Toby Levy: "L'Olocausto mi ha rubato l'infanzia, questa pandemia i miei ultimi anni"

Una testimonianza intensa quella di Toby Levy, 87enne sopravvissuta all'Olocausto che racconta l'esperienza di questi lunghi mesi di pandemia da Covid-19, tra il senso di perdita per un tempo prezioso e la speranza che la vita ricominci, nonostante tutto.

Toby Levy è una contabile in pensione e una docente volontaria del Museo del Patrimonio Ebraico, sopravvissuta all’Olocausto. Aveva solo 7 anni quando i tedeschi invasero la cittadina in cui viveva, Chodorow, oggi Khodoriv, in quella che allora era la Polonia e ora è l’Ucraina. Furono anni terribili quelli che Toby, oggi 87 anni, visse durante la persecuzione nazista, anni in cui, come moltissimi altri ebrei, perse tutto: libertà, diritti, istruzione, ma non la vita.

La sua è una storia di dolore ma anche di speranza, che Toby ha scelto di raccontare al New York Times in questo anno dilaniato dalla pandemia da Covid-19. Il lockdown, la solitudine e l’isolamento a cui il Coronavirus ci ha confinato in questi mesi sono per Toby un motivo di riflessione, e alla mente ritornano quei terribili momenti di prigionia, una prigione diversa, della quale porta ancora i segni indelebili, che hanno per sempre rubato la sua giovinezza e macchiato la sua innocenza. E ora, a distanza di tanto tempo, anche i suoi ultimi anni sono toccati da un’esperienza di dolore e da una sensazione di tempo sospeso, perduto per sempre:

Cerco di non arrendermi. Ma quello che mi deprime è che sto perdendo un anno. E questo mi dà terribilmente fastidio. Ho 87 anni e ho perso quasi un anno intero.

Perdere un pezzo di vita, un tempo prezioso che non ti ridà nessuno: è questo il primo pensiero di Toby.

A volte ho ancora la sensazione che mi stia perdendo qualcosa. Un anno intero è passato. Ho perso la mia infanzia, non ho mai avuto la mia adolescenza. E ora, nella mia vecchiaia, questo mi sta accorciando la vita di un anno. Non mi restano così tanti anni. Il modo in cui abbiamo vissuto quest’anno significa che ho perso molte occasioni per dare lezioni, per raccontare la mia storia a più persone, per farmi vedere e far sapere che l’Olocausto è accaduto a una persona reale, che oggi si trova di fronte a loro. È importante.

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Eppure, anche nel mezzo della solitudine e dell’isolamento, Toby trova delle ancore di salvezza per continuare a vivere nel modo più normale possibile.

In questi giorni sono un po’ annoiata. Il lungomare è la mia ancora di salvezza. Sono a due isolati dal lungomare. Posso andare a piedi fino a Coney Island se voglio. Ci vado da sola. Ho degli amici qui. Una volta giocavamo a canasta una volta a settimana. Ma quando è arrivato il Covid, mia figlia ha insistito: “Non si può stare seduti in una stanza! Così parlo al telefono. Leggo. I nipoti mi chiamano attraverso Zoom. Mi tengo molto occupata, e questo mi aiuta molto.

I lungomare, i libri e le chiacchierate con i nipoti su Zoom non sono le uniche occupazioni di Toby, ma c’è anche e soprattutto il suo lavoro presso il Museo del Patrimonio Ebraico, ovviamente sempre da remoto:

Anche adesso, in mezzo al Covid, racconto la mia storia alle scuole e al pubblico che il museo organizza per me, da Zoom.

Perché questa resta per Toby una missione fondamentale, per raccontare con la sua testimonianza gli anni più bui della storia del nostro tempo, che hanno per sempre cambiato la sua vita di bambina.

Vivevamo nel centro della città nella casa di mio nonno. I russi occuparono la città dal 1939 al 1941, poi i tedeschi dal 1941 al 1944. Mio padre era molto amato in città da ebrei e non ebrei. Un giorno, all’inizio del 1942, uno dei ragazzi andò da lui e gli disse: “Moshe, ci sarà una grande uccisione. Meglio trovare un nascondiglio”. Così mio padre costruì un posto perché potessimo nasconderci tutti in cantina. Ricordo che mio nonno non voleva andarci. Gli spararono in cucina, e noi sentimmo tutto.

