Tampon tax, i Paesi che hanno abolito la tassa più ingiusta (no, l'Italia non c'è)

Considerati come beni di lusso, gli assorbenti, i tamponi e le coppette mestruali prevedono una tassazione del 22%. Un’imposta vergognosa e lesiva, che in alcune parti del mondo ha, però, già trovato una sua totale cancellazione. Vediamone i dettagli.

Fin da bambine ci invitano a non nominarle mai platealmente e a utilizzare sotterfugi per prenderci cura di noi stesse in “quei” giorni.

Di qui, assorbenti passati sotto banco, nascosti tra un libro di scuola e un astuccio o inseriti nelle maniche dei maglioni per allontanarli da occhi indiscreti. E, soprattutto, il ricorso a perifrasi che non facciano mai comprendere chiaramente di che cosa stiamo parlando, come l’old but gold «sono indisposta» o i più inflazionati «ho le mie cose» (quali cose?), «mi sono arrivate» (di nuovo, chi?) e «ho il ciclo».

Insomma, dalla più tenera età, in tutte le persone che si ritrovano ad affrontare mensilmente l’incontro con il sangue “intimo” è instillato un tabù: delle mestruazioni non si può parlare.

Tutti i nomi che ci siamo inventate pur di non nominare le mestruazioni
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Un’inibizione che non riguarda solo le donne, ma, a quanto pare, anche la politica – o meglio, chi, la politica, la fa. Ne è una dimostrazione lampante la tassazione che riguarda gli assorbenti stessi, ossia la cosiddetta “tampon tax”, pari al 22%. Più di un tartufo.

Perché è ingiusta? Scopriamolo insieme.

Tampon tax: che cos’è?

Tampone
Fonte: Pexels

La tampon tax è l’imposta sul valore aggiunto (l’IVA) applicata ad assorbenti, tamponi e coppette mestruali. Fin qui, tutto nella norma: qualsiasi prodotto inserito nel sistema economico prevede, infatti, in virtù dello scambio tra beni e servizi, un aggravio calcolato in base al valore da esso acquisito in ogni passaggio, dalla produzione al consumo finale.

Il problema, quindi, qual è? La sproporzione: assorbenti e affini sono tassati dallo Stato italiano con un’IVA del 22%, pari a quella dei beni di lusso. Una vera e propria ingiustizia, se si considera che, nel corso della propria esistenza, una donna dovrà affrontare, come si legge su Internazionale, una media di 450 cicli mestruali distribuiti nell’arco di circa quarant’anni, con un consumo di prodotti intimi che oscilla tra i 10.000 e i 14.000.

Conseguenza: un dispendio di soldi ingente e asimmetrico, che inficia la condizione economica – già incrinata – delle donne di tutto il mondo, pesa sui nuclei familiari e alimenta quella pervasiva e sessista disparità di genere che caratterizza ogni ambito. Anche quello sanitario.

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Il dibattito sulla tampon tax

Naturalmente, le polemiche non si sono fatte attendere, soprattutto dalle frange più giovani della popolazione. La tampon tax, infatti, riguarda tutti i Paesi del mondo, ma mentre alcuni – come vedremo – hanno già adottato soluzioni alternative, in Italia il processo di cambiamento non accenna ad accelerare.

Un esempio: dopo le prime proposte avanzate da Possibile (il partito fondato da Giuseppe Civati), nel 2019 la Camera dei deputati ha approvato un emendamento al decreto fiscale che ha ridotto l’IVA dal 22% al 5%. Bene? Più o meno. La riduzione della tassazione riguarda, infatti, solo gli assorbenti biodegradabili e compostabili, ossia una tipologia di prodotti particolarmente cari e ancora “di nicchia”, utilizzati da un numero ridotto di donne.

Una decisione che, dunque, non tiene conto delle dissimili disponibilità economiche di chi utilizza assorbenti, tamponi e coppette, e che, di fatto, “appiattisce” il bacino delle loro fruitrici, di cui non vengono tenute in considerazione esigenze e preferenze.

