Dopo il lockdown di primavera sono stata, sentendomi al sicuro:
  • a un concerto in un locale al chiuso
  • alla presentazione di un libro, sempre in un locale chiuso
  • a cena in vari ristoranti
  • all’inaugurazione di una mostra
  • su un treno, in prima classe

Non mi sono invece sentita al sicuro:

  • a un concerto organizzato in una piazza
  • a un funerale
  • in metro a Milano
  • su un treno, in seconda classe
  • in un paio di ristoranti in cui, infatti, non sono tornata (o non sono proprio entrata)
Potrei andare avanti con questi elenchi perché, pur avendo scelto di vivere un’estate molto prudente e ritirata con la mia famiglia, un po’ per lavoro un po’ per piacere alcune cose le ho fatte e, in ogni contesto, sentirmi o non sentirmi al sicuro non è stato un fatto soggettivo.
Mi sono sentita al sicuro laddove ho visto che venivano rispettate le regole: distanziamento, mascherina, igienizzazione.
Mi sono sentita non protetta laddove ho percepito una sottovalutazione colpevole e più o meno sfacciata del rischio.
Durante il lockdown di primavera ho perso per Covid-19 due parenti, senza poterli salutare e, soprattutto, senza poter stare al fianco dei miei genitori e delle persone colpite da questi lutti.
Vivo a Brescia, in una delle città più massacrate, e i camion militari che portano via i morti di Bergamo non li ho dimenticati. Quindi, alla faccia di chi la fa semplice e dice che bisogna tenere aperto tutto, a me l’attuale situazione dei contagi e delle terapie intensive spaventa e, onestamente, penso si debba essere incoscienti per non riconoscere la gravità della situazione.
Ho paura e, da cittadina, so che delle misure servono, ma sono anche arrabbiata.
Sono arrabbiata perché ho visto chiudere indistintamente:
  • le attività di chi in questi mesi ha fatto il furbo
  • i ristoranti, locali, teatri, cinema e le attività di chi invece ha rispettato e fatto rispettare tutte le regole richieste, facendo spesso cospicui investimenti per strutturarsi e acquistare attrezzature necessarie a garantire la sicurezza, a fronte di introiti più che dimezzati e clienti rifiutati per applicare le norme.

Sono arrabbiata perché ho visto titolari di piccole attività prosciugare i risparmi di una vita, per cercare di garantire lavoro e dignità ai loro dipendenti, e imprenditori milionari riempire locali di gente stipata in ogni buco senza preoccuparsi di distanziamenti, mascherine e rispetto delle leggi. Sono arrabbiata perché li ho visti chiudere entrambi, dopo che i primi hanno cercato di sopravvivere con onestà e i secondi hanno fatto soldi grazie alla loro irresponsabilità.

Sono arrabbiata perché ho visto assembramenti palesemente ignorati dalle forze dell’ordine, politici in vacanza senza mascherina e gente lontana dai riflettori e dai populismi social, prodigarsi per la salute di tutti con un senso civico venuto spesso meno in chi indossa una divisa e ha un ruolo politico.
Ho paura, sono arrabbiata e sono triste, perché qualcuno già in primavera non ce l’ha fatta.
Ha chiuso un’attività che non riaprirà più. Perso un lavoro che sembrava stabile. Rinunciato al lavoro per impossibilità di andare in ufficio, in negozio o in una fabbrica a timbrare il cartellino se dalla sera alla mattina scopri che tuo figlio il giorno dopo non potrà andare a scuola perché chiusa. E qui, lo sappiamo, il prezzo più alto lo hanno pagato, ancora una volta, le donne.
Ho paura, sono arrabbiata e sono triste, perché temo che questo sia il colpo di grazia per tanti altri tra noi.
Il Coronavirus ha chiuso in casa le donne con i loro aguzzini
Mi fa paura anche perché temo che stavolta sarà più difficile per le persone già provate:
  • per i malati che stanno subendo ritardi nelle cure e nelle diagnosi,
  • per gli anziani che vivono, chi con la certezza, chi con il timore di non poter più avere un bacio dai figli o dai nipoti,
  • per chi soffre di malattie mentali e risprofonda nell’abisso dell’isolamento dove persino l’arte, la musica, la cultura che ci rendono migliori e ci fanno star bene tornano a essere banditi,
  • per i bambini e gli adolescenti, che si vedono di nuovo minare una socialità a quell’età imprescindibile.

Io non ho idea di cosa sia giusto fare, né quale possa essere la soluzione a questo punto. So però per certo che tante persone oneste stanno pagando e pagheranno la superficialità, l’ignoranza negazionista, la caciara politica populista e la strafottenza violenta dei soliti furbi. E che non è giusto.

Perché non siamo stati capaci, come Stato e come singoli cittadini, di isolare quelle persone, di chiudere le loro attività, di non farci travolgere nella voglia di un’estate senza pensieri? Non è questione di senno di poi, è una domanda cui dovremo dare una risposta se non vorremo finire in una terza ondata, in attesa che un vaccino ci salvi senza che si sia imparato nulla.

Perché abbiamo lasciato che i furbi avessero la meglio sulle persone oneste? 
Non tiriamo fuori l’alibi della libertà, ché per invocare la libertà bisognerebbe pur saperne qualcosa: a partire dal fatto che libertà non è mai stato fare quello che si vuole a scapito degli altri, ma responsabilità e, come diceva Gaber, partecipazione.

Sarà difficile. Anche perché questa volta probabilmente non avremo così voglia di appendere arcobaleni con la scritta: “Andrà tutto bene”.
Buona fortuna a tutti.
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