Il Coronavirus ha chiuso in casa le donne con i loro aguzzini - Roba da Donne

Ai tempi del Coronavirus l’invito che va per la maggiore, accompagnato anche da hashtag e campagne mediatiche, è “restate a casa”. Peccato che quella che all’apparenza è una richiesta non solo innocua, ma anche essenziale per fronteggiare l’emergenza, possa trasformarsi in un vero e proprio incubo per qualcuno.

Se per qualcuno passare 24 ore su 24 in convivenza forzata con mariti, genitori, figli, suoceri, magari conciliando anche il lavoro in smart working, può risultare alla lunga pesante e davvero stressante, pensiamo a quelle donne che da casa vorrebbero fuggire, o stavano pensando addirittura di farlo, ovvero alle vittime di abusi e violenze domestiche, costrette adesso dalla situazione a passare le giornate con i propri aguzzini.

Per le donne vittime di violenza, restare a casa significa dividere h24 gli spazi familiari con il proprio maltrattante, significa essere isolate da tutti e tutte e vedere il proprio spazio personale assottigliarsi di ora in ora” ha spiegato Marco Chiesara, Presidente di WeWorld, organizzazione italiana che da 50 anni difende i diritti di donne e bambini in 29 Paesi del Mondo; l’associazione, proprio per queste donne, ha lanciato, in occasione dell’8 marzo, la campagna #maipiùinvisibili. “Mai come in questi giorni così surreali crediamo sia importante far sentire loro, attraverso messaggi in televisione, in radio o attraverso il contatto diretto anche se virtuale di un’operatrice o una psicologa, che noi le vediamo, che non sono sole, che possono farcela!”

E ci sono tanti post, sui social, che ricordano proprio come la situazione di queste donne rischi di farsi drammatica. Questo è il post pubblicato sulla pagina Facebook di Sono l’unica mia, collettivo che parla di femminismo islamico, transfemminismo e femminismo intersezionale, con il disegno di Daria Golab Art e le parole di Francesca Kirigiri.

In effetti, le cose per queste donne sembrano peggiorare, anche alla luce di un altro aspetto: in ottemperanza alle disposizione del DCPM dell’11 marzo molti centri antiviolenza hanno chiuso i battenti, o aprono solo per emergenza, con l’esclusione dei fine settimana. Ciò significa che sono più rare le possibilità di fuga per coloro che vorrebbero sottrarsi alle violenze domestiche. Qui trovate la lista con tutti i punti di ascolto sparsi sul territorio nazionale, e sulle decisioni adottate in accoglimento del decreto.

Che la situazione delle donne vittime di violenza domestica, dopo il provvedimento che limita quasi del tutto la possibilità di spostarsi, si sia fatta più difficile lo spiega anche il procuratore aggiunto di Milano, Maria Letizia Mannella: “Nelle ultime ore c’è stato un calo nelle denunce per maltrattamenti. Ci basiamo solamente sull’esperienza perché è ancora presto per avere dei dati certi, ma possiamo dire che le convivenze forzate con i compagni, mariti e con i figli, in questo periodo, scoraggiano le donne dal telefonare o recarsi personalmente dalle forze dell’ordine“.

Tuttavia, ci sono altre possibilità e percorsi da seguire per salvarsi da abusi e maltrattamenti perpetrati tra le mura di casa

Il numero da chiamare e l’impegno di WeWorld

Prima di tutto, nonostante la situazione limite i centri antiviolenza e il movimento Non una di meno stanno diffondendo un appello per chi si sente in pericolo, attraverso l’istituzione di un numero apposito da chiamare per denunciare la violenza, il 1522.<

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Il numero è totalmente gratuito – anche se la chiamata viene fatta dal cellulare -, multilingue, attivo 24 ore su 24 ed è promosso dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, dipartimento per le Pari opportunità. Inoltre, restano ovviamente sempre a disposizione il 112 e il 113, ovvero Carabinieri e Polizia.<

WeWorld, inoltre, offre una mail, [email protected], cui rivolgersi per ogni evenienza.