Come ha commentato su Io Donna Gaia Romani, tra le fondatrici del movimento di sensibilizzazione Onde Rosa:

Stiamo parlando di una battaglia di civiltà nei confronti delle donne e queste posizioni non sono accettabili, perché denotano che chi sta affrontando il tema decide senza saperne assolutamente nulla. Nulla delle necessità delle donne, della complessità del tema, dell’impatto che queste scelte hanno sulla salute.

Non stupisce, infatti, che a legiferare su che cosa sia meglio per le donne sia stato un uomo, l’allora capogruppo M5S alla Camera dei Deputati Francesco d’Uva, che in un intervento televisivo aveva, così, commentato la decisione politica:

Non abbiamo abbassato l’IVA sugli assorbenti perché non c’era la copertura finanziaria in quel provvedimento. E, in più, noi siamo anche per l’ambiente, non siamo a favore degli assorbenti usa e getta. Ci sono delle possibilità non inquinanti, come le coppette mestruali e i pannolini lavabili.

Un caso di mansplaining mal riuscito, considerando che anche coppette e pannolini sono tassati al 22%. Ops.

Perché la tampon tax è ingiusta

Il ciclo non è un lusso tampon tax
Fonte: Open

«Il ciclo non è un lusso». È questo il claim che ha fatto proprio e ha difeso con forza l’ex presidente della Camera, e oggi deputata PD, Laura Boldrini, da sempre in prima linea per ridurre l’IVA sui prodotti riservati alle mestruazioni.

È anche grazie al suo lavoro se la sensibilità circa il tema ha interessato un numero sempre maggiore di persone, rendendo evidente la profonda ingiustizia di un’imposta come la tampon tax. Assorbenti e correlati, infatti, non dovrebbero essere considerati alla stregua di beni di lusso, bensì essere equiparati a tutti i prodotti che godono di un aggravio agevolato (o nullo, come si auspica).

Per fare un breve riepilogo: i beni essenziali, come pane, pasta, latte, farina, riso, ma anche libri, protesi dentarie, occhiali da vista, giornali e apparecchi ortopedici, in quanto di prima necessità sono tassati al 4%. Un’IVA del 10% è, invece, applicata a prodotti quali, tra gli altri, yogurt, medicinali, carni, conserve vegetali, gas ed energia elettrica (non per usi industriali) e tartufi, oltre che a bar, ristoranti e alberghi.

Fino a raggiungere l’acme del 22%, tra le cui file troviamo trucchi, mobili, apparecchi informatici, acqua minerale in bottiglia, abbigliamento, elettrodomestici, borse, carta igienica, pannolini per bambini e, ovviamente, gli assorbenti.

In uno scenario in cui il tartufo è considerato un bene di lusso inferiore rispetto ai dispositivi per l’igiene e la salute intima, quindi, appare chiaro quanto sia opportuno modificarne le coordinate. Come ha precisato a Open la stessa Laura Boldrini, infatti:

[La battaglia è importante perché] è una questione di diseguaglianza e ingiustizia. Il ciclo non è un lusso, quindi non si vede perché gli assorbenti debbano essere tassati come un bene di lusso. Riportarli a una tassazione come beni di necessità è la cosa più giusta nei confronti delle donne, specialmente in un momento in cui queste sono particolarmente penalizzate dalla crisi provocata dal Coronavirus, in termini economici e occupazionali.

Ogni gesto e ogni presa di posizione risultano, perciò, utili per abbattere, tutti insieme, una discriminazione fiscale di genere iniqua e deleteria, non solo per il comparto femminile, ma per la comunità intera.

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Dove è stata abolita la tampon tax?

Alcuni passi sostanziali, tuttavia, sono già stati compiuti nel resto del mondo. Come si legge su Diritto Consenso, il primo Paese a diminuire l’imposta dei prodotti igienici femminili è stato il Kenya nel 2004, il quale, nel 2011, ha anche provveduto a promuovere un progetto di distribuzione gratuita di assorbenti e affini nelle scuole.

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Subito dopo, nel 2005, ha fatto seguito il Canada, che ha deciso di abolire totalmente la tassazione, così come alcuni Stati degli USA, tra cui quello di New York, del Maryland, del Massachusetts, del New Jersey e della Pennsylvania.

