"L'Arminuta", restituita a 13 anni a una famiglia che non sapeva di avere

Sono stati tanti i neonati affidati a parenti ricchi, nell'Abruzzo rurale ma anche nell'Italia contadina, fino a pochi anni fa, quando lo spopolamento delle campagne ha portato con sé un nuovo modello famigliare.

Fino a qualche tempo fa, l’affigliolamento è stato una pratica usuale, nel mondo rurale italiano: famiglie povere e numerose davano in affidamento uno o una dei figli a una famiglia benestante che, invece, era sterile; una sorta di compensazione che poteva avvenire anche in età più grande. È quello che avviene alla protagonista del romanzo L’Arminuta, di Donatella Pietrantonio, divenuto un film, al cinema dal 21 ottobre, con la regia di Giuseppe Bonito.

«Ero l’Arminuta, la ritornata. Parlavo un’altra lingua e non sapevo più a chi appartenere. La parola mamma si era annidata nella mia gola come un rospo. Oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza»: scrive Pierantonio, spiegando già dalle prime battute come l’affigliolamento al centro del suo racconto non era andato secondo i piani. Cresciuta da una ricca zia di città, la bambina divenuta tredicenne viene riportata in campagna alla madre naturale: un rifiuto da entrambe le figure materne.

Il dramma italiano di quei bambini scomparsi, sottratti per sempre alle famiglie

Alla retorica del legame di sangue si risponde che anche nel vincolo creato da una scelta ci può essere altrettanta retorica, quando l’individuo che dovrebbe essere adulto non si assume la responsabilità delle proprie scelte. La società contadina trovava fino a qualche tempo fa supporto per i campi e sostegno durante la vecchiaia nella figliolanza, bocche da sfamare che in breve si sarebbero trasformate in braccia per lavorare. Con gli anni Settanta, lo spopolamento massiccio della campagna avrebbe portato con sé anche un maggior controllo delle nascite e la fine di una pratica disumana – almeno agli occhi di oggi – come l’affigliolamento: nei piccoli appartamenti cittadini, poi, tanti figli da far studiare sarebbero divenuti in breve un costo eccessivo e non solo per le madri costrette a svariate gravidanze. Eppure non tutte la madri borghesi, come dimostra la Adalgisa de L’Arminuta, sono state, sono e saranno delle “brave madri”.

Sofia Fiore e Vanessa Scalera ne L’Arminuta (Courtesy press office)

Perché vedere L’Arminuta

Un film tutto al femminile, su una storia scritta da una donna, diretto da un uomo: una scommessa per Giuseppe Bonito. Una scommessa persa, verrebbe da dire a chi scrive.

Fatte salve le due bravissime piccole protagoniste, la ritornata (arminuta in dialetto abruzzese, ma inutile cercarne delucidazioni nel film, chi non ha letto il romanzo può soltanto googlare la parola) Sofia Fiore e sua sorella Adriana, interpretata da Carlotta De Leonardis, entrambe al loro esordio davanti alla macchina da presa, c’è poco da salvare in questo pur rispettoso adattamento del Premio Campiello 2017: un libro che è un “luna park emotivo“, come l’ha definito più volte ai giornalisti il regista, ma che, una volta sul grande schermo, suscita qualche emozione nello spettatore solo negli ultimi fotogrammi.

Saranno i costumi e l’arredamento che sembrano usciti dal negozio un attimo prima di girare, saranno i ralenti reiterati ogni volta che si sta mettendo in scena un momento topico del racconto (sottolineato, se ce ne fosse stato bisogno, da una colonna sonora invasiva e strabordante), sarà l’interpretazione artefatta della madre (Vanessa Scalera, che – per onor di cronaca va detto – in conferenza stampa è stata invece molto lusingata per il pathos e lo sguardo – sempre uguale – del suo personaggio), sarà che questo affannarsi a portare al cinema dei bestseller della letteratura italiana contemporanea (è di qualche giorno l’uscita in sala de La scuola cattolica, tratto dal premio Strega firmato da Edoardo Albinati, curiosamente ambientato nel 1975, lo stesso anno de L’Arminuta) sembra più una penuria di idee originali che una reale aderenza al tema trattato, ma non riesco a trovare motivi validi per stare seduti al buio per 110 lunghissimi minuti.

E sì che gli argomenti ci sarebbero tutti per riscuotere successo: la maternità in un contesto storico e geografico fatto di contrapposizioni, il mondo rurale opposto a quello cittadino, la lingua e il dialetto, la ricchezza e la povertà. Su tutti il conflitto a distanza tra due madri che compiono il “gran rifiuto“. L’unico film italiano in selezione ufficiale alla Festa del Cinema di Roma lascia solo un gran senso di frustrazione e tanta noia.

Sofia Fiore e Andrea Fuorto ne L’Arminuta (Courtesy press office)

Scheda del film

Presentato in anteprima alla 16esima edizione della Festa del Cinema di Roma, L’Arminuta è tratto dal romanzo omonimo (vincitore del Premio Campiello 2017) di Donatella Di Pietrantonio, che ha collaborato alla sceneggiatura.

Ambientato nell’estate del 1975, vede protagonista una ragazzina di tredici anni (Sofia Fiore) che viene restituita alla sua famiglia d’origine, nell’entroterra abruzzese. L’Arminuta, la ritornata, perde così tutto della sua vita precedente: una casa confortevole a pochi passi dal mare e l’affetto della ricca Adalgisa (Elena Lietti), costretta ora a condividere una piccola casa con una moltitudine di persone che per lei sono soltanto estranei, compresa la sua vera madre (Vanessa Scalera).

Il regista del film è Giuseppe Bonito, che aveva già trattato il tema della famiglia, ma con tutt’altro registro, in Figli, su sceneggiatura di Matteo Torre.

L’Arminuta è in sala dal 21 ottobre, distribuito da Lucky Red.

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