Toby ricorda che successivamente dovettero trovare un nascondiglio più sicuro. Venne in loro soccorso una vicina di casa, Stephanie, che aveva un giardino e un fienile, all’interno del quale il padre di Toby potè costruire un muro, dove si rifugiò tutta la famiglia.

Mio padre costruì un muro all’interno del fienile e un nascondiglio per nove persone, dove dormivamo come delle aringhe. Era solo un metro e mezzo per un metro e mezzo. Da una parte c’erano i maiali e le galline, dall’altra noi: i miei genitori, mia zia e mio zio, la mia nonna materna e quattro bambini di 4, 6, 8 e 12 anni.

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La vita era diventata una prigione, dove restò per due lunghi anni, ma ogni giorno veniva salutato come un dono:

Avevamo i pidocchi. Avevamo i topi. Ma ogni giorno nel fienile era un miracolo. Non sono una persona normale. Sono una bambina miracolata. La maggior parte degli ebrei di Chodorow non è mai tornata. Durante la guerra, non sapevamo se avremmo fatto un giorno. Non avevo alcuna libertà. Non potevo parlare ad alta voce, non potevo ridere, non potevo piangere. Ma ora posso sentire la libertà. Sto vicino alla finestra e guardo fuori. La prima cosa che faccio la mattina è guardare fuori e vedere il mondo. Sono viva. Ho da mangiare, esco, vado a fare passeggiate, faccio la spesa. E mi ricordo: Nessuno vuole uccidermi. Così, ancora, leggo. Cucino un po’. Faccio un po’ di shopping. Ho imparato ad usare il computer. Faccio puzzle.

Le sue parole suonano come un monito e un meraviglioso inno alla vita per chi può solo immaginare quegli anni e gli orrori che l’Olocausto ha generato. Ed è proprio da queste parole e da quella memoria sofferta e indicibile che si propaga un coraggio pieno di speranza:

Capisco la paura che la gente ha, e capisco che bisogna fare attenzione. Ma non c’è paragone tra l’ansia, il coronavirus, e il terrore che provavo da bambina. Era una paura senza confini. Tutto questo finirà, e sto già pensando, pianificando dove andrò per primo, cosa farò per primo, quando tutto questo finirà.

Il periodo del lockdown, la solitudine e il dolore che abbiamo visto e vissuto in quei lunghi mesi sono stati momenti duri anche per un’altra sopravvissuta della Shoah, Liliana Segre, la cui mente è stata riportata agli anni dell’orrore, come lei stessa ha dichiarato nell’agosto 2020, durante un’intervista al Corriere,

Sono stata a casa mia a Milano. È stata molto dura, mi mancavano i miei figli e i miei nipoti, mi percepivo meno forte e affiorava di tanto in tanto la paura di morire da sola. La città fuori era deserta, arrivavano solo le sirene delle ambulanze. Quante ne abbiamo sentite in Lombardia! Nella mia mente evocavano altre sirene, quelle dei bombardamenti, prima che mi deportassero, quando dovevamo correre nei rifugi. A quel tempo gli sciacalli entravano nelle case che restavano vuote e anche adesso, in forme diverse, sono riapparsi: a fare affari mentre in televisione vedevamo tutte quelle bare. Questo mi ha rattristato, incupito, mi sono chiusa per un po’, ma ora va meglio. Non mi hanno sommerso allora, non ci sono riusciti oggi. Io provo ancora speranza.

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Anche Eva Kollisch, professoressa di letteratura comparata di 95 anni, e sua moglie Naomi Replansky, poeta e attivista del lavoro, di 101 anni – entrambe sopravvissute ai periodi più difficile della storia del Novecento – si sono ritrovate a pensare al loro drammatico passato in occasione di questo anno così complicato e difficile. Le due donne, conosciutesi negli anni Ottanta, hanno vissuto l’influenza spagnola, la Depressione e l’incubo dell’Olocausto, e in questo anno sospeso hanno vissuto la pandemia non senza tornare con la mente a quei momenti duri e indelebili. Anche per loro, è infatti la sensazione del tempo perso, di un pezzo di vita che manca e che nessuno potrà mai risarcire a pesare più di ogni altra cosa:

Il confinamento non ci ha turbato particolarmente, ma ci stiamo ritrovando a desiderare ciò che abbiamo perso più di quanto temiamo la stessa pandemia.

 

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