L’abolizione totale è stata, poi, adottata anche in Australia e, in seguito a numerose proteste e manifestazioni, in India, in entrambe le nazioni a partire dal 2018.

Un po’ diversa, invece, la situazione in Europa. L’unico Paese ad aver promulgato, in tempi non sospetti, una detassazione totale degli assorbenti è stato, infatti, l’Irlanda, mentre gli altri hanno optato per una riduzione dell’imposta.

Il motivo è ben presto spiegato: alla base vi è la direttiva del Consiglio dell’Unione europea del 2006, secondo la quale gli stati membri hanno la facoltà di scegliere l’aggravio sul valore aggiunto da applicare a beni e servizi, senza scendere, però, sotto il 15%. Le aliquote ridotte previste, inoltre, non possono essere inferiori al 5%, ma solo per un numero ridotto di beni (come gli assorbenti, appunto).

Il panorama è, quindi, il seguente: la Francia ha diminuito l’imposta nel 2015, facendola passare dal 20 al 5,5%, così come il Belgio, che nel 2018 l’ha ridotta dal 21 al 6%. Spagna, Grecia e Austria, invece, prevedono un’aliquota del 10%, o di poco superiore, mentre il Lussemburgo è passato dal 17 al 3% nel maggio 2019. L’ultima in ordine di tempo è stata la Germania, che nel 2020 ha diminuito la tassazione dal 19 al 7%.

Unica eccezione: l’Inghilterra e, in generale, il Regno Unito, che, grazie alla Brexit, ha finalmente abolito la tampon tax. In Scozia, inoltre, pochi mesi prima del 2021, è stato approvato un programma di distribuzione gratuita degli assorbenti e tamponi in tutte le scuole del paese per contrastare il fenomeno della period poverty.

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Tampon tax: le iniziative in Italia

Coop
Fonte: Informatore Coop.fi

E in Italia? Come abbiamo visto, la legge non sembra, purtroppo, porre la tampon tax tra le sue priorità. Ciononostante, però, non mancano iniziative lodevoli in grado di diffondere una discussione sul tema e, soprattutto, sensibilizzare popolazione e istituzioni circa una maggiore presa di coscienza al riguardo.

Nella settimana della Giornata della Donna, dal 6 al 13 marzo, per esempio, la catena di supermercati Coop Italia ha deciso di dare un segnale forte e rivoluzionario, scegliendo di vendere tutti gli assorbenti presenti nelle sue sedi come se l’imposta fosse al 4%. Un piccolo gesto, ma essenziale per diffondere la necessità della detassazione.

Come ha dichiarato Maura Latini, Ad di Coop Italia, a Il Fatto Quotdiano:

Quella dell’abbassamento dell’IVA sugli assorbenti non è solo una questione economica, di puro risparmio, ma anche culturale. La scelta di tassare come bene di lusso un assorbente è prima di tutto un errore di valutazione e un messaggio sbagliato, che si traduce in una discriminazione concreta contro la quale vogliamo contribuire ad attivare l’attenzione di donne e uomini.

Risale a pochi giorni fa, invece, la notizia del grande successo riscontrato dalla campagna “No tampon tax: il ciclo non è un lusso”, che, per la prima volta in Italia, ha coinvolto un ingente numero di farmacie (260, per l’esattezza, appartenenti al gruppo Lloyds) impegnate nell’azzeramento dell’aliquota fino alla fine di dicembre 2021. L’obiettivo: reclamare un diritto fondamentale, in attesa che la legge elimini uno degli aspetti più subdoli della disparità di genere e si muova verso un miglioramento effettivo della situazione in vigore.

La prima città ad aderire è stata Firenze, cui sono seguite Pistoia, Modena, Sassuolo, Rho, Milano, Pesaro e moltissime altre.

L’augurio, dunque, è che sempre più realtà, istituzioni, aziende e, in generale, persone possano abbracciare la battaglia contro la tampon tax, un’imposta vergognosa, offensiva e, soprattutto, lesiva della dignità personale. Affinché non sia una battaglia di genere, ma di tutti.

Articolo originale pubblicato il 18 Giugno 2021

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