fornisce a causa di gravi iniquità sistemiche, può essere ricavato con la dedizione al profilo instagram. Il che spinge un numero sempre maggiore di persone a percepire di avere ottenuto un’elevazione socioeconomica senza che il sistema l’abbia realmente garantita o prodotta.

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Il rovescio della medaglia

Tutto, però, ha un prezzo. Per ottenere interazioni, fama, riconoscimento, prodotti o quant’altro si abbia interesse di estrarre dal social è necessario investire tempo e risorse individuali. Il tempo necessario a produrre un contenuto si unisce alle dinamiche di valutazione di tale contenuto e alla costante ansia da prestazione e da presenza innescata dai meccanismi alla base degli algoritmi. Questo aumenta il tasso di dipendenza che spesso porta gli stessi creator a trascorrere ore a vuoto persi nell’infinity scroll e nella consapevolezza di aver perso diverse occasioni per parlare di argomenti già approfonditi da qualcun altro.

Sempre più spesso gli influencer, o i creator, si prendono periodi di pausa, i cosiddetti digital detox. Eppure, non tutti possono permettersi quest’assenza. In un mondo, virtuale, in cui esiste solo il visibile, smettere di essere visibile per qualche giorno può compromettere gli obiettivi prefissati. E se c’è chi ha sufficiente potere da poterselo permettere, è altrettanto vero che la maggioranza umana impegnata a minare i social per estrarre beni e benefici non può concedersi questo lusso.

I social non sono un mezzo di mobilità sociale, anzi. Si dimostrano essere la perfetta sintesi consumista del sistema iniquo in cui sono stati generati. Consentono a chi ha più possibilità di agire senza intoppi, guadagnando e risalendo la scala delle gerarchie sociali, mentre trattengono tutti gli altri in una posizione di stasi, con qualche momento di gloria a confermare il bisogno di mantenere la presenza social. I social mostrano ciò che si crede essere il mezzo e spingono l’utenza a valutare gli altri esseri umani di conseguenza. La gerarchia si riempie di nicchie e nomenclature precise, in un prezzario umano il cui scopo finale è il guadagno massimo ricavato dalle piattaforme. Un guadagno di cui nemmeno gli influencer più affermati possono fare vanto, pur essendo loro, all’atto pratico, uno dei motori principali del sistema virtuale.

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