Cos’è l’onestà intellettuale e perché dovremmo imparare a coltivarla

Pensiamo di sapere cosa è ma facciamo fatica a definirla, eppure l’onestà intellettuale può salvarci dalla dittatura delle opinioni e aiutarci a superare i nostri bias cognitivi

In una società schierata su tifoserie opposte praticamente su qualsiasi argomento c’è una cosa su tutti sono concordi: serve più onestà intellettuale. È uno dei leitmotiv più ripetuti degli ultimi anni, dalla politica allo sport, passando per la tv, la filosofia, la sociologia e i post motivazionali su LinkedIn.

Se qualcuno vi domandasse «sai cos’è l’onestà intellettuale?» la risposta sarebbe, molto probabilmente, «sì, certo». Se però vi chiedessero di trovare una definizione, scommettiamo che sarebbe molto più difficile.

Come lo sappiamo? Non siete i soli, almeno stando alle parole chiave più cercate dagli utenti e ai suggerimenti di ricerca di Google: definizione, significato, dizionario, sinonimi… se si cerca “onestà intellettuale” sui motori di ricerca, è quasi sempre per capire cosa significa davvero.

Trovare “le parole per dirlo”, invece, potrebbe essere il primo passo per coltivare una virtù che potrebbe aiutarci a trovare la strada in un mondo sempre più polarizzato su opinioni inscalfibili, gridate e ripetute anche di fronte all’evidenza (qualcuno ha detto social network?).

Onestà intellettuale: una definizione impossibile?

Diciamolo subito: quando di parla di “onestà intellettuale”, è difficile individuare un significato universalmente valido. Sappiamo a cosa ci riferiamo quando pronunciamo queste parole e riusciamo a intenderci, ma fissare univocamente un concetto così sfaccettato sembra un’impresa impossibile.

Una delle definizioni più apprezzate e citate – soprattutto nel mondo anglosassone – è quella di Louis M. Guenin, professore di etica ad Harvard, secondo cui

[Intellectual honesty is] a virtuous disposition to eschew deception when given an incentive for deception

che potremmo tradurre pressappoco con: “è una disposizione virtuosa a evitare l’inganno di fronte a un incentivo all’inganno”. Scegliere di non ingannare, quindi, quando si è spinti a farlo. Una definizione interessante e calzante, sicuramente. Esaustiva? Forse no.

Secondo alcuni, l’onestà intellettuale è la corrispondenza tra parole e azioni. Ma non si parlerebbe, in questo caso, di coerenza? Secondo altri, è la capacità di guardare oltre le proprie convinzioni e riconoscere la verità anche se contraria alle proprie idee o al proprio interesse.

Il significato di onestà intellettuale è quindi sinonimo oggettività? Nel mondo accademico è spesso ricondotta all’integrità e alle buone pratiche della ricerca, e il suo opposto spesso legato con il plagio.

Un articolo uscito nel 2019 elogiava «l’importanza evolutiva dell’onestà intellettuale, che si traduce poi nell’importanza di sapere che si può sbagliare» e che, secondo uno studio chiamato The Loss Project, potrebbe renderci migliori proprio insegnandoci a riconoscere la nostra fallibilità.

Ma è davvero tutto qui? L’onestà intellettuale è soltanto la capacità – sempre più rara – di ammettere la possibilità di essere errore e la socratica consapevolezza del «so di non sapere»?

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«L’onestà intellettuale è un ossimoro», per questo nessuno la pratica

Per dirla con le parole del prof. Mondrian Kilroy creato dalla penna di Alessandro Baricco in City «l’onestà intellettuale è un ossimoro». Sì, perché, ci dice proprio nel suo Saggio sull’Onestà Intellettuale,

[è] un compito altamente proibitivo e forse disumano, tanto che nessuno, in pratica, si sogna nemmeno di assolverlo, accontentandosi, nei casi più ammirevoli, di fare le cose con un certo stile, una certa dignità, diciamo con buon gusto.

