È anche per questo che noi donne continuiamo a morire come mosche

Accettare che un giornalista, un politico o un magistrato non sappiano parlare in modo corretto di femminicidio è come accettare che un chirurgo usi in modo impreciso il bisturi: in entrambi i casi le conseguenze sono mortali.

Chiara Ugolini, 27 anni, è stata uccisa dal vicino di casa Emanuele Impellizzeri che, dopo aver compiuto l’omicidio, avrebbe cercato di fuggire in sella alla sua moto.

Pare che Ugolini avesse preso le difese della compagna dell’uomo nei giorni scorsi, durante una violenta lite tra i due.
Pare che lui sia salito nell’abitazione della donna – secondo alcune ricostruzioni da confermare passando per il terrazzo – dopo averla vista rientrare dal lavoro.
In alcuni resoconti si avanza l’ipotesi della volontà dell’uomo di stuprare la vicina. In altre non se ne fa menzione.
Stando alle prime dichiarazione, infine, l’omicida avrebbe dichiarato di aver risposto a un impulso improvviso e che la morte della donna sarebbe avvenuta in seguito a una spinta, negando ogni volontà di ucciderla.

Al netto dei fatti e delle dichiarazioni, importantissimi, ma evidentemente ancora al vaglio degli inquirenti, nel frattempo alcuni giornalisti e politici – come sempre capita quando si tratta di raccontare un femminicidio o casi di violenza di genere (quindi, purtroppo, quotidianamente) – sbagliano le parole e, quel che forse è peggio, lo fanno in buona fede; convinti di essere dalla parte dei buoni e di chi non ha responsabilità.

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In un post indignato perché, nonostante i precedenti penali Impellizzeri era ai domiciliari ed è stato lasciato nelle condizioni di uccidere Ugolini, un politico che non cito – non per mancanza di rispetto delle fonti ma, al contrario, perché identificare il ‘colpevole’ rischia di individualizzare una colpa diffusa e non è questo lo scopo – parla di ‘raptus’ e di “un’altra storia di ordinaria follia in cui a perdere la vita è una donna”.

Mi stupisce, confesso, che ancora oggi esistano giornalisti o politici che utilizzano il vocabolo ‘raptus’, perché credo sia la dimostrazione evidente del loro disinteresse per il tema del femminicidio: diversamente non potrebbero non essersi imbattuti, anche solo per caso, nelle migliaia di articoli, di post e di appelli fatti dalle stesse famiglie delle vittime che pretendono, giustamente, un linguaggio preciso e responsabile nel parlare di femminicidio, almeno da parte di chi lo fa per lavoro.

Possiamo dibattere sul diritto di ‘sbagliare le parole’ e non saperle usare sempre nel modo adeguato da parte del cosiddetto ‘uomo della strada’ – o donna, ovvio, per dirla con un’espressione filosofica che sta a indicare una persona generica senza competenza specifica in materia -, che al bar con gli amici parla di ‘raptus’.
Concedere questa licenza a chi di mestiere – giornalista, scrittore, politico, etc – con le parole ci lavora, sarebbe come accordare al chirurgo che ci opera domani la possibilità di incidere con il bisturi in maniera imprecisa.

Non ci sono né il raptus né la follia ad assolvere la volontà omicida dell’assassino nelle parole di un altro articolo – omesso per la stessa esigenza di astrazione di cui sopra – in cui però si parla del ‘sacrificio’ di Chiara Ugolini, il che prevederebbe una qualche sacralità rituale o, almeno, una volontà di martirio della donna. In alternativa, si suggerisce una sorta di destino superiore che, di nuovo, sposta l’asse del problema.

Ora, senza entrare nel merito di altre formule utilizzate in questi testi, che sembrano suggerire il fatto che la donna non ‘meritasse’ un tale trattamento perché ‘brava ragazza’, ‘solare’, ‘laureata’, ‘fidanzata’ – pensavamo di aver diritto a vivere anche senza meriti? che ingenuità! – quello che colpisce è che in entrambi i casi NON vi sono dubbi sulla buona fede degli autori.

Il problema è proprio questa buona fede: la stessa con con il giornalista di una tv locale, durante un dibattito sul femminicidio cui sono stata invitata, era sorpreso nonché scocciato per le lettere arrivate in redazione nei giorni precedenti, in seguito all’utilizzo dello stesso lemma – raptus.
Era evidente che per lui si trattasse di reazione esagerata. Ora, come lo spieghi a un chirurgo che il bisturi è mortale, se non lo sai usare? 
Il magistrato ospite della stessa trasmissione, rispettabile professionista di lunga data che si era occupato di importantissimi casi di femminicidio, del resto, condivideva, con l’ignaro giornalista lo stesso stupore piccato di chi è convinto che i problemi siano ben altri. Del resto, il signore in questione, esattamente come la giornalista Franca Leosini, non capiva la necessità di distinguere, a livello terminologico, femminicidio e omicidio.

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Spero, nel frattempo, che la questione sia diventata chiara al magistrato, ma ne dubito visto che, senza evidente intenzione di ascolto, scuoteva la mano per accordarmi non so bene quale gentile concessione all’utilizzo del termine, mentre io provavo a elencare, dati alla mano, perché la boutade (sua e di tanti) ‘Perché allora se una donna uccide un uomo non parliamo di maschicidio?’, non solo non ha senso ma significa non avere una conoscenza reale e informata del femminicidio, cioè di un fenomeno sistemico, socio-economico e culturale di cui peraltro ti occupi in sede di tribunale.

Significa, cioè, non riconoscere una strage che avviene per un motivo ben preciso: rimettere al ‘loro presunto posto’ le donne, perché questo è il femminicidio. Non un omicidio – indipendente dal genere e da altre caratteristiche specifiche della persona – avvenuto per esempio durante una rapina in banca o un attentato, ma l’assassinio di una donna perché donna che osa non sottostare a un uomo, sia esso il padre, il marito, l’amante o l’aspirante tale, un estraneo o, appunto, un vicino che si sente delegittimato nella sua autorità di maschio dominante.

Solito discorso, passi se sei l’uomo della strada o anche il chirurgo di cui sopra, se si parla di femminicidio, ma se sei magistrato, politico, giornalista la tua ignoranza saccente ti rende mortale.

Il “raptus”, il “sacrificio”, ma anche perifrasi come “l’ha uccisa perché non accettava la fine della relazione/ il tradimento di lei”, il “gigante buono” che ama troppo: è (anche!) per questo modo di raccontare e quindi pensare il femminicidio che noi donne continuiamo a morire come mosche.

Per citare a braccio il filosofo Umberto Galimberti, ognuno di noi pensa in base al numero delle parole che possiede. Va da sé che se ne possediamo poche, pensiamo poco e che se parliamo male, pensiamo male. Il problema è che sono le parole che costruiscono il pensiero ed è il pensiero che costruisce la società in cui viviamo.
Se anche chi con le parole ci lavora pensa che i problemi siano altri, beh, quelle persone forse hanno sbagliato lavoro, ma noi come società abbiamo un enorme problema. Soprattutto se siamo donne.

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