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Le verità: tutta la rabbia, il dolore e l’amore che abbiamo in sospeso con nostra madre

La relazione tra madre e figlia può rivelarsi davvero problematica e restare tale anche quando abbiamo un’identità e una vita nostra.  Se le incomprensioni, le parole non dette, la rabbia non esplosa tanto da divenire odio in alcuni casi, i risentimenti non trovano un giusto sfogo e un corretto confronto, rischiamo di passare la nostra vita in compagnia di un continuo logorio interiore.
Questo contenuto fa parte della rubrica “Camera con vista”

La famiglia è il posto più complicato e, allo stesso tempo, più naturale in cui stare al mondo.

È il luogo in cui sbocciamo e muoviamo i primi passi verso qualcosa più grande di noi dove a guidarci c’è sempre una mano più o meno sicura. È lì, in quelle mura domestiche che ci formiamo e impariamo a rapportarci con gli altri, a coltivare la nostra intelligenza emotiva, quella stessa che, poi da adulti, sarà il faro delle nostre relazioni. È contenitore e contenuto allo stesso tempo della nostra essenza primordiale, quella che ci portiamo dietro e dentro e che nel bene e nel male sarà sempre l’esempio da seguire o da evitare.

La famiglia non è sempre sinonimo di casa, non è sempre un ricordo o un’immagine confortante nella quale rifugiarsi, specie se il rapporto con i propri genitori o con uno dei due è stato conflittuale fin dall’inizio. A maggior ragione se parliamo di membri di medesimo sesso come ad esempio madre e figlia.

Se è vero che è uno dei legami più forti e coriacei che possano esistere, è altrettanto veritiero che la relazione tra le due può rivelarsi davvero problematica e restare tale anche quando abbiamo un’identità e una vita nostra.  Se le incomprensioni, le parole non dette, la rabbia non esplosa tanto da divenire odio in alcuni casi, i risentimenti non trovano un giusto sfogo e un corretto confronto, rischiamo di passare la nostra vita in compagnia di un continuo logorio interiore.

Specie se la madre in questione è una donna di successo, forte, bella, brava, osannata e amata da tutti, alla quale tutto si perdona in virtù del suo fascino e del suo savoir-faire; un’ombra molto difficile nella quale crescere, una presenza ingombrante, a volte eccessiva, di cui ci vorremmo liberare presto soprattutto se nel suo essere genitrice si rivela una persona fredda, poco generosa di attenzioni, anaffettiva.

Vorremmo che sparisse l’intera umanità e che lei fosse solo per noi, che improvvisamente si trasformasse in una donna “normale” ma capace di rispettare anche solo l’impegno di venirci a prendere a scuola con la merenda in borsa. Ci piacerebbe che avesse occhi solo per noi  e non ci sottoponesse, seppur inconsciamente, nella posizione  di combattere incessantemente contro quegli sguardi estranei che, invece di riconoscere la tua unicità di persona, ti confrontano sempre con lei quasi fosse una dea. Un modello pesante a cui ispirarsi, un fardello, quasi, da scalciare il più lontano possibile da noi fino alla fuga in un altro posto.

Le Verità di Hirokazu Kore’eda e distribuito da Bim Distribuzione è un film tutto al femminile, dove i personaggi maschili sono solo un corollario e al  cui centro vi è proprio il difficile rapporto tra Fabienne e Lumir, madre e figlia interpretate rispettivamente da Catherine Deneuve e Juliette Binoche.  È doveroso subito notare che il titolo originale è La Verità, reso in italiano al plurale; non c’è stata scelta più azzeccata per la delicata creatura del regista nipponico che, con una direzione forse un po’ troppo aggraziata e a tratti intimorita dalla grandezza delle due dive francesi, ci rivela che la verità non può essere mai una sola e che a questa ne susseguono tante altre. Soprattutto se in mezzo ci sono i legami familiari e un rapporto molto contrastato tra madre e figlia.

madre

In occasione dell’uscita della biografia di Fabienne che nel film interpreta un’attrice, anzi la diva per eccellenza, Lumir torna a Parigi con la figlia e il marito Hank (Ethan Hawke)  da New York, luogo scelto per porre una forte distanza fisica ed emotiva tra loro. Come nelle migliori tradizioni l’incontro tra le due, dopo anni di distanza è gelido e turbolento fino a culminare in un confronto finalmente franco e schietto nel quale la madre ammette di non essere stata mai tagliata per quel ruolo nella vita reale, pur avendo interpretato tanti personaggi ma che, a suo modo, ha provato a fare del suo meglio. 

Un’ammissione dura a cui seguono confessioni rimaste a lungo sepolte, difficili da digerire per una figlia che per trovare una propria identità si comporta esattamente al contrario della madre, sia come donna che come genitrice. Se da un lato ci sono tutto il dolore e la rabbia rimasti sopiti per anni, dall’altro vi è quel senso di liberazione dovuto dall’aver finalmente parlato a cuore aperto dove i pezzi mancanti del puzzle di un rapporto difficile improvvisamente sbucano fuori e trovano una loro giusta collocazione.

Questo non significa necessariamente iniziare ad andare d’amore e d’accordo ma avere, almeno, una serenità di animo differente e più conciliante verso se stessi e chi circonda. Non possiamo scegliere la nostra famiglia di origine, non possiamo cambiare nostra madre o sostituirci a lei ma di certo possiamo ascoltarci, possiamo ammettere il nostro risentimento, possiamo restituirlo al mittente, liberarci di una zavorra non nostra ma che comunque è stata determinante nelle nostre scelte personali e andare avanti per la nostra strada, magari con un pizzico di generosità e bonomia in più verso chi è stato manchevole nei nostri confronti ma ha tentato di mettercela tutta.

Soprattutto possiamo comprendere che una verità unica e assoluta non c’è mai specie in un legame così forte tra madre e figlia e che sono proprio certe sfumature a nascondere e a raccontarci tante piccole, importanti verità.

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