"Perché le persone pensano che la mia auto sia di mio marito”

"Io esisto e come me centinaia di donne che dello stereotipo "donne e motori, gioie e dolori" non sanno più che farsene. I dolori teneteveli voi, che noi ci prendiamo le gioie di guidare un'auto che non ha bisogno di testosterone per essere messa in moto".

L’altro giorno è successa una cosa che mi ha fatto ribollire il sangue. E le protagoniste siamo io e la mia amatissima auto, comprata dopo aver vagliato tra decine di modelli dai cavalli variabili, carrozzerie e possibilità. La mia BMW di cavalli ne ha 190 e quando la metto in moto mi fa esaltare. Ero all’autolavaggio a lucidare ogni curva esposta della carrozzeria e il tipo nell’abitacolo accanto a me ha pensato bene di alzare la voce di un tono per dire:

Che brava che sei a lavare la macchina di tuo marito!

Ora. Che si sia sentito in dovere di farsi sentire la dice lunga sul livello. Ma quello che mi fa imbestialire è il commento retrogrado sul fatto che io non possa desiderare e possedere un SUV e che anzi, io la stia pure lucidando per fare un piacere a mio marito. Il primo istinto è stato quello di snocciolargli tutte le cose che so di auto, tutte le competenze che ho messo in campo per poter scegliere in totale autonomia questa che sognavo da un po’. Mi viene da elencargli dati tecnici e numeri, per confonderlo. Per quel che ne sa, potrei essere tranquillamente una dirigente del settore automotive, potrei essere una designer che ha disegnato personalmente la fisionomia della macchina che guida e stracciarlo seduta stante con le mie skill.

Ma lui il problema non se lo è posto e crede che io sia in questo autolavaggio a togliere granelli di polvere col panno di daino per fare un favore a “mio marito”, l’unico che in una famiglia può amare le auto di grossa cilindrata.

Perché le persone credono che la mia auto sia di qualcun altro (possibilmente di un uomo)

Mentre vi immaginate i minuti interminabili a base di sguardi di sfida tra me e il mio vicino di autolavaggio prima che gli dicessi ad alta voce una battuta gelida che chiudesse la conversazione, vi basti sapere che una risposta al perché le persone pensano sempre che la mia auto sia di un uomo io l’ho trovata.

Tra le curiosità legate al mondo dell’automobile ci sono donne che hanno inventato elementi fondamentali per la sicurezza che non sono state ascoltate quando hanno avuto l’intuizione. Idea che però poi gli uomini ai vertici di grandi aziende automobilistiche hanno rubato e fatto proprie appena hanno potuto (lo so perché mi sono documentata proprio per sostenere conversazioni su di me e la mia passione per le auto con chi ne fa una questione di genere).

Se parli di auto impegnative, sia come costo che come qualità tecniche, pensi a un uomo. Un uomo che lavora ad alti livelli e che si può permettere l’acquisto ingombrante di un SUV o simili. Un uomo che per sua natura nasce e cresce pensando ad auto che fanno rumore. Un uomo che, in quanto uomo, ha tutto il diritto di apprezzare di essere seduto su un trono di svariate centinaia di cavalli.

Eppure io questa macchina me la sono comprata da sola. Con i miei soldi, il mio lavoro e la mia testa, i miei desideri di donna che ha sempre amato sfogliare le riviste di settore sin da bambina. Che anziché parlare di vestiti per le Barbie si scambiava foto di macchine potenti con i suoi amichetti per creare l’album più fico del mondo, pieno di ritagli di modelli incredibili. E che appena ha potuto ha investito i suoi stipendi in macchine che, sugli stessi magazine che leggeva da bambina, erano rappresentate con accanto uomini in giacca e cravatta.

Ora, immaginatemi mentre dico al povero vicino di autolavaggio, che aveva avuto la colpa di essere troppo ottuso, il succo di tutto questo condensato in una o due frasi. Mi ha guardato in un mix di stima e paura e ha continuato a pulire il cruscotto come se non esistessi, né io né la mia macchina accanto a lui.

È tutta una questione di abitudine culturale

Io la chiamo “abitudine culturale” perché da un lato sono idee che nascono in famiglia, che vivi a scuola, che leggi sui giornali o vedi negli spot tv e nei film e dall’altra ci fai il callo e alla fine l’assuefazione è quasi matematica. D’altronde la Bond Girl di solito è una tipa pazzesca che però sta sempre relegata al sedile del passeggero delle super Bentley, Aston Martin o Chevrolet del vasto garage di James Bond. E sulle pubblicità delle auto la donna al volante sta accanto al marito che guida oppure usa l’auto – di solito una city car –  per scarrozzare i figli.

L’unica funzione che un’auto può avere per una donna è quella pratica: portare a casa la spesa, andare al lavoro, accompagnare figlio 1 a karate e figlio 2 a calcio. Una donna che ama le macchine sportive o di grossa cilindrata, comprate senza pensare al comfort della vita quotidiana ma solo agli aspetti più tecnici e anche estetici fino ai dettagli più minuscoli, che la cura come un figlio e la porta in giro come un trofeo, non può esistere?

Io dico di sì. Io esisto e come me centinaia di donne che dello stereotipo “donne e motori, gioie e dolori” non sanno più che farsene. I dolori teneteveli voi, che noi ci prendiamo le gioie di guidare un’auto che non ha bisogno di testosterone per essere messa in moto.

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