È forse nella parola “compito” che questa non-definizione si dimostra più calzante di molte delle precedenti: l’onestà intellettuale non è una delle tante sfaccettature individuate, ma tutte quelle definizioni insieme, e di più; non è un comportamento o un tratto del carattere che si ha o meno, ma piuttosto un impegno da coltivare, un metodo e un approccio alla conoscenza, al pensiero e, non meno importante, a se stessi.

Significa riuscire a guardarsi e guardare le proprie idee con la giusta prospettiva, riconoscendo i propri limiti e le proprie fallacie, significa confrontarsi su argomenti di cui si conosce la veridicità e non schierarsi su preconcetti o partiti presi ed essere pronti a cambiare idea, significa riconoscere il valore del lavoro altrui e riconoscere i crediti di un’opera o un pensiero, significa agire in buona fede ed evitare di manipolare il prossimo e, soprattutto, significa scegliere di fare tutto questo anche quando evitarlo potrebbe portarci un vantaggio.

Coltivare l’onestà intellettuale: perché e come farlo?

Tutti sono concordi sulla necessità dell’onestà intellettuale, ma se già facciamo fatica a definirla, come possiamo praticarla? Anche in questo caso, non ci sono linee guida o manuali da seguire, Ma se è vero che l’onestà intellettuale è una pratica quotidiana, un lavoro costante (e gravoso!), allora da dove iniziare? Come combattere la disonestà intellettuale una volta per tutte?

Su Internet non mancano i decaloghi o i bullet list con gli step da seguire, come quello di Vincent Berthet, ricercatore di Scienze Cognitive all’Università della Lorena, che ha riassunto “le 6 regole dell’onestà intellettuale”:

  1. Non mentire, né agli altri né a se stessi
  2. Liberarsi del proprio egocentrismo
  3. Sforzarsi di essere obiettivi
  4. Considerare i fatti prima di tutto
  5. Non confondere la realtà con la realtà come vorresti che fosse
  6. Accettare il dubbio

Piccole regole in apparenza semplici, ma che potrebbero essere la cura per molti del mali che affliggono la nostra società. Coltivare il dubbio, sforzarsi di essere obiettivi, considerare i fatti: non basterebbe questo per liberarci della dittatura delle opinioni e della sindrome della tifoseria che sembra aver colpito tutti, dai social agli scranni della politica?

E se l’onestà intellettuale è fallata? La sindrome dell’impostore

L’onestà intellettuale è una virtù fondamentale e, l’abbiamo visto, potenzialmente salvifica. Eppure, in alcuni casi può trasformarsi in un’arma contro se stessi: una lettura distorta o la sua mancanza, infatti, possono impedirci di leggere con chiarezza i nostri limiti e i nostri punti di forza, come in alcuni dei più noti bias cognitivi.

È il caso della Sindrome dell’impostore, un termine coniato nel 1978 dalle psicologhe Pauline Rose Clance e Suzanne Imes per indicare un fenomeno il cui «concetto principale è che ci sono persone che dubitano della propria ‘onestà intellettuale’, che dubitano di se stesse e del modo in cui ottengono risultati» nello studio, nella carriera e in amore. Sentendosi continuamente un “truffatore intellettuale” chi è affetto da questa sindrome – più spesso le donne che gli uomini – è convinto che ciò che ha ottenuto sia frutto – immeritato – del caso, del tempismo o della fortuna e non delle proprie capacità e meriti.

Un fenomeno che potremmo considerare il contraltare dell’effetto Dunning-Kruger, il bias cognitivo che impedisce alle persone di autovalutarsi con oggettività: chi è meno esperto in un campo tende a sopravvalutare le proprie competenze e, viceversa, le persone davvero competenti hanno la tendenza a sottostimarsi. E tanti saluti all’onestà intellettuale.

Articolo originale pubblicato il 16 Aprile 2021

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