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Perché quest'uomo continua a ricevere pacchi con capelli di serial killer

Negli Stati Uniti c'è un docente universitario che riceve pacchi di capelli appartenuti ai serial killer o alle loro vittime: ecco come fa a risolvere i cosiddetti «cold case».
James Tensuan for The New York Times

I capelli sono una delle parti più resistenti del nostro corpo. Ci possono sopravvivere per anni o secoli, anche esposti a pioggia, vento e sbalzi di temperatura. E contengono il nostro codice genetico, il nostro Dna.

Solo che non sempre è possibile estrarlo: per poter risalire al possessore di un capello, fino a poco tempo fa, la radice era condizione necessaria. Ed era importante soprattutto nelle questioni che avevano a che fare con il ritrovamento di un criminale.

Il limite della questione è emerso durante i processi, quando gli scienziati forensi si sono ritrovati a spiegare spesso a una giuria come non riescano sempre a ottenere abbastanza Dna da un capello strappato. Ma oggi le cose potrebbero essere cambiate, come riporta il New York Times, grazie a Ed Green, paleogeneticista della University of California, Santa Cruz, che negli ambienti scientifici è molto noto per il suo lavoro sul genoma dell’uomo di Neanderthal.

Green è riuscito a sviluppare una tecnica che può recuperare sequenze di Dna anche a partire dai capelli senza radice. Tanto che la sua consulenza è stata richiesta da moltissimi detective negli Stati Uniti, al fine di estrarre i profili genetici dai capelli di assassini e vittime in crimini irrisolti. Così, in pratica, quest’uomo riceve periodicamente all’ufficio del campus universitario dei pacchi contenenti ciocche di capelli di presunti serial killer o delle loro vittime. A volte le ciocche sono dei piccolissimi, minuscoli campioni, altre volte più ampi.

I criminali pensano di indossare guanti o pulire il sangue – ha spiegato Justin Loe, amministratore delegato di Full Genomes, una società di servizi relativi alla genetica che ritiene la tecnica di Green un punto di svolta – ma pochi pensano a radersi la testa.

Il Dna che viene estratto dal capello viene poi conservato in un frigo. Quello universitario usato da Green contiene, tra l’altro, delle meraviglie scientifiche come parti di dodo, ossa di mammut e i resti di un tipo di ghepardo estinto da tempo. Green non è solo nella sua attività, ma viene coadiuvato da un avvocato dell’Fbi che si chiama Steve Kramer e una genealogista genetica, Barbara Rae-Venter. Le indagini in corso, tuttavia, sono naturalmente top secret.

Rae-Verter e Kramer lavoravano già insieme. Poi, un giorno del 2017, la donna lesse sul giornale una storia in cui si parlava della nuova tecnica di Green. Nella notizia si raccontava del ritrovamento a San Francisco di una piccola bara con un bambino, nel giardino di una casa. Dagli abiti del corpicino, si è pensato che la morte risalisse ai primi del Novecento. Analizzando i suoi capelli, Green aveva trovato i parenti del bimbo defunto. Intanto, Rae-Verter era al lavoro in quel periodo per l’identificazione di quattro corpi – una donna e tre ragazze – ritrovati in botti all’interno di un parco. Il Dna dei quattro corpi era difficile da analizzare, perché i cadaveri erano stati esposti per circa 10 anni a luce e acqua. Così Rae-Verter si rivolse a Green per poter risalire all’identità delle quattro vittime.

Solitamente, chi lavora all’identificazione con il Dna, lavora sul nucleo: si estrae il Dna mitocondriale (per cui è necessario studiare la radice del capello), che si trasmette di madre in figlio, ma questo può aiutare a risalire solo a una persona – la madre – e non a un gruppo di papabili parenti. L’approccio di Green è completamente diverso e affonda le radici in un progetto sviluppato nel 2005, quando riuscì a estrarre il Dna da ossa fossilizzate. Poi, nel 2010, fu tra quelli che riuscirono a sequenziare l’intero genoma dell’uomo di Neanderthal a partire da frammenti ossei di 38mila anni.

La tecnica di Green fu testata a partire dai suoi stessi capelli, e il genotipo fu caricato su un database contenente il Dna di un milione di persone. In precedenza, si poteva ottenere lo stesso risultato ma solo con un campione di saliva.

Al momento, la tecnica di Green è molto costosa e vi si ricorre solo per casi molto complessi. Ma ci potrebbe essere una deriva. Quello che si teme è che le persone comincino a fare gli Sherlock Holmes in proprio, raccogliendo capelli al fine di denunciare dei presunti sospetti tra persone assolutamente estranee ai crimini, generando così allarmismi e spese inutili per i contribuenti.

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