Non lasciamo sole le donne e i loro bambini in questo momento difficile – è l’appello dell’associazione – Aiutateci a rimanere al loro fianco: donando 2 euro con sms al numero solidale 45597 dai cellulari personali Wind Tre, TIM, Vodafone, Iliad, PosteMobile, Coop Voce, Tiscali o 5 euro chiamando lo stesso numero da rete fissa TWT, Convergenze, PosteMobile 0 5 e 10 euro da rete fissa TIM, Vodafone, Wind Tre, Fastweb e Tiscali“.

Gli assistenti vocali possono salvare le donne dalla violenza domestica?

Cosa fare in caso si sia vittime o si voglia aiutare qualcuno

Antonella Veltri, presidente di D.i.Re, che raggruppa circa 80 organizzazioni e centri antiviolenza sparsi su tutto il territorio italiano, rassicura:

Il messaggio che voglio lanciare alle donne che in questo momento si trovano in una difficoltà maggiore perché vivono situazioni di maltrattamento da parte del partner e sono costrette a stare in casa h24, è che noi dei centri antiviolenza ci siamo: da casa, dal nostro telefono di emergenza, anche via skype laddove possibile, dalle nostre sedi che sono temporaneamente in sospensione. Molte operatrici sono nei centri pur non facendo accoglienza nel rispetto delle regole imposte dal Governo. Chiamate se avete bisogno.

Veltri prosegue, spiega che negli ultimi giorni, dopo il penultimo decreto, un’inchiesta condotta da D.i.Re ha rivelato che 60 centri su 80 hanno detto che stanno continuando a rispondere alle telefonate e che hanno un cellulare di emergenza.
Ma se invece si volesse aiutare qualcuno che, si suppone, abbia bisogno di aiuto? Il vademecum, in questo caso, è fornito dalla Casa delle donne di Bologna:

Informati sulle dinamiche della violenza di genere sulle donne, non azzardare consigli ma documentati sull’argomento e chiama un centro antiviolenza. Si tratta di situazioni complesse e spesso pericolose. Non pensare di trovare soluzioni rapide, definitive, semplici. In caso di reale pericolo non metterti in pericolo anche tu, ma chiama le forze dell’ordine.

Due aspetti preoccupanti

Sono soprattutto due le cose che preoccupano Antonella Veltri: in primis, c’è il problema della “convivenza forzata”, che potrebbe inasprire un fenomeno già drammatico portando a episodi di violenza condotti con ancor maggiore virulenza, e far desistere le donne dal rivolgersi via telefono a un centro antiviolenza, data la quasi totale impossibilità di chiamare senza essere sentite.

Il secondo aspetto è invece legato alle case rifugio per donne e minori, che devono essere seguiti dalle operatrici di accoglienza.

Mi chiedo: cosa accade se una di queste donne risulta positiva, dove la collochiamo?diceDa alcuni centri e case rifugio mi arriva notizia che le donne accolte sono terrorizzate dall’inserimento di nuove donne, ma anche per quelle che sono dentro, perché molte hanno la possibilità di uscire. Noi abbiamo dato delle regole: dalla casa non si esce

Potete immaginare, poi, quanto sia difficile tenere occupati i bambini e le bambine. Il fenomeno per noi che gestiamo le case rifugio è moltiplicato, c’è una grande pressione psicologica, tant’è che le psicologhe dei nostri centri sono allertate e stanno cercando di seguire le donne anche a distanza, con tutti i limiti e l’eccezionalità del momento. Per ora il sistema sta reggendo con la presenza delle operatrici che, con mascherine, guanti e distanze di sicurezza, continuano a mantenere la presenza nelle case rifugio“.

L’appello di Veltri è quindi rivolto soprattutto al Premier Conte, a cui chiede “indicazioni rispetto a un fenomeno così stringente e importante nella sua natura strutturale, in un momento in cui le donne sono costrette in convivenze forzate. Un messaggio ce lo saremmo aspettato. Per noi la violenza non è un fenomeno emergenziale, ma richiede in questo momento uno sguardo e un’attenzione particolari”.

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